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Rifugiati siriani nel limbo in Danimarca

Di Julian GOMEZ
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Rifugiati siriani nel limbo in Danimarca
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La Danimarca vuole rimandare in Siria circa 200 rifugiati politici. Una decisione considerata "inumana" da attivisti e ong.

Una famiglia a pezzi

A Vejle, una tranquilla cittadina danese, incontriamo la famiglia Alata, una famiglia a pezzi. A pezzi una prima volta, quando hanno dovuto lasciare la Siria separatamente, dopo che il padre è stato ucciso e mutilato dalle forze di Bashar al-Assad. Si sono poi riuniti nel 2015 in Danimarca, dove hanno ottenuto lo status temporaneo di rifugiati. La madre, Sabrieh, è poi risultata affetta da disturbo da stress post-traumatico. Racconta: "Ci sono state paura e lacrime. Prima mio marito è stato ucciso, poi i miei figli se ne sono andati da casa. C'erano le bombe, il rombo degli aerei, i rumori delle incursioni nelle case..."

Poi, nel marzo di quest'anno, è arrivata una lettera. La loro situazione è stata riesaminata. I fratelli maggiori - uno già sposato, l'altro in procinto di cominciare le superiori - possono rimanere. Ma la madre e le due sorelle di 10 e 12 anni dovranno tornare nella regione di Damasco, ormai considerata luogo sicuro dalle autorità danesi. Una famiglia che rischia di essere a pezzi per la seconda volta, non solo metaforicamente.

Ma Sabrieh non intende accettare la situazione: "Perché dovremmo voler tornare indietro? Ho paura di essere arrestata e che mi chiedano dove sono stata, dove sono stati i miei figli. Mi chiederebbero perché i due maschi non fanno il servizio militare. Questo regime non ha pietà. La Siria non è un posto sicuro per quel che mi riguarda. E poi è stato distrutto tutto, non c'è più un sistema educativo".

La lotta per restare

La famiglia ha impugnato la decisione e ha partecipato a diverse manifestazioni di protesta.

Circa 200 rifugiati, fra i 35 mila cittadini siriani che vivono in Danimarca, si trovano di fronte alla stessa situazione. Da quando sono arrivate le prime lettere di revoca dello status di rifugiati, è stato organizzato un sit-in di fronte al parlamento

Il cinquantasettenne Samer, rifugiato dal 2014, è finito in ospedale per aver fatto lo sciopero della fame. Spiega: "Molte persone che conosco temono che il governo danese li rimandi in Siria, e sono partite per altri paesi europei. E di quelli che sono tornati in Siria, ho sentito dire che uno o due sono stati fermati all'aeroporto e immediatamente interrogati e da allora non se n'è più saputo nulla".

"È una decisione giudiziaria"

Il governo a guida social democratica sostiene che la sua decisione si basa sulle conclusioni della Commissione d'appello danese per i rifugiati, un organismo indipendente che nell'ultimo caso ha riesaminato i casi di circa 1.200 rifugiati provenienti dalla regione di Damasco.

Il ministro danese all'immigrazione e l'integrazione, Mattias Tesfaye, non ha accettato di incontrarci, ma ci ha inviato questa dichiarazione:

La Danimarca è stata aperta e onesta sin dal primo giorno. Abbiamo detto chiaramente ai rifugiati siriani che il loro permesso di soggiorno è temporaneo e che può essere revocato se viene meno il bisogno di protezione.

L'approccio del governo danese è di fornire protezione a chi ne ha bisogno, ma nel momento in cui le condizioni nel loro paese d'origine migliorano, gli ex rifugiati dovrebbero tornarvi e riprendere la loro vita lì
Mattias Tesfaye
Ministro danese all'immigrazione e all'integrazione

Abbiamo contattato il Partito popolare danese, terza formazione in parlamento. Il partito, nazionalista, non crede nel multiculturalismo e pensa che la Danimarca non sia un paese d'immigrazione per natura. Anche se sono all'opposizione, sull'argomento sostengono l'approccio del governo. Per il deputato Morten Messerschmidt, "Non è una decisione politica, è una decisione giudiziaria. Devi argomentare perché dovresti rimanere in Danimarca per un anno o più".

Gli attivisti sottolineano che attualmente ci sono solo due paesi dell'Unione europea che considerano l'area di Damasco un luogo sicuro per il ritorno dei rifugiati. Uno è la Danimarca, l'altro è l'Ungheria. Abbiamo chiesto a Messerschmidt se sono loro a essere troppo duri o se sono gli altri 25 paesi dell'Unione a essere troppo ingenui?

"Con tutto il rispetto, non ha senso metterla così - è stata la risposta - Perché tutto dipende dai casi individuali. Ci possono essere due siriani, uno dei quali può tornare a Damasco in sicurezza mentre l'altra persona non può farlo".

Amnesty: Siria ancora pericolosa

Le autorità sostengono che la valutazione è stata fatta sulla base di "un'ampia raccolta di rapporti provenienti da diverse fonti". Alla sezione danese di Amnesty International la vedono in modo molto diverso. La consulente senior Lisa Blinkenberg ci dice che, anche se i bombardamenti intorno a Damasco si sono fermati, i rifugiati di ritorno rischiano ancora la vita: "Sappiamo che chi torna in Siria viene fermato ai check point e interrogato dalle forze di sicurezza, e sappiamo che le stesse forze siriane si sono rese responsabili di gravi violazioni dei diritti umani".

Gli esempi sono raccapriccianti: "Maltrattamenti. Torture nelle carceri. Persone che scompaiono. Le forze di sicurezza le portano via e nessuno ne sa più nulla. Persone che vengono messe in carcere. Sappiamo anche di persone che sono state giustiziate. Quindi la situazione è ancora molto pericolosa in Siria".

Il ritorno deve essere volontario

Allora adesso che cosa succede? All'Università di Copenaghen incontriamo un professore di diritto migratorio e dei rifugiati.html). Gli eurodeputati hanno criticato la politica della Danimarca, che però, ci dice il professore Thomas Gammeltoft-Hansen, ha diritto all'opt out e non è vincolata dalle regole comuni europee in materia d'asilo. Non avendo relazioni diplomatiche con Damasco, Copenaghen non può espellere legalmente i rifugiati il cui status è stato revocato. Il loro ritorno deve avvenire su base volontaria, conclude: "Non sono soggetti a misure di rimpatrio forzato. Ma per le persone colpite naturalmente è una situazione molto difficile. Si interrompe l'integrazione. Non ti è consentito far parte della società nello stesso modo. Ma non abbiamo esempi concreti di siriani rientrati volontariamenti dopo la revoca dello status di rifugiato".

"Non lascerò che le mie sorelle tornino in Siria"

Dal momento che non hanno nessuna intenzione di rientrare volontariamente in Siria, la famiglia Alata potrebbe trovarsi nel limbo di un centro di partenza.

Il caso è ora nelle mani del loro avvocato. La famiglia in ogni caso non intende mollare, dice Abdo Ahmad, il fratello maggiore: "Le mie sorelle per me è come se fossero mie figlie. La mia sorellina è come una figlia, a volte mi chiama papà. Non lascerò che tornino in Siria. La decisione di rimandarle in Siria è insopportabile, quali che siano le circostanze. Anche se dovessero finire in un campo di deportazione, in Danimarca, sarebbe molto più facile da sopportare, per me sarebbe molto più facile che vederle rimandate in Siria".