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Gli squali non cacciano intenzionalmente l'uomo: cosa c'è dietro la recente ondata di attacchi

Uno squalo toro fotografato al largo delle Bahamas.
Squalo toro fotografato al largo delle Bahamas. Diritti d'autore  Gerald Schömbs via Unsplash.
Diritti d'autore Gerald Schömbs via Unsplash.
Di Liam Gilliver
Pubblicato il
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Dopo quattro attacchi in sole 48 ore in Australia, l'esperto avverte: la crisi climatica potrebbe aumentare ulteriormente il rischio

Timori nei confronti degli squali stanno montando sempre più dopo dopo che quattro attacchi da parte di questi temuti predatori sono stati registrati in appena 48 ore lungo la costa orientale dell'Australia.

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In questa serie di episodi inquietanti, un ragazzo di 12 anni è stato trasportato d'urgenza in ospedale con ferite gravissime dopo aver nuotato nel porto di Sydney il 18 gennaio. È poi morto a causa dell’attacco.

Il giorno seguente, un 11enne si è visto distruggere la tavola da surf da uno squalo alla spiaggia di Dee Why. Ore dopo, un uomo è stato attaccato nel vicino sobborgo di Manly. Il 20 gennaio, un surfista "ha riportato una ferita al torace" dopo l’attacco di uno squalo circa 300 chilometri più a nord lungo la costa.

Questo ha alimentato le richieste di abbattimenti degli squali e ha riportato alla ribalta vecchi miti. Un ricercatore, però, invita ad andare oltre i titoli sensazionalistici e a concentrarsi su come il riscaldamento globale stia incidendo sulle specie dei nostri oceani.

Come il cambiamento climatico influenza gli attacchi da parte degli squali

Il dottor Nicholas Ray è un ricercatore della Nottingham Trent University (Regno Unito), specializzato nella dinamica delle popolazioni di grandi squali bianchi. In un recente blog sostiene che i media riconducono spesso tutti gli episodi con squali a un'unica "narrazione del pericolo", nonostante in Australia siano presenti oltre 180 specie. Ognuna ha comportamenti e habitat diversi.

Le analisi dei dati sui morsi di squalo relativi all'ondata di attacchi più recente mostrano che molti episodi sono avvenuti vicino riva, in particolare nei pressi delle foci dei fiumi e attorno al porto di Sydney dopo forti piogge.

Per ogni aumento di 1°C della temperatura dell'aria, l'atmosfera può trattenere circa il 7 per cento di umidità in più. Questo può portare a fenomeni più intensi e a piogge torrenziali. Un fattore che aumenta la probabilità di alluvioni, che possono alterare salinità, temperatura e visibilità negli ecosistemi costieri.

Gli squali leuca, la specie coinvolta nella serie di attacchi del mese scorso, sono attirati dai sistemi allagati perché le loro prede vengono spostate.

Il deflusso urbano, le alterazioni dei corsi d'acqua, gli sversamenti fognari e l'attività di pesca influenzano i luoghi in cui si concentrano le specie preda, motivo per cui nuotare o fare surf vicino alle foci dopo un'alluvione è "un'attività ad alto rischio".

"Il deflusso ricco di nutrienti può attirare i pesci esca in nuove aree, e gli squali leuca li seguono", spiega il dottor Ray.

"Le ricerche condotte nell'Australia orientale hanno documentato squali leuca che trascorrono lunghi periodi in luoghi come il porto di Sydney nei mesi più caldi, in concomitanza con l'aumento della temperatura dell'acqua e di apporti di acqua dolce".

Gli squali cacciano intenzionalmente l’uomo?

Gli squali bianchi stanno reagendo anch'essi al cambiamento climatico: studi mostrano che i loro spostamenti sono strettamente legati alla distribuzione delle prede e a condizioni oceaniche come i fronti di temperatura.

Ray sfata il mito secondo cui gli squali "cacciano intenzionalmente l'uomo", spiegando che la maggior parte dei morsi viene classificata come errore di identità o "comportamento esplorativo". Questo perché gli squali si affidano a sensi come l'elettrorecettività e le vibrazioni più che alla vista.

"I morsi di squalo sono il risultato di interazioni complesse tra cambiamento climatico, dinamiche degli ecosistemi e comportamento umano", aggiunge.

"Se continuiamo a presentare ogni morso come la prova che gli squali 'ce l'hanno con noi', smettiamo di porci le domande davvero importanti: quali condizioni ambientali erano presenti, in che modo abbiamo alterato i sistemi costieri e come possiamo ridurre il rischio senza demonizzare la fauna selvatica?".

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