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Il Covid e l'Africa: perché c'è da aver paura - parte prima

Il Covid e l'Africa: perché c'è da aver paura  - parte prima
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Il ruolo chiave del segretario generale dell'OMS

Gli sforzi per controllare la sindrome respiratoria acuta collegata al Covid-19, dichiarata epidemia globale, sono diretti praticamente da un solo uomo, il Segretario Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, il medico etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Bilancio Covid Africa dell'OMS al 18/4

Cina prima, Corea del Sud, poi Iran, Italia e da qui tutta Europa e poi l’America, si sono rimessi ai tecnici della WHO/OMS per quanto ai contenuti delle rispettive misure politiche e operative. Non proprio un azzeramento della politica e dell'attività dei governi, ma certo una forte oggettivizzazione, sui parametri del Dr. Tedros Ghebreyesus (già ministro della salute etiope e soprattutto ex ministro degli esteri che ha portato il suo paese in quota cinese, ribaltando gli equilibri panafricani), dei decreti e strumenti adottati in tutti i paesi.

Il timoniere della più grande crisi è dunque un esperto nella lotta alla malaria, un medico di Addis Abeba, un politico africano e amico personale del presidente cinese Xi Jinping.

Cosa succede nell’Africa orientale in questi giorni concitati e spaventosi? L'OMS ha lanciato l’8 aprile l’allerta per sciami di contagio in Kenya, Etiopia meridionale e Somalia.

La testimonianza dell'Italiano in Somalia

Lo chiediamo ad un esperto analista delle questioni di sicurezza in Africa orientale, Mario Scaramella, Direttore della Law School della South West State University in Somalia:

Euronews

"I centri più importanti, gli aeroporti critici, sono certamente Addis e Nairobi, quest’ ultima è una città ordinata, abitata da disciplinati ex sudditi di Sua Maestà ancora legati al Commonwealth britannico nonostante la guida comunista del presidente Kenyatta".

"Gli standard locali sono alti, sarà per l’impegno dell'Università e degli ospedali dell’Agha Khan, il principe ismaelita apolide, che fa dell’ eccellenza dei suoi progetti la propria bandiera, sarà per l’ impostazione culturale, ma gli abitanti di Nairobi sanno adeguarsi alle prescrizioni internazionali e governative. Come si usa dire nella regione i kenioti non sanno combattere ma sono cittadini diligenti. Forse per questo i numeri sono al momento sotto controllo, nove vittime in una decina di giorni, i contaminati sono pochi per il principale hub aeroportuale dell’Africa, ponte con la Cina e con l’Europa per milioni di passeggeri. Il Potente comandante dei servizi segreti Gen. Kamerau studia le misure da adottare nel caso in cui l’epidemia dovesse deflagrare, assistito dai medici e consulenti cubani che - già da prima della emergenza coronavirus - avevano occupato le stanze dei bottoni in Nairobi ed anche la prima linea degli ospedali da campo (pagando in realtà un alto prezzo, con due medici rapiti da Al Shabab)".

Foto: M.S.
L'alta società somala: la giovane economista Hamdi Mohamud Ilkacase collabora a Baidoa con la South West State University. E' una nobile della stirpe AjuraanFoto: M.S.

"Nella Repubblica Federale della Somalia il perdurante clima di guerra comporta standard di sicurezza sanitaria assai scarsi, mancanza di infrastrutture, carestia, enormi problemi di approvvigionamento idrico e di acqua potabile, malattie endemiche come il colera, ovviamente collegato all’inquinamento delle acque e malattie specifiche dell’apparato gastrointestinale oltre che malaria e tutte le malattie tropicali legate ai protozoi come l’ ameba, le speciali salmonelle, poi la febbre gialla… Il colera in particolare è una malattia letale che fa vittime (700 deceduti solo nel 2017).

Foto: M.S.

Le condizioni ambientali del paese sono estreme, il paese oggi è praticamente inesplorato dagli osservatori occidentali a causa delle severe condizioni di sicurezza (la presenza dei nostri diplomatici ed organizzazioni è limitata alla green zone dell’ aeroporto di Mogadiscio), ma ai nostri ricercatori di stanza a Baidoa ed ai militari della Unione Africana dispiegati sul territorio non sfugge il fallimento di tutti gli obiettivi del 'Millennium Development Goals', il programma globale delle Nazioni Unite che avrebbe assicurato pace, cibo, ambiente e salute (NDR: i goals da raggiungere entro il 2015 per l’ ONU: eradicamento della povertà, fame, mortalità infantile, HIV, della Malaria, delle altre malattie, garanzia di educazione, uguaglianza di genere, salute, sostenibilità ambientale, sviluppo). La Somalia è il grande laboratorio del fallimento della comunità internazionale che ancora oggi delega alle truppe di AMISOM quel che non sente di poter fare direttamente e che continua a costruire instabilità di livello regionale."

In Somalia i casi di vittime COVID 19 sono solo un paio, ma cosa succederà?

Foto: M.S.

