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Abbiamo chiesto a uno psichiatra francese come si fa a sopravvivere ad un nuovo lockdown

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Di Laurence Alexandrowicz
Solitudine da confinement/2 a Parigi
Solitudine da confinement/2 a Parigi   -   Diritti d'autore  AP Photo/Lewis Joly
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Strade vuote, comunicazioni a distanza, buone e cattive abitudine, le chiacchiere in balcone con i vicini... solo il tempo (e un nuovo Dpcm) ci diranno se anche gli italiani dovranno ben presto riabituarsi a vivere in lockdown totale.

Ma come si fa? Lo abbiamo chiesto ad uno psichiatra francese, visto che la Francia questa volta ci precede quanto a curva epidemiologica e introduzione di misure restrittive.

Lui si chiama Serge Hefez ed è responsabila dell'unità di terapia familiare nel servizio di psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza dell'ospedale Pitié-Salpêtrière di Paris.

Quali sono i meccanismi che **ci consentono di sopportare questo nuovo confinamento (assieme ai ripetuti attacchi terroristici sul territorio francese)?

**"Ciò che rende possibile sopportare una serie di drammi a ripetizione è sentirsi connessi gli uni agli altri, sentirsi parte di una comunità, di una società. Si tratta del tessuto connettivo, quel tessuto che ci protegge. Non c'è niente di peggio di quando si sfalda. Durante il primo lockdown, si è creata una bellissima unità contro il virus. Ci siamo sentiti uniti, alleati, parte della stessa comunità, dello stesso destino. Ci siamo sacrificati tutti per il bene comune".

"Oggi assistiamo sempre più a discorsi divisivi. C'è chi è privilegiato, chi ha un lavoro, e poi ci sono i commercianti, gli operatori dello spettacolo, le categorie perdenti in questa storia. E gli anziani, che possono avercela con i giovani perché non stanno sufficientemente attenti...

"E per finire, ci sono tutti questi attacchi che contribuiranno a mettere le comunità le une contro le altre, creeranno un'islamofobia di cui i musulmani sono le prime vittime, e questa islamofobia frammenterà ancora di più le cose. Ci farà perdere questo sentimento di fraternità, di unità, di solidarietà".

Il fatto che abbiamo già subito un confinamento renderà tutto più facile o più difficile?

"La prima reclusione è stata un'esperienza inattesa. Ci siamo trovati di fronte a un fatto completamente nuovo, ci siamo rimboccati le maniche, abbiamo cercato di rendere tutto il più sopportabile possibile. Abbiamo immaginato, abbiamo ha creato un altro modo di connetteci, di farlo virtualmente, di organizzare il proprio spazio a casa, la propria postazione di telelavoro; abbiamo diviso il tempo della giornata tra noi stessi e i bambini, ma con l'idea che ci fosse una temporalità. Lo abbiamo fatto per due, tre mesi, e poi sarebbe arrivaata l'estate, e tutto sarebbe ricominciato come prima".

Stavolta davanti non abbiamo più l'estate e il ritorno alla normalità: temo che tutto ciò che abbiamo imparato durante il primo lockdown verrà perso nel secondo proprio a causa di questa ansia del tempo.
Serge Hefez
Psichiatra

"Ma ora non abbiamo più la stessa prospettiva, entriamo di nuovo in una specie di tunnel, senza sapere come si fermerà, e la percezione del tempo tende a dilatarsi all'infinito. Vediamo solo i lati negativi, spaventosi. E temo che tutto ciò che abbiamo acquisito durante il primo lockdown verrà perso nel secondo proprio in relazione a questa ansia del tempo".

"Inoltre, può sembrare aneddotico ma stiamo entrando in inverno, in una sorta di notte buia; le vacanze di Natale potrebbero essere compromesse, sono molto preoccupato per il morale dei francesi".

Confinamento significa solitudine. Che consiglio può darci per far sì che questo periodo trascorra al meglio?

"Il consiglio è proprio non lasciare che questo collegamento [con gli altri] si rompa. Richiederà più sforzi per mantenerlo, perché c'è più ansia; ci sarà la tendenza a ripiegarsi su se stessi, soprattutto per i single e gli anziani, ed è imperativo mantenere vivo questo collegamento in tutti i modi possibili".

"Costringersi a telefonare, inviare messaggi, parlare sui social network con persone di cui ci si fida, inviare un messaggio a un amico, trovare una nuova ricetta di cucina ed inviarla ad una persona cara... condividere, condividere, non lasciamoci confinare dentro noi stessi, dentro questa solitudine".

Cosa c'è di speciale nel vivere questa esperienza collettiva globale? Ci sentiamo più forti o l'enormità della situazione rischia di schiacciarci?

"Un po' entrambe le cose. Sapere che il mondo intero sta condividendo la stessa esperienza la rende più sopportabile, più comune. Non è il destino ad avercela solo con noi. D'altra parte, questa cosa non dà veramente un sollievo quotidianamente. Sapere che gli altri sono più affamati di noi non aiuta necessariamente. Ma ho paura soprattutto della frammentazione della società, al momento".

Come ha trovato i suoi pazienti dopo il lockdown?

"L'esperienza post-confinamento a livello psichiatrico è stata molto contrastata. Il periodo di reclusione è stato un po' un periodo di trauma, quello in cui abbiamo mobilitato le nostre difese. E perfino le persone più fragili hanno profuso una notevole quantità di energia per riuscire ad attraversare questo periodo, e lo hanno fatto piuttosto bene".

"Dopo il lockdown, siamo entrati nel periodo post-traumatico. Quell'energia si è esaurita, sentiamo piuttosto gli aspetti negativi e dolorosi di ciò che abbiamo passato, e ci rendiamo conto di dove siamo arrivati. C'è chi ha perso il lavoro, chi è in situazione precaria, sul piano relazionale alcune coppie si sono separate... Il bilancio può essere molto pesante per alcuni. Se per alcuni è stato molto positivo, e c'è chi ha saputo reinventare alcuni aspetti della propria esistenza, per altri è stato davvero molto pesante".