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Nel Nagorno-Karabach il conflitto sfugge di mano alla diplomazia internazionale

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Nel Nagorno-Karabach il conflitto sfugge di mano alla diplomazia internazionale
Diritti d'autore  David Ghahramanyan/NKR InfoCenter PAN Photo
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La sepoltura dei caduti fa parte della battaglia. Anche con il rito funebre si prende coscienza della guerra.

E soprattutto in terre come quelle caucasiche, dove si cambatte tra Armenia e Azerbaigian, l'inumazione delle vittime militari aggiunge un ulteriore elemento di separazione e diversità col nemico: la religione.

Dal lato armeno, si lamenta inoltre il bombardamento della simbolica cattedrale del Cristo Salvatore di Shushi, nell'Alto Karabakh.

E quando si cominciano ad attaccare i simboli religiosi c'è un rischio elevato di esaperazione del conflitto.

Baku ha comunque respinto le accuse di aver bombardato la cattedrale.

Malgrado il fattore confessionale sia al momento periferico rispetto a quello nazionalistico e politico, è bene ricordare che gli Armeni sono Cristiani e gli Azeri, in grande maggioranza, mussulmani sciiti.

Ciononostante, l'Azerbaigian governato dalla dinastia Alyiev, resta un Paese secolare, per eredità sovietica, e per volontà presidenziale.

Anche in questa guerra, la contabilità dei morti militari è classificata, quella dei civili meno. Tra la popolazione si contano già decine di vittime da entrambe le parti. Naturalmente le perdite di vite umane sono oggetto di propaganda. Servono ad accusare il nemico di brutalità.

Sul piano politico-diplomatico invece, l'unica soluzione potrebbe venire da un'intesa tra Mosca e Ankara, forti delle loro connessioni caucasiche. La Turchia viene indicata come lo sponsor principale

dell'Azerbaigian, per affinità etnica (parlano la stessa lingua) e per investimenti.

Mosca deve invece risolvere un dilemma politico-diplomatico di un certo rilievo: combinare la cooperazione militare con l'Armenia e la tradizionale amicizia tra il Cremlino e la leadership azera.

Ma questa volta è diverso. L'Azerbaigian non accetta il ruolo di contendente sotto tutela. Vuole giocare alla pari con Russia e Turchia, affermado la forza militare rinnovata da ingenti investimenti fatti negli ultimi anni, grazie ai ricchi ricavi degli idrocarburi di cui è grande produttore.

Inoltre, se la soluzione del conflitto dovesse trovarsi nelle mani del tandem turco/russo, il precedente siriano non lascia ben sperare.