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Nelle prigioni dell'America Latina non uccide solo il Covid-19, ma anche la paura del contagio

Nelle prigioni dell'America Latina non uccide solo il Covid-19, ma anche la paura del contagio
Diritti d'autore  In questa foto diffusa dall'Ufficio Stampa della Presidenza del Salvador, i detenuti allineati durante un'operazione di sicurezza sotto la sorveglianza della polizia nel carcere di Izalco a San Salvador, El Salvador, sabato 25 aprile 2020 - AP
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La paura del Covid-19 sta creando sommosse nelle prigioni dell'America Latina. Notoriamente sovraffollate e violente, minacciano di trasformarsi in veri e propri inferni.

La prigione di Puente Alto, nel centro di Santiago del Cile, è il più grande focolaio carcerario dell'America Latina, con più di 300 casi segnalati. I 1.100 detenuti della prigione sono terrorizzati. Il distanziamento sociale è difficile da praticare dietro le sbarre.

"Sono tutti a stretto contatto tra loro", ha detto all'agenzia Ap un'infermiera del carcere, Ximena Graniffo.

Ogni tentativo di contenimento dell'epidemia è stato vanificato in El Salvador durante il fine settimana, quando le autorità hanno ammassato i prigionieri - anche se protetti da maschere - nei cortili della prigione, mentre perquisivano le loro celle. Il presidente Nayib Bukele ha usato il pugno duro dopo l'assassinio di persone nella giornata di venerdì. L'intelligence ha suggerito che l'ordine sia partito dalle bande imprigionate.

Le prigioni dell'America Latina ospitano 1,5 milioni e mezzo di detenuti, e le strutture sono spesso quasi sempre controllate dai detenuti stessi a causa della corruzione, dei fenomeni intimidatori e dell'inadeguatezza del personale di guardia. Il risicato budget delle autorità penitenziarie crea le condizioni ideali per la diffusione del virus: acqua e sapone scarseggiano e i blocchi sono sovraffollati.

Finora, i funzionari nazionali hanno segnalato quasi 1.400 casi confermati di COVID-19 tra i detenuti e il personale carcerario. La situazione più grave si è registrata in Perù, con 613 casi e almeno 13 decessi, anche se l'efficacia e la portata dei tamponi non è omogenea da Paese a Paese.

Quando la Repubblica Dominicana ha sottoposto a test più di 5.500 detenuti nel carcere di La Victoria, impegnati nella produzione di maschere protettive per i concittadini, i funzionari hanno comunicato la positività di 239 persone.

Forse le procedure di test più a tappeto vengono fatte a Puerto Rico, dove il Dipartimento di Correzione venerdì ha reso noto che effettuerà tamponi su tutti i quasi 9mila detenuti sparsi in tutto il territorio degli Stati Uniti. Anche i 6.000 dipendenti, comprese le guardie carcerarie, verranno testati.

La paura del virus si è già dimostrata più letale del virus stesso. Nelle rivolte in Colombia si sono verificati 23 decessi da quando è iniziata la pandemia. Più di 1.300 detenuti sono evasi dalle carceri brasiliane e il programma di scarcerazione temporanea è stato cancellato a causa dell'epidemia. In più di mille hanno dichiarato lo sciopero della fame in Argentina.

In tutta la regione le richieste sono le stesse: i detenuti vogliono essere protetti dal contagio. Con l'annullamento della maggior parte delle visite familiari, si sentono esposti, vulnerabili, soli e sfruttati.

Riferiscono che i prezzi nei negozi informali e formali delle carceri sono aumentati e che i parenti non possono più portare loro cibo e articoli igienici dall'esterno.

"In questo momento, un sacchetto di sapone in polvere costa 29 pesos (1,20 dollari), quando prima costava 20 (80 centesimi)", indica un carcerato in Messico, che vive in una cella di 4 metri per 4 metri con una dozzina di altre persone. Ha parlato in condizioni di anonimato usando un cellulare introdotto illegalmente nella struttura.

Human Rights Watch scrive che le condizioni sono ancora peggiori in paesi come Haiti, Bolivia o Guatemala.

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ex presidente del Cile, ha definito "deplorevoli" le condizioni sanitarie nella regione e ha chiesto il rilascio di detenuti meno pericolosi.

Paesi come il Cile e la Colombia hanno già rilasciato circa 7.500 detenuti e il Senato del Messico ha approvato la scorsa settimana una misura per liberarne migliaia. In Brasile la situazione è ancora di stallo.

Un'analista esperta di sicurezza in America Latina, Lucía Dammert, ritiene che il rilascio di alcune migliaia di detenuti non ridurrà significativamente la minaccia di contagio. Alcuni chiedono un piano di scarcerazione più ampio.

"I detenuti sono stati condannati alla perdita della libertà, non alla morte, e lo Stato deve prendere tutte le misure a sua disposizione", l'opinione di José Miguel Vivanco, direttore di Human Rights Watch per le Americhe. In molti paesi, come la Bolivia, la maggior parte di coloro che si trovano dietro le sbarre non è ancora stata condannata o è in attesa di processo.

In Cile, il capo del sistema di guardie carcerarie, Christián Alveal, ha detto che i timori dei detenuti "sono del tutto ragionevoli", e che i funzionari stanno lavorando "per ridurre al minimo le preoccupazioni dei detenuti".

Alcune carceri hanno cercato di farlo permettendo ai detenuti di effettuare videoconferenze con i propri cari come in Argentina, che ha una popolazione carceraria di 13mila persone. Buenos Aires ha persino permesso ai detenuti di usare i cellulari, normalmente vietati perché utilizzati per le estorsioni.

I detenuti del carcere di San Pedro, nella capitale della Bolivia, La Paz, hanno deciso di adottare misure proprie contro il contagio. Mentre nelle altre strutture sono scoppiate rivolte per i divieti di visite dei familiari, qui sono stati gli stessi detenuti ad auto-imporselo. Le celle "di punizione" sono state trasformate in celle di quarantena di 14 giorni per i prigionieri appena arrivati.

Ximena Graniffo, l'infermiera di Puente Alto, è rassegnata. "Si fa quel che si può con quello che si ha".