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Tra crisi post-Covid e la digitalizzazione: come diventa cruciale il Venture Capital

Andrea Di Camillo
Andrea Di Camillo   -   Diritti d'autore  P101
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Dalle peggiori crisi nascono nuove realtà, a condizione che ci siano finanziamenti e incentivi giusti: che cos'è il Venture Capital, come lavora? Intervista ad Andrea Di Camillo, fondatore di P101

La pandemia. E anche digitalizzazione. Due fenomeni che si sono in parte sovrapposti, quando si è reso necessario il lavoro a distanza, e che sono destinati a cambiare il nostro mondo e le nostre vite.

Con effetti che possono essere disastrosi per alcuni e meravigliosi per altri.

La crisi e l'effetto di sostituzione

La crisi innescata dalla pandemia e dalle chiusure di molti esercizi ha e avrà sempre più conseguenze diverse per settori diversi: basti pensare alle fortune del settore farmaceutico e di quello elettronico e informatico e alle contemporanee disgrazie della ristorazione, del turismo in generale, ma anche di una parte dell'indotto (forniture alberghiere, materiali e prodotti per parrucchieri, lavanderie, alcune forniture alimentari anche, oltre ai professionisti di diverse categorie - fotografi, per esempio).

Una crisi talmente asimmetrica da far prevedere una ripresa a forma di 'K', che in realtà non sarebbe tanto una ripresa quanto il consolidamento di alcuni settori e la discesa agli inferi di altri. La vera ripresa dovrebbe verificarsi un po' più in là, per un effetto di trascinamento dei settori più performanti (sale l'indotto, si torna a spendere e investire, eccetera).

Non bastano le temporanee riaperture per far davvero ripartire attività ferme da troppo tempo, e chi non ha margine finanziario rischia di chiudere presto nonostante gli aiuti messi in campo dai governi.

Naturalmente a termine si può prevedere un effetto di sostituzione, per esempio con grandi gruppi della ristorazione pronti a rilevare i ristoranti che chiudono. Magari in franchising. O l'intervento di fondi d'investimento, sulla base dell'ovvia considerazione che prima o poi la gente tornerà a mangiare, anche fuori casa.

Un effetto di sostituzione rafforzato però dalla spinta alla digitalizzazione e all'innovazione infrastrutturale, gestionale e anche di approccio al mercato delle aziende. È, insieme al 'green', la linea promossa dall'UE già prima della pandemia e a maggior ragione poi nel Recovery Fund, di cui digitale e verde sono dichiaratamente i due assi portanti. La crisi costa, l'innovazione costa e non è facile per tutti, e l'accelerazione imposta dalla pandemia è letale per molti.

Perché un Venture Capital italiano?
Non possiamo essere terra di conquista di chiunque passi di qui, chiunque abbia un sito web e abbia i mezzi e la capacità di raccogliere per offrire un servizio che noi, da cittadini e consumatori, vogliamo. Non c'è motivo per cui queste cose non vengano offerte in Italia.
Andrea Di Camillo
Amministratore Delegato P101

Vista con gli occhi di un ristoratore, o dei tanti autonomi fermi, o di chi perde il lavoro in un periodo così sbagliato, fa paura.

Un po' meno ai giovani lavoratori che possono inserirsi in un mercato giocoforza meno ingessato di prima, più sregolato e quindi low cost per un periodo, ma con prospettive di crescita, quando si sarà definita la nuova domanda di manodopera qualificata.

Molto meno a chi deve investire sulla ripresa. E qui le categorie si dividono sostanzialmente tra chi scommette su una ripresa comunque generalizzata, di cui in termini complessivi ci sono già i segnali, e chi scommette invece proprio sui settori e sulle aziende maggiormente innovative. Una cosa è l'investimento prudente in un fondo passivo, per esempio (che "ripete" sostanzialmente gli indici di borsa, acquistando o cedendo i titoli del Dow Jones o del DAX o del Cac 40 nella stessa percentuale in cui calano o crescono nel paniere. Sicché se l'indice cresce cresce della stessa percentuale anche il capitale investito); altra cosa è l'investimento nel Venture Capital: perché qualcuno dovrà pur finanziarle, le nuove imprese. E se davvero si verificherà quell'effetto di sostituzione, così legato all'innovazione tecnologica, a maggior ragione diventa cruciale il ruolo di chi raccoglie i fondi per far partire e crescere quelle imprese.

