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Giornata Mondiale del Cancro: un vaccino potrà mai sradicare l'altra grande pandemia del XXI secolo?

Di Marta Rodriguez Martinez
Una vaccinazione contro il papilloma virus nel 2007
Una vaccinazione contro il papilloma virus nel 2007   -   Diritti d'autore  John Amis/AP
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Non si muore solo di Covid-19 in questa pandemia. Nel 2020, circa 10 milioni di persone sono morte di cancro, il quintuplo dei decessi causati dal nuovo coronavirus - come certifica l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in occasione della Giornata Mondiale del Cancro.

Ci sono poi le vittime collaterali dell'emergenza sanitaria, che hanno avuto una diagnosi tardiva o hanno dovuto affrontare ritardi nell'inizio delle cure a causa della saturazione dei sistemi sanitari.

Tra marzo e giugno 2020, come conseguenza del lockdown, in Spagna è stato rilevato il 21% in meno di nuovi casi di tumore. Lo dicono i dati dell'Associazione spagnola di comunicazione scientifica (AECC).

Il cancro non dà tregua. In tutto il mondo, nell'ultimo anno, sono state 19,3 milioni le diagnosi. Si stima che una persona su cinque si sentirà dire dai medici di avere un tumore, nel corso della propria vita.

L'OMS avverte che entro il 2040 questo numero aumenterà fino al 50% della popolazione mondiale.

Tanto si parla di vaccini, di questi tempi. Anzi, mai come di questi tempi. Ma ci sarà mai una campagna vaccinale in grado di aiutarci nella lotta contro i tumori?

I vaccini sono somministrati al fine di ottenere un'immunità duratura. Si inoculano nel corpo umano parti attenuate o inattivate di una malattia, allo scopo di insegnare al sistema immunitario a difendersi.

L'unica malattia che è stata completamente sradicata da una vaccinazione è stato il vaiolo, un virus con un alto tasso di mortalità - il 30% di chi viene infettato -, caratterizzato dalla comparsa di pustole che scatenano una risposta infiammatoria fatale.

L'ultima persona ad avere contratto il vaiolo si è ammalata nel 1977. Tre anni dopo, l'OMS ha certificato la sua eradicazione. Decisivo fu il contributo di un vaccino con il quale veniva iniettato il virus vaccinia, isolato per la prima volta nei cavalli e simile a quello che provoca il vaiolo. Inoculato in persone sane, provocava una lieve forma della malattia ed educava il sistema immunitario a rispondere alla minaccia prima di venire in contatto con il virus più letale.

Lunga è però la lista delle malattie che la vaccinazione è riuscita a ridurre al lumicino. Tra esse: difterite, poliomielite, morbillo e tetano.

Vaccini già esistenti contro il cancro

Attualmente esistono già vaccini che possono prevenire alcuni tipi di cancro. Tuttavia, il problema è la maggior parte dei casi di tumore non hanno origine da un agente infettivo come virus o batteri, spiega a Euronews il ricercatore Rubén Pío, direttore del programma di tumori solidi all'Università di Navarra.

"Dobbiamo distinguere tra vaccini preventivi e terapeutici", dice Pío. "Il vaccino COVID, per esempio, è preventivo perché lo si riceve quando si è sani per attivare i meccanismi di difesa contro l'agente infettivo".

Il sistema immunitario può essere allenato a difendersi da virus che possono causare il cancro, ma solo il 25% dei casi è provocata da un'infezione, secondo dati OMS. Ecco perché il campo della vaccinazione preventiva contro il cancro non è molto esteso.

Ci sono tuttavia degli esempi.

Il più diffuso è il vaccino contro il papillomavirus umano (HPV). Trattasi di un'infezione che può causare tumori alla cervice o alla gola. Un altro vaccino che può prevenire alcuni casi di cancro, in particolare il cancro al fegato, è il vaccino contro l'epatite B.

Ma le possibilità della vaccinazione contro il cancro non si limitano solamente alla prevenzione. "Si possono utilizzare anche vaccini terapeutici, che insegnano al sistema immunitario a riconoscere il tumore quando è già presente", spiega il ricercatore.

Pío cita per esempio il vaccino Heberprovac per trattare il cancro alla prostata avanzato, sviluppato da scienziati cubani. La sua sperimentazione clinica è stata estesa nel 2019.

Un altro esempio, sottolinea il ricercatore, è la terapia del bacillo di Calmette-Guérin (BCG) usata per trattare il cancro alla vescica "iniettando un virus attenuato simile a quello della tubercolosi per generare una risposta immunitaria che attacca il tumore".

Una malattia diversa in ogni persona

Un altro grande ostacolo alla vaccinazione contro il cancro è che la malattia prende forme diverse nel genoma di ogni persona, a differenza di quanto può accadere con un virus come il coronavirus, che invece è universale.

Con il cancro, Pío spiega che il danno al DNA di ogni persona cambia, e non esiste per esempio un antigene universale per tutti i tumori del polmone.

"Non solo non esistono due cancri uguali, ma nella stessa persona lo stesso cancro si evolve", dice il ricercatore. Per questo alcuni trattamenti smettono di funzionare dopo un certo periodo in alcuni pazienti. "Non si può mai dire mai, nella scienza, ma sembra difficile sequenziare le alterazioni di un tumore specifico per progettare un vaccino universale".

La ricerca sta avanzando verso una medicina oncologica personalizzata, grazie allo sviluppo delle conoscenze sul genoma umano e alle tecnologie che permettono di sequenziare le alterazioni specifiche di ogni paziente, spiega Pío.

La chiave di tutti questi progressi - che rientrano nel campo dell'immunoterapia - è capire come le difese del corpo rispondono all'attacco delle cellule tumorali.

I vaccini sono solo una strategia, continua Pío.

Speranza nel sistema immunitario

"Il cancro è stato la principale causa di morte nell'ultimo mezzo secolo".

Queste le parole dell'immunologo giapponese Tasuku Honjo nel suo discorso di accettazione del premio Nobel per la medicina nel 2018, per le sue scoperte sul trattamento del cancro attraverso l'immunoterapia.

L'aumento della vita media è un fattore che ci pone tutti più a rischio.

Per combattere il cancro, è fondamentale per gli scienziati decifrare i segreti dei nostri sofisticati sistemi immunitari.

"La specie umana ha potuto sviluppare un sistema di riconoscimento immunitario così sofisticato da includere anche la ricombinazione genetica. Un meccanismo che deve essersi sviluppato accidentalmente, probabilmente circa mezzo miliardo di anni fa, quando si sono evoluti i vertebrati. Da allora in poi, deve essere persistito attraverso la selezione naturale a causa del vantaggio di sopravvivere alle malattie infettive. Considerando che la probabilità di tale mutazione e selezione deve essere incredibilmente bassa, gli umani sono molto fortunati".