"Quando in occidente ai nostri concittadini viene diramata un'allerta speciale per gli ipertesi, immunodepressi, anziani la cosa ha il suo senso, ma come si potrà tradurre la differenziazione del rischio in una società così provata come quella somala? Quanti corpi nascondono ferite di guerra e proiettili mai estratti? Quanti i malati di malaria, colera, febbre gialla, infezioni da protozoi? Quanti 'elders' con i tratti da anziani sono in realtà cinquantenni troppo intensamente vissuti, qual è la condizione dei detenuti nelle carceri, quanti bambini sono gravemente malnutriti?"

Foto: Mario Scaramella

Qual è lo scenario ipotizzabile? L’Africa costituisce una regione a se?

"Le condizioni sanitarie della Somalia - si pensi ai mercati, centri e campi profughi - sono tali che una ondata di contagi creerebbe focolai simili a quelli che si sono sviluppati laddove fasce deboli della popolazione, ad esempio gli ospizi in Italia e Spagna, sono rimaste esposte: il virus ne è uscito potenziato, amplificato nei suoi effetti letali, con conseguenze non solo locali ma sulla intera dinamica della pandemia. Non dimentichiamo che il virus ha una grande capacità di mutazione, questa è forse la sua caratteristica più pericolosa, e una culla, un incubatore di vittime inermi, potrebbe diventare fucina di un Super-COVID. Non si fanno illusioni i somali, sanno che un vaccino impiegherà almeno un anno e mezzo per essere ultimato e che per essere distribuito nei più remoti villaggi d’ Africa ci vorranno anni, l’unica arma sono i test diagnostici, per individuare ed isolare i contagiati. Affrontare con decisione il problema in realtà serve sia al paese africano che a tutta la regione che si affaccia sull'Oceano Indiano, strettamente interconnessa, e comunque anche a noi perché questo virus e le precedenti pandemie ci hanno insegnato il meccanismo dei vasi comunicanti: in un sistema, finché c’è anche un solo 'infettivo' ed un unico 'non immune', il virus continuerà a girare e a far vittime; quando anche però il sistema dovesse stabilizzarsi, da una regione vicina e comunicante potranno arrivare altri infetti e contagiare chi non è immune; inoltre il contagio 'di ritorno' potrebbe portare un virus più forte, adattatosi a condizioni diverse ed estreme".

C'è la percezione del rischio epidemia nel paese?

"La malattia potrebbe diffondersi velocemente perché le autorità locali non hanno fatto nulla per prepararsi ed il popolo somalo non ha compreso come questa epidemia sia una cosa seria, continua a vivere la propria vita, a banchettare e celebrare matrimoni, potrebbe salvarsi solo con una buona dose di fortuna ma non per la disciplina della gente, che al momento manca. Il governo centrale ha solo chiuso scuole e alcuni uffici ma bisogna considerare i poveri, i lavoratori occasionali, i disoccupati a cui non sono state date regole da seguire".

Unica speranza, i test di massa

EN

Abbiamo contattato l’Addetto economico per l’Europa del Ministero per la Promozione degli Investimenti ed il Commercio, Abdirizak Amin, che è di stanza all'ambasciata somala di Roma.

Il suo paese potrebbe dover affrontare una epidemia incontrollata, per la fragilità della sua popolazione, stremata dalla guerra civile, e per la mancanza di qualsiasi infrastruttura fondamentale: che programmi avete per contrastare il COVID?

"Il Ministro della Salute è stato informato, fin dai primi giorni della crisi, di una importante iniziativa indipendente della Addettanza Economica: l’ acquisto direttamente dai principali e verificati stabilimenti industriali cinesi dei test per la diagnosi rapida del COVID-19, i c.d. test laterali immunologici, di facile impiego, veloce risultato e basso costo (tre dollari per il kit di analisi completo); in mancanza di completi dati scientifici l’ Ambasciata ha ritenuto di importare in Europa i primi tremila test, ordinati il 17 marzo, da un primario fornitore, la Boson Biotech, e di commissionare poi le validazioni necessarie ad un successivo uso massiccio in Somalia. Accuratezza, specificità, sensibilità dei test sono certificate dal produttore cinese, ma la vicenda coronavirus è troppo recente e i casi verificati sono pochi, questi test costituiscono lo stato dell’arte a livello mondiale perché migliori di quelli americani ed europei, la Cina li ha prodotti prima, fin dalle prime fasi della emergenza, ma prima di distribuire alla popolazione somala milioni di test per mappare il rischio e la dinamica dell'epidemia vogliamo certezze dagli studi che strutture e laboratori europei potranno fornirci, ci sono dubbi sulla affidabilità dei test e sul fatto che possano essere infetti".

E' evidente l'importanza dell'iniziativa somala, per i test di massa: per la Somalia e per i paesi che hanno aderito al suo progetto, ma anche per il resto dell'Africa orientale e a termine per l'Europa.

Ma due pessime notizie hanno rallentato ogni cosa, causando rischi ulteriori. Ne parleremo nella seconda parte, online da domenica 19 aprile alle 12.