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Criminalità: Maniero, boss depresso che ferma i processi. Giustizia in pausa e passato che ritorna

Foto archivio tribunale di Milano
Foto archivio tribunale di Milano Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Stefania De Michele
Pubblicato il
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Due tribunali fermano i processi contro Felice Maniero per presunta depressione. Tra rinvii, accuse e vecchi fantasmi della Mala del Brenta, la storia si fa grottesca

C’è chi scappa dalla giustizia e chi, più elegantemente, la mette in pausa. Felice Maniero sembra aver scelto la seconda opzione, con un tempismo che definire chirurgico sarebbe quasi riduttivo. Nel giro di pochi giorni, due tribunali italiani - prima Brescia, poi Pisa -hanno deciso di sospendere i procedimenti a suo carico. Il motivo è serio, almeno sulla carta: una depressione così profonda da impedirgli di partecipare in modo consapevole ai processi.

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Ora, sia chiaro: la salute mentale non è materia da battute. Ma qui la questione si complica, perché la sequenza degli eventi ha qualcosa di narrativamente perfetto. Due udienze, due stop, stessa motivazione. Sembra quasi una sceneggiatura già scritta, dove il protagonista riesce a congelare il tempo proprio quando la pressione si fa più forte.

Il momento in cui tutto si ferma

A Brescia, il 31 marzo, si stava per entrare nel vivo di un processo per bancarotta fraudolenta, legato a un presunto dissesto da centinaia di migliaia di euro. Una vicenda fatta di conti contestati, denaro sparito e responsabilità tutte da chiarire.

Poi arriva la frenata: documentazione sanitaria, certificazioni dell’Asl, diagnosi di una condizione depressiva grave. Il quadro che emerge, accolto dal tribunale, è quello di un uomo incapace di affrontare un’aula di giustizia in modo consapevole.

Passano pochi giorni e la scena si ripete a Pisa, dove Maniero è imputato per maltrattamenti nei confronti della sorella, in una vicenda familiare descritta come tesa e degenerata nel tempo. Anche qui stesso copione, stesso esito: procedimento sospeso.

Così la giustizia resta appesa, come una partita interrotta per pioggia. Solo che qui non si sa quando - e se - si tornerà a giocare. Il punto è che questi procedimenti non sono episodi isolati. Attorno a Maniero si muove una costellazione di accuse, distribuite in diverse città e contesti.

A Firenze, ad esempio, deve rispondere di lesioni nei confronti di un compagno di detenzione, un episodio avvenuto in carcere e legato a dinamiche di convivenza tutt’altro che pacifiche.

A Padova, invece, le accuse riguardano aggressioni distinte: una nei confronti di un agente di polizia e un’altra ai danni di un medico, entrambe avvenute — secondo le contestazioni — durante momenti di tensione in ambito custodiale e sanitario. Non è una singola storia, ma un intreccio di episodi che attraversano anni e luoghi diversi. E ogni filo, per ora, resta sospeso.

Nel frattempo, l’ex boss ha cambiato nome per la terza volta. Un dettaglio che va oltre la burocrazia e assume quasi un valore simbolico: come se riscrivere l’identità potesse alleggerire il peso del passato. Ma certi passati, anche quando li cambi sulla carta, continuano a bussare.

Quando comandava il Brenta

Per capire davvero la portata della vicenda, bisogna tornare indietro. A quando Felice Maniero non era un imputato in attesa, ma un protagonista assoluto della cronaca nera italiana.

Tra gli anni Ottanta e Novanta, il suo nome era legato alla Mala del Brenta, una struttura criminale radicata nel Nord-Est e capace di operare ben oltre i confini regionali. Non si trattava di episodi isolati, ma di un sistema organizzato che gestiva rapine a istituti di credito e portavalori, traffici di droga, armi e sequestri, con una rete che arrivava a toccare anche ambienti imprenditoriali e, secondo alcune inchieste, zone grigie della finanza.

Tra i colpi più noti ci furono assalti a caveau e furgoni blindati, pianificati con precisione quasi militare, e una lunga serie di rapine che fruttarono miliardi di lire. L’organizzazione era strutturata, con ruoli definiti e una capacità logistica che la rendeva anomala rispetto all’immagine tradizionale della criminalità del Nord Italia. In Veneto, territorio percepito per anni come “immune” da certe dinamiche, la banda di Maniero costruì invece un modello criminale efficiente e duraturo.

Poi arriva la svolta, all’inizio degli anni Novanta. Arrestato, Maniero decide di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni portano a decine di arresti e contribuiscono a smantellare gran parte della Mala del Brenta, aprendo uno squarcio su un sistema che fino a quel momento era rimasto in parte sommerso.

È un passaggio cruciale: da capo riconosciuto a collaboratore, da regista delle operazioni a testimone nei processi. Una trasformazione che segna la fine operativa dell’organizzazione e ridisegna gli equilibri criminali nel Nord-Est, ma che lascia dietro di sé una lunga scia di conseguenze giudiziarie e personali che, a distanza di anni, continuano ancora a riaffiorare.

Una storia che non vuole finire

Oggi, guardando questa nuova fase, la sensazione è quella di una storia che rifiuta di chiudersi. Ogni volta che sembra arrivare a un punto, qualcosa la riporta indietro.

La depressione, se confermata, apre un capitolo umano complesso.Allo stesso tempo solleva interrogativi inevitabili: quanto può reggere un sistema giudiziario quando i suoi tempi vengono continuamente dilatati? E quanto pesa, in tutto questo, il passato di chi si trova davanti ai giudici?

Sarà una perizia psichiatrica a dare risposte più concrete. Fino ad allora, tutto resta sospeso.

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