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Covid-19: test inaffidibali e dubbi etici, il passaporto d'immunità non ci farà uscire dalla crisi

Campioni di sangue da sottoporre a test sierologici al Policlinico Tor Vergata di Roma
Campioni di sangue da sottoporre a test sierologici al Policlinico Tor Vergata di Roma   -   Diritti d'autore  TIZIANA FABI/AFP
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Da diverse settimane in vari paesi, tra cui l'Italia, si parla della possibilità di introdurre un passaporto d'immunità per le persone guarite dal Covid-19. In parole povere si tratta di una sorta di certificato che consentirebbe di tornare a lavorare e muoversi liberamente a chi, in base ai test seriologici, risultasse in possesso degli anticorpi contro il Sars-Cov-2.

Una soluzione all'apparenza vantaggiosa e utile ad accelerare il ritorno ad una parvenza di normalità. Nel mondo scientifico però l'idea non sembra riscutere troppi consensi. I dubbi principali sono stati riassunti in un articolo pubblicato da Nature. Firmato dalle bioeticiste Natalie Kofler e Francoise Baylis, l'articolo elenca una serie di motivi di natura scientifica ed etica per cui il passaporto d'immunità sarebbe una cattiva idea.

Si può sviluppare l'immunità? E per quanto tempo?

Dal punto di vista scientifico l'incognita principale è legata alla capacità delle persone di sviluppare l'immunità al virus. Studi recenti hanno dimostrato che la maggior parte dei pazienti sviluppa degli anticorpi al Sars-Cov-2. Gli scienziati però non sanno ancora se tutte le persone producono abbastanza anticorpi per essere protette in futuro e quanto duri questa immunità.

Studi basati sulla risposta a virus simili, come Sars e Mers, suggeriscono che i pazienti guariti potrebbero sviluppare un'immunità di uno-due anni. Se invece l'immunità alla Sars-Cov-2 fosse più simile a quella sviluppata in risposta ad altri virus, come il raffreddore, la sua durata potrebbe essere più breve.

TIZIANA FABI/AFP or licensors
Test sierologici al Policlinico Tor Vergata di RomaTIZIANA FABI/AFP or licensors

Test sierologici ancora poco affidabili

C'è poi la questione dell'affidabilità dei test sierologici. Sono uno strumento prezioso per valutare la diffusione del virus, ma non tutti hanno le stesso livello di affidabilità, motivo per cui l'Oms ha invitato i governi ad usarli con cautela. Alcuni dei test in uso sono considerati sufficientemente affidabili, ma la maggior parte per il momento non lo è a causa del loro basso livello di specificità e sensibilità.

Un basso livello di specificità significa che il test è in grado di individuare degli anticorpi, ma non permette di capire se siano anticorpi per il Sars-Cov-2. Questo comporta dei falsi positivi che spingono le persone a ritenersi immuni pur non essendolo. Un basso livello di sensibilità significa invece che gli anticorpi vengono individuati solo se ne è presente una grande quantità. Il rischio in questo caso è che le persone con un limitato numero di anticorpi risultino negative ai test.

Un'altra incognita è legata al numero di test seriologici necessari: ne servirebbero centinaia di milioni per un programma di certificazione dell'immunità a livello nazionale. Solo in Germania, per fare un esempio, ne servirebbero almeno 168 milioni, ovvero almeno due per ogni abitante. Due test per persona sono il minimo, perché chiunque sia risultato negativo potrebbe in seguito contrarre l'infezione e dovrebbe essere sottoposto a un nuovo test per ottenere la certificazione immunitaria.

"Bisognerebbe riflettere sulla valenza etica di investire risorse per certificare la immunità sottraendo risorse agli investimenti sulla ricerca di vaccini e cure - dice a Euronews Laura Palazzani, ordinario di filosofia del diritto alla Lumsa e vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica - è un problema etico di distribuzione di test e di bilanciamento costi/benefici sul piano sociale, nazionale ed internazionale".

Finora, stando ai dati dell'Oms, a livello mondiale solo il 2-3% delle persone contagiate è guarita dal Covid-19. Un dato che, combinato con la bassa affidabilità dei test, suggerisce che solo una minima percentuale di persone riceverebbe l'idoneità a lavorare e viaggiare, rendendo di conseguenza impossibile una ripresa dell'economia. In base al numero attuale di casi confermati negli Stati Uniti, ad esempio, solo lo 0,43% della popolazione otterrebbe la certificazione.

App e privacy, un vecchio problema: quali limiti?

Anche dando per scontato che i problemi sull'affidabilità dei test vengano risolti a breve, resterebbero i dubbi di natura etica. "Lo scopo dei passaporti di immunità - si legge nello studio su Nature - è quello di controllare i movimenti. Pertanto, qualsiasi strategia per la certificazione di immunità deve includere un sistema di identificazione e monitoraggio". Sistema per cui è necessario l'uso di app per il tracciamento, con tutti rischi connessi all'erosione della privacy.

Questo tipo di app è già usato in varie province cinesi e non si limita a raccogliere dati sul Covid-19: include informazioni sulla posizione delle persone, i loro spostamenti, chi hanno incontrato e altri dati medici come la temperatura corporea.