L'intervista

Abbiamo sentito Andrea Di Camillo, fondatore di P101 , di cui è presidente e AD. È il venture capital italiano, in pratica. "Focused on early-stage investments in the digital sector", come si legge sul suo sito. Cioè dedicato agli investimenti sulle start-up del settore digitale. È recente l'investimento nella spagnola BiPi, tra i suoi "campioni" Tannico, Cortilia, Milkman.

Partiamo dal contesto: come lo vede? Il contesto generale, e quello dei venture capital

"Il contesto generale è... complesso, faccio fatica a esprimermi, però secondo me come in tutte le cose ci sono grandi problemi da risolvere ma anche grandi opportunità, quindi sono direi molto positivo. Poi per natura, per quello che facciamo, siamo molto positivi perché avendo investimenti a medio-lungo termine se fossimo negativi avremmo un problema sotanziale con noi stessi.

L'Italia partiva da buon fanalino di coda per questo tipo di investimenti, ma ha un mercato che sta dimostrando una ricettività dell'innovazione che sta accelerando anche molto, e quindi è comunque un'ottima opportunità.

La stessa domanda dieci anni fa avrebbe avuto una risposta del tipo 'certo che è tutto faticoso qui'. Oggi continua ad essere tutto faticoso però sta succedendo, e quindi diciamo che il tendenziale è più che positivo.

E questo vale specificatamente per il nostro tipo di investimenti. Direi che innanzitutto l'asset class sta cominciando a diventare, grazie al lavoro che stiamo facendo adesso, che hanno fatto anche dei vostri colleghi nel corso del tempo, comincia a essere meglio identificata: cioè fino a cinque o sei anni fa il venture capital sembrava una cosa un po' da ganster californiani, e invece adesso, sia a livello istituzionale, diciamo mondo cdp, sia a livello istituzionale di investitori, che hanno cominciato in modo più o meno strutturato a coprire l'asset class, c'è ormai consapevolezza del fatto che esiste ed è uno strumento di investimento.

E in più si inizia a capire che è uno strumento anche giusto e non necessariamente solo finanziario, perché ha anche un impatto sull'economia reale, su alcuni aspetti culturali e di competitività del paese.

Poi, di ulteriormente positivo, il fatto che anche il mondo delle corporate si stia accorgendo delle startup. Finora la startup era una specia di ghetto, una categoria a parte: esistono le aziende e poi ci sono le start-up.

Complice il Covid, ma in generale complice la dimensione che hanno assunto alcuni elementi tecnologici o comunque il modello di business legato al mondo digitale, anche i grandi si sono accorti del fatto che si sarebbe dovuto fare di più.

Ne è nata una consapevolezza delle corporate, non necessariamente le grandissime, ma anche quelle di medie dimensioni, sia verso il venture capital, quindi il fatto di guardare al venture capital come a uno strumento per vedere che cosa sta succedendo, a costo tendenzialmente positivo (perché i soldi li restituiamo), e secondariamente a guardare agli oggetti finanziati dal venture capital e non necessariamente solo dal venture capital, come dei portatori di innovazione in settori e in contesti dove quel tipo di innovazione farebbe altrimenti fatica a decollare.

Un esempio su tutti, il mondo del fintech: le banche oggi combattono contro i principi di patrimonializzazione imposti dalle banche centrali, si scannano sui bassi tassi di interesse, per trovare forme di impiego per onorare la raccolta, ma non si accorgono che i clienti non vogliono più parlare con la banca. E nessuno di noi credo che più ci parli, con la banca.

La banca conserva ovviamente una sua ragion d'esistere, ci mancherebbe, forse però questa ragion d'esistere è veramente cementificata in un modo che non esiste più invece.

Quindi: attenzione del mondo istituzionale, sia come investimenti sia come impatto sull'economia, attenzione delle corporate come punto di contatto con un'innovazione che non è più prescindibile, e terza cosa la qualità del sottostante: le cose che con tanta fatica son state finanziate - noi siam partiti dieci anni fa - oggi cominciano ad avere una dimensione, in termini sia di raccolta ma anche come dimensioni di azienda.

