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Ci dicono di usare mascherine e guanti. Ma c'è un piano per evitare che finiscano nell'oceano?

Ci dicono di usare mascherine e guanti. Ma c'è un piano per evitare che finiscano nell'oceano?
Diritti d'autore  Surgical masks washing up on Hong Kong beaches - Credit: OceansAsia.org
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A quanti di noi è stato detto di indossare una mascherina? Ma a quanti di noi è stato detto poi come disfarsene?

I dispositivi di protezione individuale (DPI) come guanti, mascherine, camici, visiere - ma anche copriscarpe e cuffiette - saranno la nuova normalità nel mondo post Covid-19, sia per le imprese che per i privati. Tonnellate di nuovi rifiuti di plastica aggraveranno probabilmente la situazione nei nostri mari, già inquinati.

I funzionari dell'Ue, gli scienziati e le Ong concordano sul fatto che è troppo presto per valutare l'impatto della crisi del coronavirus sulla quantità complessiva di rifiuti di plastica che sarà generata quest'anno.

Le mascherine e i guanti medici non sono coperti dalla direttiva Ue sulle materie plastiche monouso: un insieme di regole per affrontare il problema dei rifiuti marini, introdotte dall'Unione nel 2019, e che gli Stati membri dovranno accogliere nelle loro legislazioni nazionali entro il prossimo anno.

La maggior parte delle mascherine chirurgiche viene smaltita dopo un solo utilizzo, finendo nel cestino della spazzatura, ai lati delle strade ed eventualmente anche trasportata dalla marea sulle coste. Nonostante possano essere realizzate con materiale riciclabile, la possibile contaminazione con saliva o secrezioni nasali rende difficile il riciclaggio delle mascherine.

Quelle usate dalla popolazione sono generalmente trattate come rifiuti generici e finiscono nelle discariche, mentre alcuni ospedali dispongono di impianti di incenerimento in loco, per bruciare i DPI dopo un solo utilizzo.

Indossare una mascherina non deve significare creare rifiuti

"La spazzatura in mare è generata dal modo in cui smaltiamo i DPI e la plastica in generale, non dall'uso stesso. I governi chiedono a ogni cittadino di indossare una mascherina, ma questo non deve significare creare rifiuti", dice Richard Thompson, professore di biologia marina dell'Università di Plymouth, che per primo ha coniato il termine 'microplastica' nel 2004.

Thompson sostiene che in fase di progettazione manca una riflessione su ciò che accadrà a questi oggetti alla fine del loro ciclo di vita. "Data la crisi e l'immensa pressione alla quale siamo sottoposti, non dovremmo perdere tempo a fornire i DPI a tutti. Ma, allo stesso tempo, se questi prodotti vengono utilizzati per strada, dobbiamo insegnare alle persone come smaltirli".

La soluzione per combattere la problematica dei rifiuti marini, secondo l'accademico, è "progettare le cose in modo corretto. Il percorso è completamente sotto il nostro controllo".

Rischio sanitario

Anche i DPI monouso possono rappresentare un pericolo per la salute. In realtà, non c'è alcuna prova scientifica che "l' usa e getta" sia meglio del riutilizzabile, sostiene Kevin Stairs, direttore delle politiche sulle sostanze chimiche e sull'inquinamento di Greenpeace.

"Quando riutilizziamo un DPI, lo disinfettiamo. Con i prodotti monouso, l'oggetto può portare il virus Sars-CoV-2 per giorni sulla sua superficie". Uno studio ha scoperto che il virus resiste sulla plastica fino a 72 ore.

Credit: OceansAsia.org and Naomi Brannan

Un problema di produzione

Alcuni Paesi, come l'Italia - uno dei più colpiti da Covid-19 - non sono attrezzati per produrre il tessuto non tessuto utilizzato per le mascherine e altri DPI. Quindi importano prodotti, principalmente dalla Cina. Tra il 1° marzo e il 30 aprile 2020, la Cina ha esportato circa 27,8 miliardi di unità di mascherine.

Tuttavia, "i prodotti importati sono realizzati da più strati di polimeri diversi e sono più difficili da riciclare", racconta a Euronews Claudia Brunori, chimica e responsabile della Divisione efficienza delle risorse e chiusura dei cicli dell’ENEA, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile.

"I Paesi dovrebbero cercare di sviluppare prodotti realizzati con lo stesso polimero, che possiamo raccogliere in contenitori sigillati monouso, dove possono essere disinfettati e riciclati".