Inoltre non c'è nessuna garanzia che le autorità smettano di servirsene una volta che l'emergenza sarà finita. Proprio la Cina ha già annunciato che alcuni elementi del suo sistema di tracciamento, basato sui codici QR, rimarranno probabilmente in vigore anche dopo la fine della pandemia.

In Italia il governo ha messo online in queste ore il codice di Immuni, l'applicazione sviluppata da una start-up milanese per notificare i contatti a rischio da Covid-19. Stando alle ultime dichiarazioni del governo l'app dovrebbe essere disponibile entro i primi di giugno. Anche in questo caso si è parlato molto dei rischi legati alla tutela della privacy.

Come spiega Palazzani, non è un problema che riguarda solo l'app di tracciamento dell'immunità: "Dobbiamo acquisire consapevolezza del fatto che siamo ‘immersi’ nel tracciamento delle attività di ogni giorno: ogni nostro movimento è tracciato e tracciabile quando accediamo a servizi online, quando usiamo carte di credito ecc.. Non ha senso occuparsi della privacy per Immuni e non considerare gli altri pervasivi tracciamenti dei nostri comportamenti. Per non parlare dei dati (anche genetici), anch’essi potenzialmente tracciabili, dei campioni biologici prelevati con i test (i tamponi o prelievi del sangue), che potrebbero essere conservati per ricerche, ma anche per altro, senza adeguate informazioni ai cittadini.

"Il problema dell'app - aggiunge la professoressa - è connesso alle condizioni etiche per l'uso di dati di tracciamento, che dovrebbero essere: la tutela della privacy, la esplicita informazione all’utente su chi e come conserva i dati, quali dati e fino a quando, la distruzione dei dati entro un certo periodo, ma soprattutto lo scopo dell'uso dei dati che deve essere limitato – e dichiarato esplicitamente – solo per le ragioni connesse alla salute pubblica e alla sicurezza delle persone, definendo i tempi in

modo preciso. In questo senso forse dovremmo iniziare a pensare che per quanto la privacy sia un valore da tutelare, esiste anche la possibilità che date certe condizioni etiche (sopra delineate) è anche possibile ‘condividere i dati’ (sharing data) per ragioni di salute individuale e sociale".

HEIKO JUNGE/AFP
Uno smartphone dotato di un'app per il tracciamentoHEIKO JUNGE/AFP

Nuove forme di discriminazione

L'uso del passaporto d'immunità potrebbe causare inoltre nuove forme di discriminazione. Durante la pandemia la Cina è stata accusata di aver tracciato un profilo razziale dei residenti, costringendo tutti i cittadini africani a sottoporsi al test per il virus. In altre parti del mondo le persone provenienti dall'Asia sono state vittime di episodi di razzismo.

"L’uso della certificazione di immunità - dice Palazzani - porterebbe inevitabilmente alla distinzione tra ‘immuni’ e ‘non immuni’, costituendo la distinzione tra ‘privilegiati’ e ‘non privilegiati’, con l’aprirsi per i privilegiati di tutte le opportunità (libertà di movimento, lavoro ecc.) e la restrizione per i non privilegiati, con conseguenze negative per lavoro e la vita sociale, oltre a forme di stigmatizzazione sociale".

Test per pochi privilegiati?

Un altro punto è legato all'accessibilità ai test. L'esperienza finora maturata suggerisce che un ristretto numero di privilegiati, ovvero ricchi e potenti, ha maggiori probabilità di ottenere un test rispetto ai più poveri e ai vulnerabili, causando secondo Palazzani "una distinzione tra ‘immuni’ e ‘non immuni’, costituendo la distinzione tra ‘privilegiati’ e ‘non privilegiati’, con l’aprirsi per i privilegiati di tutte le opportunità (libertà di movimento, lavoro ecc.) e la restrizione per i non privilegiati, con conseguenze negative per lavoro e la vita sociale, oltre a forme di stigmatizzazione sociale".

Inoltre, come scrive anche Alexandra L Phelanin uno studio pubblicato da Lancet a inizio maggio31034-5/fulltext), il passaporto d'immunità creerebbe una restrizione artificiale in base alla quale si decide chi può o non può partecipare ad attività sociali, civili ed economiche, creando effetti perversi. Ad esempio persone che non possono permettersi di restare senza lavoro troppo a lungo potrebbero cercare di farsi contagiare di proposito per ottenere in seguito la certificazione.

"La profilazione di gruppi a rischio e non a rischio - dice Palazzani - potrebbe costituire un ‘incentivo’ a cercare l'infezione per ottenere la certificazione ed evitare le conseguenze economico-sociali (esclusione dal lavoro, discriminazioni), creando nuove vulnerabilità. Si teme inoltre il ‘pendio scivoloso’: se si accetta il passaporto di immunità si potrà accettare anche il ‘passaporto biologico’, dopo la pandemia, ossia il passaporto dei nostri dati di salute e genetici. Con inevitabili discriminazioni nella vita sociale, nel lavoro, nelle assicurazioni".

Stando sia a Phelan che a Kofler e Baylis, fino a quando non sarà disponibile un vaccino - il che non è garantito - la via d'uscita dalla crisi è rappresentata da test, tracciamento dei contatti, quarantena e isolamento dei casi.