Il venture capital, le startup e il digitale, a parte pochissime eccezioni, non inventano assolutamente niente. Noi continuiamo a dover mangiare, relazionarci con le persone, continuare a consumare dei contenuti e delle informazioni, i beni di base e i consumi di base sono assolutamente gli stessi. Sono semplicemente i modi di consumare che sono diversi
Andrea Di Camillo
Amministratore Delegato P101

Il mondo continua a considerarle delle startup ma sono anche aziende che magari fanno cento milioni di fatturato. Se non fosse stata indicata il primo giorno come startup oggi ne parleresti come della classica Pmi italiana. E invece sono aziende che crescono double, triple digit, che hanno dei vantaggi competitivi per la stessa natura per cui sono state costruite - molto più snelle, molto più tecnologiche, con una cultura diversa - per cui rappresentano già oggi dei challenger dei rispettivi mercati.Le Tannico, le Milkman, le Cortilia... parlo per le nostre, e poi ci sono tutte quelle dei nostri colleghi.

E qui si smentisce anche l'altro falso mito, quello delle startup che non guadagnano mai: è ovvio che in determinati settori - causa gli investimenti che vanno fatti, il livello di rischio, il livello di maturità di determinate tecnologie - ci va del tempo, per portarle a regime. Ma questo non vuol dire che siano delle cose destinate a perdere per sempre. Anzi.

L'altra cosa da segnalare, per quanto riguarda la qualità del sottostante: noi stiamo vedendo una qualità nel tipo di documentazione, nel tipo di proposta che ci viene fatta, che è mostruosamente differente da quello che vedevamo dieci anni fa.

Dieci anni fa non esisteva l'identificazione comune nel mondo del venture capital, quindi non solo l'investitore non sapeva dove andare a investire nel venture capital, ma nemmeno l'imprenditore sapeva che si poteva andare a prendere i soldi dal venture capital.

E quindi chi arrivava era un po' più da incubare, da supportare, da istruire con quelle che sono le regole del nostro mestiere.

Oggi non è più così: arrivano degli imprenditori che sono giovani ma non necessariamente solo giovani, che sanno come lavoriamo, noi e i nostri colleghi, che sanno le regole del venture capital, che sanno cosa si può fare e che portano delle proposte di investimento qualitativamente molto più elevate.

E questo, se mettiamo tutto insieme nel tendenziale, fa uno scenario molto interessante che va al di là poi delle euforie che spesso sono transitorie. Oggi sicuramente siamo in un momento di grandissima attenzione, ci sono alcuni piccoli segnali di cose viste nel 2000, però ci sono enormi differenze rispetto a quello che vedemmo nel 2000, e così come nel 2000 è successo, credo che succederà ancora questo: si va al di là dell'andamento dei mercati borsistici: quello su cui investiamo oggi si vedrà tra dieci anni, se poi domani Tesla crolla del 50% a noi non interessa. Ma spesso - almeno così è successo nel 2000 - le due cose sono andate insieme.

Però i tre elementi che ho citato sono molto positivi perché dicono che al netto di quello che succede sui mercati finanziari nei prossimi anni noi avremo opportunità di vedere, investire e continuare a fare quello che facciamo.

Restando sul contesto: ha parlato di qualità del sottostante ma c'è anche il circostante. Perché rispetto alle crisi precedenti qui c'è un notevole disallineamento tra le varie categorie. Un andar troppo bene di una categoria rispetto alle altre, se non c'è un riallineamento a breve-medio termine, rischia poi di causare anche bolle. Come lo valutate questo tipo di rischio? Lo valutate per settore, lo valutate anche nel contesto complessivo, siete molto facilitati dall'intervento di altri operatori, anche?

I mercati finanziari cosiddetti liquidi hanno delle dinamiche che sono completamente scorrelate da quello che facciamo noi. Tesla ha incrementato di non so quante volte la capitalizzazione perché è entrata nel Footsy, quindi entrando nel Footsy è stata pianificata da tutti i grandi fondi che investono sugli indici.

