Tra "spinta finale", possibilità di accordo provvisorio da ratificare all'Europarlamento in gennaio e allungamento del periodo di transizione (ma Boris Johnson dice no), l'accordo commerciale sulla Brexit tra UE e Regno Unito tiene banco anche in questi ultimi giorni del 2020.
Ci siamo quasi. Adesso serve la spinta finale.
I negoziatori della Brexit sembrano ad un passo per raggiungere il tanto sospirato accordo commerciale tra UE e Regno Unito.
Il piano di David Frost, capo negoziatore inglese, per risolvere il problema delle quote di pesca dell'UE nelle acque britanniche, ultimo pomo della discordia, è atteso alla prova dei fatti.
Il capo negoziatore dell'UE, Michel Barnier, incontrando a Bruxelles i 27 ambasciatori dell'UE, è stato categorico sull'mportanza del momento, a suo modo storico.
Barnier: "Siamo nel momento cruciale"
Michel Barnier:
"Siamo davvero nel momento cruciale, ci sono stati dei progressi, e gli stiamo dando la spinta finale. Tra dieci giorni il Regno Unito lascerà il mercato unico e io continuerò a lavorare in totale trasparenza con il Parlamento europeo e gli Stati membri".
Gli Stati membri dell'UE stanno insistendo per prendere in considerazione la possibilità di un allungamento delle trattative anche oltre il 31 dicembre, riconoscendo l'importanza di un accordo che salvaguardi centinaia di migliaia di posti di lavoro, sia in Europa che nel Regno Unito: un accordo che non dovrebbe andare in frantumi per divergenze sul settore - comunque piccolo - della pesca.
Ursula von der Leyen prova a convincere Boris Johnson
Ma il primo ministro britannico Boris Johnson è irremovibile: e se non ci sarà un accordo, dal 1° gennaio 2021, le due parti seguiranno le regole del'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO, World Trade Organization).
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, dopo una telefonata con Downing street, non dispera, tuttavia, di far cambiare idea a Johnson.
Con lo scadere del tempo per il voto del Parlamento europeo su un potenziale accordo, la Commissione europea potrebbe applicare un accordo provvisorio a partire dal 1° gennaio, con il voto degli eurodeputati previsto in seguito.
Una pesca "spinosa"
La pesca è sempre stata una questione spinosa, nel rapporto del Regno Unito con l'Unione europea.
I sostenitori della Brexit la vedono come un simbolo di sovranità, che ora sarà finalmente riconquistato.
Ma l'UE vuole l'accesso per le sue imbarcazioni e ammette che raggiungere un "accordo equo" sulla pesca è una condizione indispensabile (e preliminare) per un accordo di libero scambio, senza tasse nè tariffe.
Regno Unito: una sovranità pagata a a caro prezzo?
L'opzione avanzata da Londra mirerebbe ad un calo del 30%, dopo un periodo di transizione di 5 anni, del valore della pesca dell'UE autorizzata nelle acque britanniche, mentre
Bruxelles non ne vuole proprio sapere.
Si attende, con fiducia, di scoprire il piano di David Frost: il capo negoziatore inglese avrebbe deciso di "abbassare le pretese" sui diritti di pesca, rendendo più "digeribile" l'accordo al collega Barnier.
Accordo o non accordo, secondo gli economisti l'Europa avrebbe molto meno da perdere rispetto al Regno Unito, che è molto dipendente dal Vecchio Continente, anche se Londra dovrebbe mantenere la sua supremazia finanziaria.
A pochi giorni dalla scadenza, le stime parlano chiaro: un "No Deal" porterebbe a una perdita di PIL per l'Ue dello 0,75% entro la fine del 2022. Da parte britannica la perdita sarebbe, invece, di quattro volte maggiore, pari al 3%.
A quasi 40 anni dalla sua integrazione nel mercato comune, il Regno Unito rischia di pagare a caro prezzo il suo desiderio di riconquistare la propria "sovranità".