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Riaprire sì, ma come? I piccoli negozi d'abbigliamento di Italia e Francia uniti dall'incertezza

Riaprire sì, ma come? I piccoli negozi d'abbigliamento di Italia e Francia uniti dall'incertezza
Diritti d'autore  Moi.To (sx)/Laurence Jeanson per Tinsels (dx)
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Con le misure restrittive, per contenere la diffusione del Covid-19, che si stanno allentando in tutta Europa, l'economia può cominciare a ingranare di nuovo, passo dopo passo. I negozi di beni non di prima necessità, come quelli d'abbigliamento, sono ancora chiusi al momento. In Italia potranno riaprire a partire dal 18 maggio. E se le grandi catene o le grosse marche avranno certo qualche difficoltà a ripartire, ma dovrebbero superare anche questa crisi, non si può certo dire lo stesso delle piccole realtà. Perché due mesi di lockdown e di chiusura si fanno sentire nelle casse.

Il carissimo prezzo della quarantena

Lo spiega a EuronewsMicaela, giovane coproprietaria insieme a Ylenia, di Moi.To, un piccolo negozio d'abbigliamento nel centro di Torino, che ha chiuso i battenti l'8 marzo, dopo il Dcpm firmato dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. "Abbiamo perso durante la quarantena l'80/85%, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Sono cifre molto importanti per noi".

Il negozio, aperto cinque anni fa, è stata una scommessa per le due ragazze, che ora possono contare anche su due impiegate (al momento in cassa integrazione). Ed è stata una scommessa vinta, fino all'arrivo della pandemia. Ora, è tutto un enorme punto interrogativo. "Il grosso della nostra merce proviene da fornitori esteri e molti ordini erano già stati fatti e firmati, prima dell'8 marzo", ci spiega. "Solo che adesso per noi c'è il dramma dei pagamenti a questi fornitori, perché senza i ricavi della vendita in negozio, è difficile avere i soldi per rimborsarli". La maggior parte dei fornitori, anch'essi in grossa difficoltà, è disponibile a venire incontro a queste piccole realtà, dilazionando i pagamenti nel tempo, per esempio. Ma, come ci racconta Micaela, poi "diventa un circolo vizioso, perché anche essi non riescono a pagare chi sta sopra di loro". E a quei livelli, si parla di milioni di euro, non più di qualche decina di migliaia.

Abbiamo perso durante la quarantena l'80/85%, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Sono cifre molto importanti per noi
Micaela
Coproprietaria di Moi.To

La salvezza arriva dal web, non sempre da chi dovrebbe

Durante la quarantena, molti negozi hanno puntato tutto sull'e-commerce. Le persone chiuse in casa non hanno rinunciato a un po' di shopping online (basti pensare all'aumento del giro d'affari del "re" delle vendite online, Amazon). "Beh, il nostro e-shop ci sta tenendo a galla, è vero", dichiara la giovane imprenditrice. "Anche perché non abbiamo alternative. Però le cifre che facciamo online non sono paragonabili a quelle che facciamo in un periodo normale di apertura del negozio, in particolare durante il weekend".

E ora bisogna iniziare a pensare alla riapertura. Perché se è vero che la voglia di riaprire è tanta, è anche vero che la paura non manca. "Non abbiamo capito cosa esattamente dobbiamo fare", ci racconta la giovane imprenditrice. "Ok, dobbiamo sanificare il locale, avere del gel igienizzante a disposizione di commesse e clienti, indossare le mascherine. Ma ad esempio con i vestiti, come facciamo, dopo che le clienti li provano? Dobbiamo sanificarli ogni volta? Come?".