Il che non c'entra niente con la qualità dell'innovazione, del prodotto... non c'entra niente nel bene e nel male. Noi non abbiamo quel problema lì. O meglio: può esserci a volte questo problema nel momento in cui vengono immessi troppi capitali sul settore, per cui se io avessi troppi soldi a un certo punto o li investo, sono forzato a investirli, oppure se me li tengo poi i miei investitori si arrabbiano, perché me li hanno dati per investirli.

Diciamo che, non so se fortunatamente o sfortunatamente, noi questo problema non lo abbiamo. Semmai abbiamo il contrario, per cui si fa di necessità virtù.

Essendoci grandissima scarsità di capitale in Europa ma soprattutto in Italia, in cui rispetto alla media europea credo veniamo come al solito da buoni e perfetti ultimi, il tema della bolla non si presenta. Il tipo di capitale che noi immettiamo nelle nostre aziende è veramente, diciamo, centellinato.

Poi spesso purtroppo la cultura di quello che facciamo non è ancora complessivamente ben interpretata, per cui ci possono essere remore legate al fatto che non tutti gli investimenti siano destinati ad andare a buon fine. Non ci chiameremmo venture capital se dovesse andare sempre tutto bene: faremmo bond.

Quindi: bolla non c'è, ci sono aspettative di ritorno correlate ai mercati finanziari, perché a volte sono effettivamente abbastanza ambiziose, però per noi quello può essere un elemento più che positivo, non è un elemento negativo.

Il fatto che Tesla valga non mi ricordo più quante volte le revenue non vuol dire che la nostra Cortiglia valga trenta volte le revenue, ecco. Poi se qualcuno ce la paga noi siamo contenti, però le due cose non sono così osmotiche, ecco.

Nel venture capital diciamo che c'è un po' di rischio, e poi c'è anche più redditività, in generale, come tipo di investimento. Ma generalmente è un rischio limitato anche dalla condivisione del rischio, perché nessuno investe solo in un singolo fondo. Per paragonarlo un po' in un ambiente calcistico, perché tutti capiscano, potremmo pensare a quelle squadre di medio livello che hanno una rete di osservatori e scoprono giovani talenti in giro per il mondo, e quando va bene si può anche fare il botto, nella gran parte dei casi va mediamente, e poi naturalmente si può anche sbagliare previsione qualche volta. Se uno investisse solo in una singola operazione tutto il pacchetto evidentemente aumenterebbe anche il rischio, ma nessuno lo fa.

Assolutamente. Tra l'altro una delle cose che un po' ci differenzia da alcuni altri operatori - poi non so se in futuro potremmo noi stessi anche cambiare un po' approccio, però su questo principio noi siamo abbastanza disciplinati -: il principio di asset allocation che utilizziamo nei nostri investimenti considera esattamente quell'esempio calcistico. Non investiamo mai oltre una certa quota dell'intero fondo su una singola partecipata, quale che sia l'opportunità di rendimento.

E così non facciamo per settore industriale, per geografia, per tipologia di stage di investimento.

Quindi l'idea è proprio quella di andare a contenere il rischio - perché è forte, noi andiamo in cose che non hanno uno storico. Non hanno uno storico non solo imprenditoriale, l'azienda stessa è spesso nata da poco. Noi non investiamo nella fase cosiddetta 'seed', quindi abbiamo la fortuna e il vantaggio di guardare cose che hanno già dei bilanci , hanno dei kpi (Key Performance Indicator), quindi comunque una valutazione oggettiva la possiamo fare. Certo è che questa valutazione oggettiva è breve e soprattutto in un mercato in cui tendenzialmente non c'è qualcun altro da guardare - altrimenti non investiremmo lì -, per cui la banca dice 'ti affido il credito perché tutto l'indice del settore dell'edilizia sta trainando, e quindi il rischio del singolo investimento è contenuto'. Noi questo discorso non lo possiamo fare perché guardiamo cose che non hanno ancora dei comparable, o meglio ne hanno talmente pochi che non sono significativi.

