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Caporalato e paghe da 4 euro l’ora: Deliveroo Italy sotto controllo giudiziario

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Deliveroo Diritti d'autore  AP Photo
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Di Stefania De Michele
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La Procura di Milano dispone il controllo giudiziario per Deliveroo Italy: indagine per sfruttamento e caporalato. Fino all’80 per cento dei rider sotto la soglia di povertà, turni di 11-20 ore e compensi inferiori ai minimi contrattuali

Caporalato e paghe da 4 euro l’ora: commissariata Deliveroo Italy. La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario urgente per la società, nominando un amministratore con il compito di verificare il rispetto delle norme sul lavoro e regolarizzare la posizione dei rider.

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Quello che è emerso dai primi riscontri è un quadro di palese sfruttamento: fino a 12 ore di lavoro al giorno, compensi inferiori del 90 per cento rispetto ai minimi contrattuali e un reddito annuo sotto la soglia di povertà per oltre l’80 per cento dei rider analizzati. Sono i numeri che emergono dall’inchiesta della Procura di Milano che ha disposto il controllo giudiziario urgente per Deliveroo Italy, ipotizzando il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

Nel decreto firmato dal sostituto procuratore Paolo Storari, si parla di “una situazione di vero e proprio sfruttamento lavorativo, perpetrato da anni ai danni di numerosissimi lavoratori”. La misura riguarda la società e il suo amministratore unico, Andrea Giuseppe Zocchi.

Fino a 20 mila rider coinvolti

Secondo l’accusa, sarebbero circa 3 mila i rider operanti nel Milanese e fino a 20 mila su scala nazionale. Le analisi sui compensi 2025 indicano che tra il 73 per cento e l’81 per cento dei lavoratori esaminati percepisce un reddito netto annuo sotto la soglia di povertà, con uno scostamento medio superiore ai 7 mila euro, che in alcuni casi supera i 15 mila euro.

Il divario cresce se confrontato con il contratto collettivo della logistica: fino al 94,6 per cento dei casi risulterebbe al di sotto dei minimi previsti. In alcune situazioni, la retribuzione oraria scenderebbe sotto i 4 euro.

Per la Procura, le somme corrisposte non sarebbero “proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato”, come previsto dall’articolo 36 della Costituzione, e risulterebbero “palesemente difformi” dai contratti collettivi nazionali.

Contestata anche l’omissione contributiva che si sarebbe evitata con un corretto inquadramento come lavoro subordinato.

Le testimonianze: “Sette giorni su sette, fino a 20 ore al giorno”

Agli atti dell’inchiesta coordinata da Paolo Storari compaiono le testimonianze raccolte dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Milano.

C’è chi racconta di lavorare “7 giorni su 7”, loggandosi sull’app alle 11 del mattino e staccando alle 22, per poi svolgere un secondo impiego come facchino.

Un rider ha dichiarato di arrivare, dal lunedì al venerdì, anche a “20 ore al giorno” per riuscire a pagare 650 euro tra affitto e utenze e inviare 600 euro alla famiglia in Nigeria. “Questo ritmo di vita mi sta logorando, sia fisicamente che mentalmente”, ha messo a verbale.

Le paghe fisse individuate dagli inquirenti oscillano tra 3 e 4 euro a consegna, a cui si aggiunge una parte variabile “in base ai chilometri calcolati dall’algoritmo”. C’è chi percorre fino a 150 chilometri al giorno, con consegne anche a lunga distanza.

Durante l’intera giornata la posizione del rider resta visibile tramite GPS; in caso di ritardo può arrivare una telefonata di sollecito.

“La piattaforma può intervenire, verificare, sollecitare”, ha riferito un lavoratore agli investigatori. Formalmente partite Iva, ma – si legge nel decreto – senza possibilità di determinare autonomamente la tariffa.

Inoltre la piattaforma non si limiterebbe a retribuire la prestazione, ma “misurerebbe” accettazioni e rifiuti, influenzando le successive assegnazioni e mostrando così il controllo esercitato dal committente.

Lo “stato di bisogno” e la giurisprudenza

Nel provvedimento viene richiamata la sentenza 24441/2021 della Corte di Cassazione, secondo cui per configurare lo sfruttamento non è necessario uno stato di necessità assoluto, ma è sufficiente una “grave difficoltà, anche temporanea”, tale da limitare la libertà di scelta e indurre ad accettare condizioni particolarmente svantaggiose.

Per questo la Procura ha disposto il controllo giudiziario, nominando amministratore giudiziario Massimiliano Poppi con il compito di verificare il rispetto delle norme lavoristiche, procedere alla regolarizzazione dei rider e prevenire ulteriori violazioni.

Chiesti atti anche ai grandi marchi della distribuzione

Le verifiche della Procura non si sono fermate a Deliveroo. Su delega del pm di Milano Paolo Storari, i carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro hanno acquisito documentazione anche presso sette grandi aziende della ristorazione e della grande distribuzione che intrattengono rapporti contrattuali con Deliveroo Italy e che si avvalgono degli stessi rider per effettuare le consegne.

Tra queste figurano McDonald's Italia, Burger King Restaurants Italia, Esselunga, Carrefour, Crai Secom, Poke House e KFC Italia. Le società, allo stato, non risultano indagate.

Gli investigatori hanno chiesto e acquisito organigrammi, modelli di organizzazione e gestione, sistemi di controllo interno, documentazione sulla formazione e report di audit, per verificare l’idoneità delle procedure adottate a prevenire il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro previsto dall’articolo 603 bis del codice penale. L’obiettivo è accertare se i modelli organizzativi siano adeguati a impedire il ripetersi di eventuali condotte illecite lungo la filiera delle consegne.

Le reazioni politiche e sindacali

Deliveroo ha fatto sapere di stare esaminando la documentazione ricevuta e di collaborare con gli inquirenti.

Durissime le reazioni dell’opposizione e dei sindacati. Il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, parla di conferma di “un sistema di caporalato” denunciato da anni e chiede salario dignitoso e applicazione di un contratto nazionale.

Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, attacca: “Non è lavoro autonomo, è schiavismo”, tornando a chiedere una soglia di salario minimo legale.

Dal fronte della maggioranza di governo, fonti parlamentari di Fratelli d'Italia sottolineano la necessità di “attendere l’esito degli accertamenti” e ribadiscono che il contrasto allo sfruttamento è una priorità, ma senza introdurre – per ora – una soglia legale di salario minimo.

Esponenti della Lega richiamano invece l’importanza di distinguere tra lavoro autonomo genuino e abusi, chiedendo verifiche puntuali sulle singole responsabilità.

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