Un aspetto da non sottovalutare, per garantire la sicurezza del cliente. E su questo, ma non solo, al momento non ci sono risposte chiare da chi dovrebbe darle. "Ci sono le associazioni di categoria, certo, ma non ci hanno ancora dato indicazioni. E neanche fondi". Finora, il solo aiuto arrivato da Roma è il famoso bonus da 600 euro per gli autonomi, nient'altro di più. "Siamo talmente abituati a non ricevere niente, che eravamo persino contente io e la mia socia quando abbiamo avuto l'indennità. Ma questa è l'unica sovvenzione fin qui ricevuta, da parte dello Stato italiano".

Se dopo qualche settimana tutto si blocca di nuovo e siamo costrette ad abbassare la saracinesca un'altra volta, non lo so cosa faremo
Micaela
Coproprietaria di Moi.To

La paura di una seconda ondata

La speranza, comunque, è quella di farcela a rialzarsi, anche se ci vorrà tempo. E poi bisogna sperare che non ci sia la tanto temuta seconda ondata di contagi. "E' una situazione talmente surreale, che non riesci a fare previsioni", dichiara Micaela. "Non avendo ancora riaperto, non abbiamo avuto modo di sondare il mercato. E se il 18 maggio riapriamo ed è tutto più o meno normale, ci rialziamo. Ma, se dopo qualche settimana tutto si blocca di nuovo e siamo costrette ad abbassare la saracinesca un'altra volta, non lo so cosa faremo". Al momento la sensazione che prevale è quella dell'incertezza più totale, di un futuro poco chiaro, di domande che sono e restano senza risposta. Ma bisogna andare avanti, non ci sono alternative.

Un duro colpo anche oltralpe

Attraversando le Alpi, nonostante si passi la frontiera, la situazione non è molto diversa. In Francia le misure di confinamento sono ancora attive, fino a lunedì 11 maggio, data chiave per chi è commerciante. Nell'esagono, infatti, i negozi potranno riaprire già al primo giorno di déconfinement, come lo chiamano da queste parti.

Un giorno tanto atteso, come ci spiega Remi Regazzoni, cofondatore e stilista del marchio di moda Tinsels. Da 3 anni hanno un negozio mono marca a Lione e poco meno di un anno fa ne hanno aperto un'altro a Parigi. Entrambe le boutiques hanno chiuso i battenti sabato 14 marzo. Due mesi, quasi, durante i quali le perdite sono state veramente ingenti. "Abbiamo perso parecchio, chiudendo i negozi. E' stato un duro colpo", sottolinea Remi a Euronews. "Ma anche noi abbiamo sviluppato il nostro e-shop e abbiamo avuto un incremento dei ricavi online. C'è da dire, però, che una settimana di vendite online equivale circa a un sabato di vendite nel negozio fisico". Si coprono le spese, insomma, ma di certo non si guadagna. Anche se, per chi produce i propri vestiti come Tinsels, la situazione è diversa, rispetto a chi espone pezzi di altri marche. Ma i capi invenduti restano comunque in magazzino. E sono tanti.

Abbiamo perso parecchio, chiudendo i negozi. E' stato un duro colpo. Anche noi abbiamo sviluppato il nostro e-shop e avuto un incremento dei ricavi online. C'è da dire, però, che una settimana di vendite online equivale circa a un sabato di vendite in negozio
Remi Regazzoni
Cofondatore e stilista di Tinsels

Durante le ormai 7 settimane di lockdown, mentre i negozi erano chiusi, la produzione non si è comunque fermata del tutto. Si è continuato a lavorare sulla collezione per l'estate 2021, senza sosta. "Non abbiamo tempo da perdere", ci dice Remi. "Anche se ci saranno sicuramente ritardi nelle consegne, perché molti nostri fornitori - in Francia, Italia, o Portogallo - sono chiusi o stanno riaprendo solo ora. Quindi tutto sarà sicuramente rinviato".

Un aiuto economico dallo Stato, ma ancora poche indicazioni

A differenza di quanto ci spiegava Micaela, però, in Francia lo Stato qualche aiuto in più l'ha dato. "Abbiamo chiesto un prestito, garantito dallo Stato francese, per poter pagare i nostri fornitori di tessuti, ad esempio e avere un po' di tesoreria, visto che i negozi sono chiusi", spiega il giovane imprenditore.