Proprio per questi motivi i nostri investimenti sono frammentati in modo da costruire un puzzle in cui il contenuto è quello di un importante upside, ma il rischio non è concentrato. Motivo per cui ad esempio con Azimut abbiamo fatto questa cosa - non so se primi al mondo o primi in Europa - in cui un pezzo degli investimenti nuovi che stiamo facendo dal 2020 ad oggi sono fatti anche con una parte di raccolta fatta su una clientela retail. Proprio perché è vero che il venture capital per sua stessa definizione è rischioso, ma se fatto in un certo modo, con una certa concentrazione sia nostra che per l'investitore stesso, se viene fatto con razionalità e non solo con entusiasmo, è un'asset class come un'altra, che ha i suoi up and down come tutte le asset class.

Nel 2002 ero uno dei fortunati sottoscrittori dei bond... dei Tango bond. Avrei fatto meglio a investire nei venture capital.

Ecco, appunto: il rischio è ridotto anche dalla sua esperienza personale, perché Lei ha fatto anche molta esperienza nel settore prima della fondazione di P101. Che cosa gliel'ha fatto fare? E soprattutto, qual è il vantaggio per il sistema Italia dall'avere un venture capital italiano?

Me lo fa fare il fatto che è un bellissimo lavoro. Adesso, parliamo nel modo più romantico, dicendo che forse nel mondo, diciamo, tra l'imprenditore e l'investitore, perché noi siamo una specie di ibrido, è il mondo meno noioso e più divertente che ci sia.

Noi vediamo, tendenzialmente: lavoriamo con gente intellettualmente brillante, che siano i nostri investitori, che siano le società cui diamo i soldi; è un percorso che non è speculativo, quindi noi non compriamo e vendiamo una cosa in modo sterile, ma ci sentiamo anche molto parte della cosa perché prendiamo parte dalla nascita... insomma siamo dei buoni padrini, no? E lo siamo per tanto tempo.

Vediamo quando una cosa succede, quando Cortilia... ogni volta che esco di casa, scendo e vedo un furgone, ancorché non sia io l'imprenditore, ma mi sento un pezzo di questa cosa che sta cambiando un pezzo dell'abitudine dei consumi delle persone di tutti i giorni. Il motivo quindi per cui lo facciamo è quello.

C'è un motivo anche - deve esserci - di ritorno, perché se fatto bene questo è un mestiere che a parità di capitali può essere molto più redditizio. Se vediamo i ritorni degli indici dei grandi fondi americani sono impressionanti: perché chi ha investito in Google, chi ha investito in Facebook eccetera... È vero che sembra sempre un po' una leggenda, ma c'è qualcuno che l'ha fatto, cioè, c'è gente che ha investito due milioni di dollari per una cosa che oggi vale cento miliardi. Il ritorno è semplice da calcolare.

Questa cosa, anche se non con quell'ordine di grandezza, vale anche in Europa e anche in Italia, e quindi c'è sempre anche una considerazione di ritorno economico. Ripeto: a parità di capitali, perché certo che oggi il private equity è un'opportunità interessante, ma per essere minimamente visibili nel mondo del private equity bisogna avere dal mezzo miliardo in su. Noi comunque siam partiti con trenta milioni e con trenta milioni abbiamo fatto delle cose dignitose, quantomeno.

Per l'Italia, perché è importante?

Primo, perché non possiamo essere terra di conquista di chiunque passi di qui, chiunque abbia un sito web e abbia i mezzi e la capacità di raccogliere per offrire un servizio che noi, da cittadini e consumatori, vogliamo. Non c'è motivo per cui queste cose non vengano offerte in Italia.

Le aziende tradizionali, come abbiamo detto all'inizio, per motivi di legacy faticano a cancellare la propria identità: per esempio l'Esselunga, che ha un patrimonio immobiliare di migliaia o centinaia di punti vendita, perché se li dovrebbe sovrascrivere offrendo un servizio online? E parlo di Esselunga che è stata la prima a offrire un servizio online, ma l'ha sempre fatto tenendo a mente che il 99,9% del fatturato viene dai punti vendita.

Diciamo che se viene un signore come Amazon, a quello non gliene importa niente, anzi ci specula sul fatto che l'altro abbia tutta la legacy legata a una gestione logistica molto meno flessibile.

