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Pena di morte, esecuzioni crollate nel 2020: mai così basse in un decennio

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Di Chantal Da Silva
Una donna manifesta a Parigi il 28 agosto 2010 contro la condanna a morte di Sakineh Mohammadi Ashtiani
Una donna manifesta a Parigi il 28 agosto 2010 contro la condanna a morte di Sakineh Mohammadi Ashtiani   -   Diritti d'autore  Michel Euler/AP2010
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È diminuito di un quarto rispetto al 2019 il numero di esecuzioni di condanne a morte registrate in tutto il mondo nel corso del 2020.

I dati arrivano da Amnesty International, che in un rapporto di 63 pagine su condanne a morte ed esecuzioni nel 2020 ha detto di aver registrato 483 esecuzioni in 18 paesi nel corso dello scorso anno: un minimo storico, secondo l'organizzazione.

Nonostante il 2020 abbia comunque segnato "una scioccante perdita di vite umane, con molti giustiziati dopo processi grossolanamente ingiusti", Amnesty ha accolto con favore la notizia di un calo delle esecuzioni rispetto al 2019, quando ne erano state registrate 657.

"Abbiamo assistito al numero più basso in almeno un decennio", ha dichiarato mercoledì a Euronews in un'intervista telefonica Chiara Sangiorgio, consulente di Amnesty International sulla pena di morte.

Sottolineando come la cifra rappresenti una diminuzione del 70% rispetto al 2015, quando Amnesty ha registrato un picco di 1.634 esecuzioni, Sangiorgio ha detto di credere che il calo rappresenti "cambiamenti più sostenuti e progressi a lungo termine" per le nazioni di tutto il mondo.

Il calo più eclatante. secondo Amnesty, si sarebbe verificato in Arabia Saudita, dove le condanne a morte eseguite sono crollate dell'85 per cento, da 184 nel 2019 ad appena 27 nel 2020.

In Iraq, invece, le esecuzioni sono state più che dimezzate da 100 nel 2019 a 45 l'anno scorso.

Nel frattempo, l'organizzazione ha detto che "nessuna esecuzione è stata registrata in Bahrain, Bielorussia, Giappone, Pakistan, Singapore o Sudan - tutti paesi che hanno giustiziato prigionieri nel 2019".

Il ruolo della pandemia

Sangiorgio sostiene che parte del calo delle esecuzioni potrebbe essere attribuito ai ritardi causati dalla pandemia di coronavirus.

"Certamente, la pandemia ha un effetto", ha detto. Tuttavia, gran parte del calo sembrerebbe dovuto a una tendenza più "a lungo termine" di riduzione delle esecuzioni.

"Speriamo - aggiunge - che il 2021 non sia l'anno in cui vedremo annullati tutti questi progressi che sono andati consolidandosi per molto tempo".

In una dichiarazione fornita da Amnesty International, Agnès Callamard, segretario generale dell'organizzazione, ha affermato che dovrebbe essere una preoccupazione l'eventualità che, anche nel mezzo di una pandemia, i paesi continuino a eseguire le condanne.

"Mentre il mondo si concentrava sulla ricerca di modi per proteggere le vite dal COVID-19, diversi governi hanno mostrato un'inquietante determinazione a ricorrere alla pena di morte e a giustiziare le persone a qualunque costo", ha detto la Callamard.

"La pena di morte è una punizione ripugnante e perseguire le esecuzioni nel mezzo di una pandemia evidenzia ulteriormente la sua intrinseca creudeltà", ha aggiunto.

"Lottare contro un'esecuzione è difficile anche nei momenti migliori, ma la pandemia ha comportato che molte persone nel braccio della morte non hanno potuto accedere a una rappresentanza legale personale, e molti di coloro che volevano fornire supporto hanno dovuto esporsi a notevoli, nonché assolutamente evitabili, rischi per la salute", ha detto Callamard, aggiungendo: "L'uso della pena di morte in queste condizioni è un assalto particolarmente feroce ai diritti umani".

Migliaia di casi nascosti

Amnesty International ha anche sottolineato che le sue cifre rappresentano "solo i casi minimi conosciuti", con alcuni paesi che nascondono i dati sulla pena di morte o forniscono informazioni parziali.

Le autorità cinesi, ad esempio, considerano "segreto di stato" le informazioni sulle esecuzioni e sulle condanne a morte nel paese, secondo Amnesty.

Di conseguenza, i rapporti dell'organizzazione non includono dati dalla Cina. Tuttavia, presentando il suo rapporto, Amnesty chiarisce : "Si ritiene che la Cina giustizi migliaia di persone ogni anno, il che significa che l'anno scorso sarà stata - ancora una volta - la nazione più impegnata al mondo nell'esecuzione della pena capitale".

Dopo la Cina, sempre secondo i dati di Amnesty, ci sarebbe l'Iran con almeno 246 esecuzioni, seguito da Egitto (almeno 107), Iraq (almeno 45) e Arabia Saudita (27).

"Iran, Egitto, Iraq e Arabia Saudita - scrive l'organizzazione - hanno rappresentato la stragrande maggioranza (88%) di tutte le esecuzioni note nel corso del 2020"

Negli Stati Uniti, l'unico paese americano ad effettuare esecuzioni note nel 2020, le esecuzioni federali sono state riprese sotto l'ex presidente Donald Trump dopo un vuoto lungo 17 anni.

La ripresa delle esecuzioni ha visto dieci persone messe a morte in rapida successione in meno di sei mesi.

Nel frattempo, anche paesi come India, Qatar, Taiwan e Oman hanno ripreso le esecuzioni.

Nel complesso, il rapporto di Amnesty ha registrato le seguenti esecuzioni nel 2020, con i numeri che rappresentano i casi minimi conosciuti:

  • Iran: 246
  • Egitto: 107
  • Iraq: 45
  • Arabia Saudita: 27
  • Stati Uniti: 17
  • Somalia: 11
  • Yemen: 5
  • India: 4
  • Oman: 4
  • Botswana: 3
  • Sud Sudan: 2
  • Sudan: 2
  • Bangladesh: 2
  • Qatar: 1
  • Taiwan: 1
  • Corea del Nord: Sconosciuto
  • Siria: Sconosciuto
  • Vietnam: Sconosciuto

"Quadro positivo"

Nella sua dichiarazione, Callamard ha detto che "nonostante il continuo perseguimento della pena di morte da parte di alcuni governi, il quadro generale nel 2020 è stato positivo".

"Esortiamo i leader di tutti i paesi che non hanno ancora abrogato questa punizione a fare del 2021 l'anno in cui porranno fine alle uccisioni sancite dallo stato per sempre", ha detto.

Fino ad allora, ha detto che Amnesty "continuerà a fare campagna finché la pena di morte verrà abolita ovunque, una volta per tutte