Se tutto dovesse andare per il verso giusto, il 12 maggio si potrà tornare ad accogliere i clienti, con le dovute misure di protezione, qui come in Italia. "Le commesse indosseranno ovviamente mascherine e guanti monouso. Ci sarà del gel disinfettante per i clienti, che entreranno a 2/3 massimo alla volta, a seconda della grandezza del negozio", dichiara il francese. Ma il vero punto interrogativo, esattamente come per il negozio di abbigliamento torinese, sono i vestiti provati.

"Stiamo valutando delle soluzioni e la più realistica ci sembra quello di portare il capo provato da una cliente in magazzino, dove verrà passato al vapore e dove rimarrà per almeno un giorno, prima di essere nuovamente esposto". Anche in Francia, nessuna indicazione precisa è arrivata dalle autorità competenti. Su questo e altro. "E cosa facciamo poi con le tende dei camerini?", si chiede Remi. "Pretendiamo che sia la sola commessa a toccarle e spostarle, per far entrare e uscire la cliente? E' fattibile questo?".

Una petizione nazionale per spostare i saldi

Ma i problemi con la riapertura non sono solo di tipo pratico. La collezione primavera/estate 2020 è stata esposta in negozio poco prima della quarantena, per circa un mese, quindi. E ovviamente, è quasi tutta lì, ancora. Ci sono 60 giorni da recuperare e non sono pochi. Come fare? "Beh innanzitutto pensiamo di tenere aperto ad agosto, mentre solitamente chiudiamo per tutto il mese", spiega l'imprenditore. "E poi, cosa fondamentale per noi, speriamo che vengano spostati i saldi, possibilmente di un mese (previsti dal 24 giugno, al 21 luglio in Francia, ndr.)". Sì, perché, per chi produce e vende il proprio marchio, con le riduzioni al 50% non si guadagna quasi nulla. Certo, si ripagano le spese e i fornitori, ma il margine è pari quasi a zero. "C'è una petizione che circola in Francia, nella quale circa il 90% dei produttori tessili chiede di spostare la finestra dei saldi a fine luglio/fine agosto", ci spiega Remi. "Altrimenti, in poco più di un mese e mezzo di apertura, prima che arrivino i saldi, non avremmo abbastanza tempo per vendere la collezione estiva!". Una decisione, quella di spostare eccezionalmente le date dei saldi che, comunque, verrà presa a livello governativo.

Credo che le persone avranno paura di andare a fare shopping! I primi giorni ci sarà una sorta di euforia per la riapertura. Ma poi, quando la gente si renderà conto che dovrà fare la coda fuori dai negozi, lascerà perdere
Remi Regazzoni
Cofondatore e stilista di Tinsels

Un futuro incerto

Le incertezze sul futuro, anche da questo lato delle Alpi, sono tante. Non si sa come andrà. Di certo, non andrà bene come in passato, come prima della pandemia e della crisi economica da essa scatenata. "Calcoliamo già, ad esempio, che per il mese di maggio perderemo circa il 50/60% rispetto al 2019", spiega il cofondatore del marchio. "Prima di tutto, credo che le persone avranno paura di andare a fare shopping! Certo, i primi giorni ci sarà una sorta di euforia per la riapertura. Ma poi, quando la gente si renderà conto che dovrà fare la coda fuori dai negozi, lascerà perdere".

Bisognerà quindi puntare tutto nuovamente sulle nuove tecnologie, quelle che anche durante il lockdown ci hanno permesso di mantenere i contatti, continuare a lavorare, approvvigionarci, mantenere una vita quasi normale. "Ovviamente svilupperemo ancora maggiormente l'e-shop, anche durante la fase 2", conclude Remi. "Ma purtroppo non faremo mai le cifre che facciamo in negozio".