Quindi non c'è motivo per loro di non farlo, con i loro x miliardi, nessuno sa quanti siano, che tra l'altro è curioso, no? Noi abbiamo un'entità giuridica in Italia di cui nessuno sa quanto fattura e quanto ha impatto sull'economia... Adesso: il fisco italiano sa ogni euro che io pago o non pago , come mai un soggetto che muove svariati miliardi non si sappia, diciamo che dovrebbe destare qualche...

Ovviamente questo noi lo diciamo da qualche decennio, ormai qualcuno si sta muovendo, anche un po' tardi.

Tornando alla domanda: è necessario, al di là dell'opportunità come investimento, al di là del fatto che il venture capital è uno strumento di mobilità imprenditoriale che non è prescindibile, non può esserci Del Vecchio per tutta la vita, perché augurandogli mille anni di vita, a un certo punto pure lui deciderà di pensionarsi. Ci devono esere dei nuovi Del Vecchio, e questi nuovi Del Vecchio li deve finanziare qualcuno.

E ci devono essere perché portano cultura, portano occupazione, occupazione diversa, portano meritocrazia, eccetera.

Quindi perché la dobbiamo fare? Per mille motivi diversi: perché se no veniamo conquistati da qualcun altro, che non ha legame, come dire... constraint di giurisdizione, questo è il mondo digitale, io posso essere anche in Papua Nuova Guinea e conquistare gli Stati Uniti.

Fare le aziende come facciamo noi, investire in queste aziende che permettiamo di fare, non solo costruisce imprenditori, ricchezza, ed entità economiche autosufficienti, ma costruisce anche cultura manageriale, e questo vale per le aziende che vanno bene ma soprattutto per quelle che vanno male.

Cioè: a chi ha fatto una cosa che non è andata bene avremo pagato il più costoso master della storia.

E questo è l'aspetto della famosa cultura del fallimento che non c'è in Italia, dove si confonde sempre il fallimento con quello inteso in senso giuridico.

Ma il fallimento di una cosa che non ha funzionato, al di là del fatto che la conseguenza sia poi eventualmente quella giuridica, è la cosa più naturale: a scuola si fanno gli esercizi e si impara da quelli sbagliati, no? Non da quelli giusti.

E quindi complessivamente il valore del fare questa attività, anche rispetto al private equity: il private equity compra e vende azioni, poi lo fa in un mercato illiquido ma magari aggrega, fa diventare più grande un'azienda perché è molto più propenso al meccanismo del buy and build, ma dopo non investe nell'azienda. Noi investiamo nel capitale, che vuol dire pagare stipendi, e pagare sviluppo e immobilizzazioni tecnologiche.

Uno dei problemi che abbiamo è che spendiamo indirettamente un sacco di soldi su Google e su Facebook: ma perché? Perché non esiste una piattaforma europea o italiana su cui promuovere i servizi delle nostre aziende. E questo è un effetto del non aver avuto venture capital quando doveva esserci.

Dal 2001 al 2012, quando noi siamo partiti col primo fondo, negli Stati Uniti sono stati investiti mi sembra 700 miliardi nel venture capital. In Italia 500 milioni, nello stesso periodo. Ora: se tutti questi soldi fossero finiti in un'azienda, diciamo una Google con 700 miliardi e una Virgilio con 500 milioni: per quanto quello di Virgilio possa essere uno brillante, con mille volte meno soldi neanche Mandrake può far qualcosa.

Detto del perché farlo, resta il come: c'è anche un po' un rischio che si italianizzi troppo. Io ho lavorato nel 2011-12 a un tavolo di lavoro al Ministero dello Sviluppo Economico con l'allora governo Monti e con Passera, e una delle prime cose che dicemmo era: a) qualcunque cosa verrà fatta va raccontata compiutamente; b) non va fatta per una legislatura, ma va fatta per un periodo di tempo sufficientemente lungo - la start up non è: oggi ho investito 100.000 euro e domani ho Google. Google ci ha messo 25 anni a essere Google. Amazon trenta. Quindi: ogni azienda ha bisogno del tempo per crescere; e la terza cosa è: non inventiamoci le cose da zero. Perché l mondo del venture capital non lo stiamo inventando qui, ed è partito in tutti i paesi del pianeta, almeno nelle 20 economie alle quali noi ci paragoniamo, sempre nello stesso modo: e uno dei modi è incentivare, mettere a disposizione le risorse finanziarie, ma non direttamente. Cioè, lo Stato non può fare l'IRI del Venture Capital, perché è il modo per non fare Venture Capital. Ma perché c'è un conflitto tale e talmente forte che non è possibile farlo.

