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La Tunisia al voto per il referendum. Si rischia una deriva autoritaria

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Di Gianluca Martucci
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Protesta dell'opposizione tunisina contro il referendum del 25 luglio 2022
Protesta dell'opposizione tunisina contro il referendum del 25 luglio 2022   -   Diritti d'autore  FETHI BELAID/AFP or licensors

Nove milioni di tunisini sono chiamati alle urne per votare il referendum costituzionale che porterebbe la forma di governo in Tunisia a essere meno incentrata sul parlamento e ad assumere i tratti di una repubblica presidenziale. Proposto dall'attuale capo dello stato Kais Saied, il referendum, che non ha bisogno di nessun quorum per essere considerato valido, attribuirebbe gran parte del potere esecutivo al presidente, che potrebbe affidare e revocare l'incarico di primo ministro senza la mediazione del parlamento e accrescerebbe i poteri sul potere giudiziario. 

Con il fronte riformista in maggioranza, l'opposizione è divisa tra la scelta di boicottare il voto o spingere l'elettorato a presentarsi alle urne.

Diverse Ong hanno parlato di un testo tagliato su misura per Saied, e lo stesso giurista che ha lavorato sulla proposta di riforma ha messo in guardia sulla possibilità che il testo finale della proposta lasci la strada aperta a una deriva autoritaria che faccia fare al Paese un salto indietro di dieci anni. Intanto si sono moltiplicati fino a poche ore prima del voto gli scontri e gli arresti nelle strade di Tunisi 

Saied ha sospeso le attività del Parlamento a luglio 2021 per scioglierlo a marzo 2022. Da quasi un anno esercita pieni poteri (nel frattempo ha anche sciolto il Consiglio superiore della magistratura). A essere sotto accusa per il caos politico degli utlimi anni è la Costituzione del 2014, basata su un sistema ibrido tra repubblica parlamentare e presidenzale e frutto del compromesso tra i partiti islamisti e le fazioni più laiche. Per Saied la costituzione è la principale responsabile dell'instabilità politica e dell'aumento della corruzione.