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Spagna, operatori sanitari stranieri denunciano: "Usati per l'emergenza Covid, poi licenziati"

Foto scattata il 1 aprile 2020: un cooperante della Ong spagnola Brazos Abiertos parla con un'anziana prima di un tampone in una casa di riposo
Foto scattata il 1 aprile 2020: un cooperante della Ong spagnola Brazos Abiertos parla con un'anziana prima di un tampone in una casa di riposo   -   Diritti d'autore  Santi Palacios/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved
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Per sbarcare il lunario, Janesca Sánchez consegna cibo a domicilio; Roger Caballero fa il badante mentre Dehmane Bouchra ha fatto negli anni un po' di tutto, di solito pulizie in case o ristoranti, ma comunque nulla a che fare con la sua formazione.

I tre hanno poco in comune se non il sogno di poter esercitare la loro professione in Spagna: Sánchez e Caballero sono medici, mentre Bouchra è fisioterapista.

"Vieni qui con l'idea che, ad un certo punto, finirai per lavorare nel tuo settore, ma quando arrivi e ti ritrovi in questa situazione la tua autostima va in frantumi", dice Roger Caballero, un honduregno trasferitosi in Spagna tre anni fa e che da allora non ha mai smesso di fare i conti con la dura realtà quotidiana.

Quando è arrivato in Spagna non ha trovato nessuna opportunità. Solo burocrazia e complicazioni.

La prima cosa che ha fatto è stata regolare il permesso di soggiorno. Non essere in un limbo era importante per poter lavorare. Quindi ha iniziato la procedura per equiparare il titolo di studi e ha fatto domanda per lavorare in un ospedale.

Un processo che richiede anni, ma che spesso e volentieri non ha lieto fine per gli operatori sanitari stranieri.

"Ci hanno usato e poi lasciati a casa"

Laureatasi in medicina, Janesca Sánchez lascia il Venezuela nell'ottobre 2018. Non appena mette piede in Spagna, inizia subito il "lungo e lento" processo di riconoscimento della laurea, come dice a Euronews.

Durante la pandemia, tenta la sorte. Il Paese era a corto di operatori sanitari, e così per disperazione il governo ha consentito alcune eccezioni e nei centri privati si è chiuso più di qualche occhio. Anche senza avere la licenza, Janesca riesce a lavorare come medico in una casa di riposo.

Un'opportunità con i giorni contati, tuttavia.

"Quando lo stato d'allarme è finito ed è iniziato il deconfinamento, dato che la mia laurea non era ancora omologata, mi hanno detto che non avevano più bisogno di me e mi hanno licenziato".

"Mi sono sentita molto male, dopo tutto il sostegno che ho fornito nei mesi più difficili, con enorme stress e un grande numero di casi di infezione. Ci hanno usato per due mesi e dopo il picco della pandemia ci hanno licenziato", aggiunge la dottoressa venezuelana.

Per un mese ha inviato il curriculum a diverse case di cura, ma nessuno l'ha chiamata. Ora si è messa così a lavorare come rider per Uber e Glovo.

Omologazioni express

Come Janesca, anche il medico honduregno sperava che durante la pandemia tutte le procedure burocratiche venissero accelerate, onde immettere quanti più operatori sanitari in turno. A tale scopo, il governo centrale aveva annunciato che avrebbe assunto con urgenza immigrati con un profilo sanitario.

Quello che è successo nella pratica è che alcuni casi hanno avuto una corsia privilegiata rispetto ad altri, senza spiegazione o ragione apparente. "Ho colleghi che hanno iniziato la procedura assieme a me e hanno avuto la fortuna di entrare nel lotto di omologazione express. Avevo sperato toccasse anche a me in questo periodo, ma così non è stato e a giugno la procedura si è interrotta", gli fa eco Janesca.

Roger ha cercato allora di fare del volontariato. "Ho mandato delle email per vedere se c'erano possibilità, così da fare un po' di esperienza e aiutare a decongestionare un po' il sistema, ma ho sempre avuto dei rifiuti. Senza documenti non mi è stato possibile".

Entrambi si dicono però determinati a non arrendersi: "Se mi assumessero di nuovo come medico direi di sì, anche se credo che stiano giocando con le speranze ed esigenze degli stranieri", aggiunge il venezuelano.

Esodo massiccio degli operatori sanitari spagnoli

La Spagna non sfrutta i talenti che ha in casa e non sa trattenerli. Circa 20mila professionisti sanitari spagnoli sono stati costretti a lasciare il paese per poter lavorare. Denunciano contratti "spazzatura" a ore, tagli e cattive condizioni economiche.

Il Paese è al di sotto degli standard europei per numero di infermieri in rapporto alla popolazione. In Danimarca ci sono 17 professionisti ogni 1.000 abitanti, mentre in Spagna la cifra scende drasticamente a quattro: è infatti uno dei paesi europei con il minor numero di infermieri.

Secondo uno studio dell'Università Autonoma di Barcellona, più di 8mila infermieri spagnoli lavorano attualmente all'estero e circa 2.500 medici hanno lasciato la Spagna solo nel 2019.