Sarebbe troppo condizionante l'intervento pubblico diretto, da questo punto di vista

È condizionante perché è la natura di questi oggetti: oggi io metto un milione in una società per fare una cosa, e tra tre mesi scopriamo che quella cosa lì non è più quella giusta, la cambiamo, ne mettiamo altri tre. Il fondatore si innamora di una ballerina, sparisce e dobbiamo prendere qualcun altro... Sono decisioni che vanno prese istantaneamente, nella natura di questi oggetti. Un soggetto che agisce con capitali complicati come quelli pubblici, o semi-pubblici, non può prendere queste stesse decisioni, perché nessuno lo farebbe. Se io fossi un dirigente dello Stato e provassi a dire 'facciamo il write off di dieci milioni dell'azienda x', mi troverei poi addosso la Corte dei Conti, e chi è che gli va a spiegare che siccome ci siamo visti una sera, ne abbiamo parlato, abbiamo deciso che quella non era una buona opportunità?

Certo, però resta fondamentale l'intervento indiretto, invece, del pubblico

Assolutamente. Ci sono vari interventi indiretti: quello che si sta facendo è ottimo, per la parte degli indiretti, perché si stanno mettendo risorse anche numericamente che cominciano a essere decenti, e si stanno dando anche a nuovi operatori, che è sicuramente un pezzo del puzzle importante. A me piacerebbe tantissimo avere la taglia di una Sequoia. Quindi avere 10, 20 miliardi in gestione. Potremmo fare delle cose meravigliose. Ma una sola Sequoia non può fare un mercato.

Quindi meglio tanti P101, un po' più piccoli, invece di pochi e grandi. Perché non si creerebbe competizione, si creerebbero delle distorsioni, e tutta una serie di problematiche. Però è ovvio che più la P101 di turno riesce a crescere e più può giocare su una serie di tavoli da cui oggi siamo molto spesso esclusi.

Essendo l'Italia un po' più indietro, se domani Cortiglia volesse lanciarsi in Germania non lo potremmo fare come abbiamo fatto nel 2011 quando ho investito i miei primi 100.000 euro. Bisogna andare lì e mettergli 30, 40, 50 milioni. Oggi noi a quel tavolo non ci siamo, non c'è nessun italiano.

Cosa si aspetta da Draghi? Continuità rispetto al precedente, o magari una maggiore sensibilità al venture Capital? E quando voi valutate il rischio, quanto incide il potenziale di internazionalizzazione dell'impresa?

Direi solo di confermare quanto già stiamo facendo. Poi un tema è mettere le risorse come CDP sta facendo, e un tema che a mio giudizio, se ben raccontato, è forse ancora più potente, è quello di incentivare gli investimenti privati. Cioè: oggi c'è una legge che è ancora quella su cui noi lavorammo nel 2011, e incentiva gli investimenti privati diretti nelle cosiddette start-up. Se quella legge venisse prorogata, migliorata e chiarita in alcuni suoi ambiti di efficacia, quello è uno strumento che può liberare risorse infinite e non gravare su un soggetto che ha già tanti tavoli di lavoro come la CDP di turno.

Quindi l'accoppiata tra un soggetto istituzionale come CDP e l'incentivo per istituzioni, privati, asset manager e industriali del venture capital, senza inventarsi nulla di nuovo, perché queste sono misure che hanno già utilizzato in diversi paesi. Non c'è nient'altro da fare.

L'importante è non cercare di inventarsi qualcosa di nuovo. Ci sono già delle cose, usiamo quelle che già abbiamo magari usandole meglio, migliorandole ove necessario, anche relazionandosi con gli operatori che ci sono e che a questo punto cominciano anche ad avere una certa età, e quindi qualcosa si suppone che l'abbiano elaborato.

