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Covid-19: nell'Europa post virus potrebbero esserci meno detenuti nelle carceri

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Di Marta Rodriguez Martinez
Un merlo sulle mura di recinzione del carcere di Francoforte
Un merlo sulle mura di recinzione del carcere di Francoforte   -   Diritti d'autore  Michael Probst/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved
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Lavorare da casa, smettere di viaggiare, andare in bicicletta su strade sgombre.

La pandemia di coronavirus ha cambiato da un giorno all'altro le abitudini di più della metà delle persone sul pianeta e anche se sotto molti aspetti si sta gradualmente tornando alla realtà pre-virus, alcuni di questi cambiamenti forzati e inaspettati potrebbero rimanere in modo permanente.

Tra questi c'è la riduzione del numero di detenuti per prevenire la diffusione del nuovo virus nelle carceri europee.

"Venti amministrazioni carcerarie europee hanno rilasciato 118.000 detenuti come misura per prevenire la pandemia COVID-19 nel primo mese di reclusione", si legge in uno studio del Consiglio d'Europa che analizza l'evoluzione della popolazione carceraria europea nel periodo dal 1 gennaio al 15 aprile di quest'anno.

Il rapporto sottolinea che, sebbene fosse già stata registrata una diminuzione del numero di condanne a pene detentive, "il confinamento delle popolazioni europee sembra aver contribuito a questa tendenza al ribasso".

L'eccezione è stata la Svezia, che è stato il paese europeo che ha adottato le misure di confinamento meno stringenti di fronte alla pandemia.

Fin dall'inizio della nuova pandemia di coronavirus era chiaro agli esperti che le prigioni di tutto il mondo sarebbero potute diventare potenziali focolai, rendendo il sovraffollamento potenzialmente letale.

Nelle carceri è praticamente possibile rispettare le norme di distanziamento sociale l'allontanamento, i servizi medici possono essere carenti e persino il disinfettante per le mani può diventare un oggetto di contrabbando a causa del suo contenuto di alcol.

Il professor Marcelo Aebi, uno degli autori dello studio del Consiglio d'Europa, sottolinea come questa tendenza a ridurre le pene detentive sia positiva per la società: "Sappiamo che la detenzione ha effetti dannosi di per sé - dice Aebi - rende anche difficile il reinserimento nel mondo del lavoro in un secondo momento (è difficile trovare lavoro con precedenti penali), e i rapporti familiari (deterioramento del rapporto con genitori, partner e figli) e sociali in generale (altera lo status di una persona nella società e all'interno del suo gruppo di amici e coetanei)".

"Dagli anni '70 queste argomentazioni sono state ripetute fino alla nausea senza aver avuto un grande impatto sulla riduzione della popolazione carceraria", dice Aeibi aggiungendo che, oltre al fattore umano, c'è da considerare la questione economica: "La reclusione costa molto di più delle sanzioni alternative".

"Ovviamente, le sanzioni alternative non possono sostituire completamente il carcere - sottolinea Aebi - ma sappiamo che sono efficaci quanto il carcere per la maggior parte dei crimini non violenti o minori. Per questi crimini il carcere potrebbe essere evitato, riducendo così la spesa pubblica".

"Un esperimento naturale"

Il rilascio dei detenuti negli ultimi mesi a causa del COVID-19 è "quello che noi scienziati sociali chiamiamo un esperimento naturale, il metodo scientifico per esperienza", dice Aebi, e come in ogni esperimento scientifico ci vogliono due gruppi - uno con trattamento placebo - per confrontare i risultati.

"In questo caso il coronavirus e il conseguente rilascio dei detenuti in alcuni paesi hanno svolto il ruolo del trattamento - dice il professore - ora dobbiamo confrontare i risultati dei paesi che hanno rilasciato i detenuti e con quelli dei paesi che non l'hanno fatto".

Aebi sottolinea che tra i limiti di questo esperimento c'è la necessità di considerare il confinamento, "perché, come mostra lo studio, ha un effetto sulla criminalità".

"Ci sono meno opportunità di commettere reati "offline" (o "tradizionali" o "faccia a faccia"), e meno reati corrispondono a meno condanne. In questo senso il confronto tra Svezia (che non ha imposto il lockdown) e resto d'Europa (che lo ha imposto) è un altro modo per approfittare di questo esperimento naturale. In Svezia non c'è stata né stabilità né un calo della popolazione carceraria, il che suggerisce che la criminalità ha continuato il suo corso normale".