Mike Bilodeau, direttore regionale per l'Europa di PlasticOceans, immagina un mondo "dove ogni ospedale o comunità locale avrà il proprio laboratorio, con macchinari destinati alla creazione di DPI, invece di dover aspettare che arrivino dalla Cina". Bilodeau esprime la sua preoccupazione, per il possibile aumento dell'uso di bicchieri di plastica nei ristoranti e nei chiringuitos in Spagna, come parte delle linee guida sulla sicurezza. "Questo è del tutto inutile e inaccettabile. Spero davvero che non accada, visto il grande rischio che comporterebbe". Molti coffee shop in tutto il mondo hanno vietato le tazze riutilizzabili, comprese le filiali globali di Starbucks.

Su piccola scala, Ong, istituzioni e ricercatori stanno già collaborando, per trovare soluzioni innovative per le mascherine riutilizzabili prodotte localmente, dove la struttura della mascherina viene mantenuta, mentre solo il filtro viene gettato via.

"In tempi normali, l'Europa e i governi dovrebbero far testare e approvare queste innovazioni: salveranno vite umane e ridurranno i rifiuti medici", aggiunge Bilodeau.

Il Politecnico di Torino stima che per la sua fase 2, solo l'Italia avrà bisogno di 1 miliardo di mascherine e mezzo miliardo di guanti al mese, scrive la WWF locale in una nota. "Se anche solo l'1% delle mascherine venisse smaltito in modo errato e disperso in natura, questo significherebbe ben 10 milioni di mascherine al mese che inquinano l'ambiente". Considerando che il peso di ogni mascherina è di circa 4 grammi, questo verrebbero dispersi oltre 40 mila chilogrammi di plastica in natura", scrive il quotidiano La Stampa.

Solo nel Mediterraneo - secondo WWF Italia - ogni anno già 570mila tonnellate di plastica vengono gettate in acqua: l'equivalente di 33.800 bottiglie di plastica scaricate in mare ogni minuto.

L'industria della plastica coglie l'attimo

Rethink Plastic, un'alleanza delle principali Ong europee, teme che l'industria della plastica approfitti della pandemia "per riportarci in un mondo pieno di usa e getta, per il proprio guadagno economico".

La European Plastics Converters (EuPC), un'associazione di categoria, ha già chiesto di posticipare le scadenze della direttiva Ue sul monouso di un altro anno, a causa della pandemia di coronavirus. Un'argomentazione che è stata respinta dalla stessa Commissione europea.

Negli Stati Uniti, i lobbisti dell'industria della plastica hanno approfittato della situazione, sostenendo che le buste di plastica monouso sono un'opzione più igienica, rispetto a quelle riutilizzabili, scrive il World Economic Forum.

Dai sacchetti alle bottiglie, ogni anno, secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2018, circa 13 milioni di tonnellate di plastica affluiscono nei nostri oceani. Questo equivale a scaricare il contenuto di un camion della spazzatura nell'oceano ogni minuto, secondo l'ambiente dell'ONU.

Si pensa che se questa tendenza dovesse continuare, i nostri oceani potrebbero contenere più plastica che pesci entro il 2050.

La Commissione europea sta attualmente lavorando su standard biodegradabili per la plastica, al momento inesistenti. Anche i DPI non sono costruiti secondo gli standard biodegradabili.

PlasticsEurope, un'associazione paneuropea che rappresenta i produttori di plastica nel continente, ritiene che "le soluzioni di plastica biodegradabile da sole non sono la risposta alla riduzione dei rifiuti marini. La cosa più importante è che i DPI e tutti i rifiuti vengano smaltiti correttamente, secondo le linee guida delle autorità", dichiara l'amministratore delegato, Virginia Janssens.

Anche se i DPI fossero interamente realizzati con la cosiddetta plastica biodegradabile, bisognerebbe comunque impedire che raggiungano le nostre acque.

"I tassi di degradazione dipendono da molti fattori diversi. Dipende dal tipo di polimero utilizzato, ma in acque profonde - dove fa freddo ed è buio - è diverso rispetto a una spiaggia. Un recente studio sulla plastica biodegradabile, esposta a diversi ambienti, ci ha mostrato che alcuni articoli sono scomparsi rapidamente, mentre si poteva ancora mettere la spesa in alcuni sacchetti, dopo quattro anni in mare", sostiene il prof. Thompson.

"Quando arrivano in mare, è già troppo tardi".