Per esempio, per l'investimento sulle start-up, molte banche banche in Europa propongono ai risparmiatori dei pacchetti, che poi sono de-fiscalizzati: l'intervento indiretto dello Stato si esplicherebbe in quei termini?

Esattamente. Quella cosa è potentissima, perché oggi per come è fatta la normativa, che comunque è molto interessante, dice 'se tu investi in una startup fino a 100.000 euro all'anno - adesso non mi ricordo qual è l'ammontare preciso - quei 100.000 nel 2020 per il 50% li risparmi in tasse'.

Questa è una leva mostruosa, perché ovviamente ti limita molto questo investimento, perché cominciare a investire una cifra significativa - 100.000 euro cominciano a essere una cifra significativa - in un oggetto che va capito evidentemente limita un po' il raggio d'azione.

Nel momento in cui questa misura fosse anche a favore dei fondi di Venture Capital, dove si presuppone che noi - essendo vigilati, avendo i soldi a disposizione, essendo qui da dieci anni eccetera, a quel punto il nostro è un asset class che se bilanciato in un portafoglio anche di un privato è uno strumento eccezionale. Se gli aggiungiamo il beneficio fiscale, abbiamo fatto bingo.

Per cui questa parte è forse la cosa che suggerirei a Draghi.

Poi, il potenziale di internazionalizzazione dell'impresa, se è fondamentale: ni.

Si sulla carta e sinceramente mi stupirei se gli oggetti in cui andiamo a investire non avessero un potenziale internazionale. Che poi tutto lo story telling sia 'go international or go home', no.

Faccio di nuovo l'esempio di Cortiglia: il mondo del grocery in Italia vale 120 miliardi, 60 milioni di persone mangiano tre volte al giorno, perché dovrei complicarmi la vita andando in Germania o in un altro paese?

Se poi il modello si consolida, ovviamente una delle chiavi di sviluppo è l'internazionalizzazione. Però se pensiamo di nuovo al fintech, che si muove in un ambito molto regolamentato ancora a livello di singolo paese anche in Europa, è talmente grande che se riesco a fare una fineco in Italia son contento. I problemi sono altri.

Comunque non sarà solo fintech. L'innovazione in teoria può anche essere il recupero di una tradizione che rischia di essere perduta, o che si è perduta

Assolutamente. Il venture capital, le startup e il digitale, a parte pochissime eccezioni, non inventano assolutamente niente. Noi continuiamo a dover mangiare, relazionarci con le persone, continuare a consumare dei contenuti e delle informazioni, i beni di base e i consumi di base sono assolutamente gli stessi, e mi verrebbe da dire sono gli stessi da quando l'Uomo è nato. Sono semplicemente i modi di consumare che sono diversi, ed effettivamente questo canale digitale che in quest'anno di pandemia evidentemente ha sottolineato più che mai quest'esigenza, dice che si può fare in un altro modo, ma Tannico vende il vino, non vende Bitcoin. Sempre vino vendiamo, poi vengono percepite come tech companies perché una componente di tecnologia per vendere meglio il vino effettivamente è fondamentale, ma sempre vino vendiamo.

Si, poi tutto questo incide sul lavoro, sui contratti eccetera, ma è un altro discorso...

Sì, quello è un grandissimo problema che sta da un'altra parte. Ma di nuovo, è anche un'opportunità: il poter liberare, rendere più autonomo - alle giuste condizioni, ovviamente - il lavoro del singolo è il futuro. Oggi è evidente che c'è il problema del big worker, dei rider, e lo sfruttamento di professioni considerate o percepite come a basso valore aggiunto.

Però la possibilità anche per professioni sempre più sofisticate di dire 'io dispongo del mio tempo', in un modo che effettivamente sia misurabile e gestibile - lo vediamo adesso: io posso lavorare in tuta da ginnastica perché ho deciso che vado a correre alle nove e mezza, o alle 12... Cosa che nel formato 9-18 non era gestibile. Perché è inefficiente.

Certo, poi sta alla politica pensare a chi non può, evidentemente, comunque lo sviluppo è quello

La tecnologia lo può rendere possibile per tutti. Con un po' di buon senso, anche.