ULTIM'ORA
This content is not available in your region

Coronavirus, quanti tamponi effettuati all'estero? Ma soprattutto, come vanno fatti?

Germany Virus Outbreak
Germany Virus Outbreak   -   Diritti d'autore  Un test per il coronavirus effettuato all'ospedale di Essen, Germania - AP Photo/Martin Meissner
Dimensioni di testo Aa Aa

Guardando alle cifre su morti e contagi nel mondo, balzano all'occhio sostanziali differenze tra Paesi. In Spagna, per esempio, a fronte di 9mila contagi, quasi mille in più della Corea del Sud, i decessi sono quattro volte tanti; la Germania ha un numero di casi confermati superiori a quelli della Francia (7.272 contro 6.633, al momento di scrivere) ma un numero di morti fermo a 17 contro i 148 transalpini.

Come mai?

Secondo Giovanni Maga, virologo dell'Istituto di genetica molecolare del CNR, è una domanda a cui è difficile rispondere. Il quadro dei decessi, per esempio, dipende molto sia dalla progressione della malattia nei vari Paesi, sia dalle fasce di popolazione colpite nei cluster di diffusione del contagio sia "dai criteri di notifica del decessi e dei casi".

"Tutte le aree, però, si normalizzeranno su un tasso di letalità simile. Ampie differenze non sono giustificate". In una lettera aperta, la collega Ilaria Capua chiede alla UE "linee guida armonizzate per la registrazione dei casi" dato che ogni Paese europeo misura i casi secondo criteri diversi". Per esempio: "ad ogni persona deceduta per altri motivi gli facciamo il test per il Coronavirus? Se non fosse così, abbiamo assolutamente bisogno di uniformarci fra Stati membri".

Quanto ai numeri dei contagi, bisogna ricordarlo, essi sono molto sottostimati. Gli epidemiologi concordano che i casi registrati "siano almeno un terzo o un quinto di quelli reali", aggiunge Maga.

L'economista Andreas Backhaus scrive che analizzare i dati di tre Stati come Corea del Sud, Germania e Italia ci porta a trarre una sola conclusione: "Confrontare il numero di casi di coronavirus nei vari Paesi non ci racconta davvero tutta la storia".

Già perché se il virus si diffonde, come sembra essere avvenuto in Corea del Sud, colpendo una popolazione giovane - dai 20 ai 29 anni, l'età media di molti seguaci della mega-setta Shincheonji - c'è meno rischio immediato di collasso degli ospedali e meno letalità. Allo stesso modo, "la concentrazione di casi di coronavirus tra la popolazione più giovane potrebbe aver dato alla Germania un po' più di tempo per prepararsi al momento in cui il numero di infetti aumenterà tra gli anziani".

Parliamo invece di tamponi. Anche in altri Paesi come la Spagna sono montate le polemiche su numero giudicato troppo limitato di test effettuati. L'Italia finora ha effettuato oltre 137mila tamponi, il Regno Unito oltre 44mila; la Francia indica a Euronews di averne effettuati più di 1.200 al giorno, con possibilità di salire fino a 2.500. La Spagna non fornisce ancora il dettaglio dei test effettuati, così come la Germania. Secondo Der Spiegel, i laboratori tedeschi avrebbero capacità per 12mila test al giorno.

Ma al di là dei numeri (tamponi, casi confermati, decessi) e delle polemiche interne, quello che è veramente importante è la metodologia seguita nel cercare di arginare il contagio da Covid-19.

Secondo gli esperti, la strategia deve essere aggressiva e seguire tre principi fondamentali:

  • diagnosi precoce;
  • isolamento;
  • trattamento.

Come rivela uno studio della Columbia University pubblicato ieri, le trasmissioni "fantasma" hanno causato due terzi dei contagi. Proprio questa trasmissione invisibile del coronavirus, quella degli asintomatici, è la vera responsabile dell'epidemia di Covid-19.

Testare e isolare: il modo più efficace per rompere la catena del contagio

Si tratta di una linea diversa da quella finora seguita in gran parte d’Italia, evidenzia Susanna Esposito, Presidente dell'Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici (WAidid) e Professore Ordinario di Pediatria all’Università di Parma.

Da noi, i tamponi sono raccomandati "soltanto su soggetti sintomatici con criterio epidemiologico", ovvero: tossire/avere febbre e aver avuto un contatto con un caso positivo. "E proprio questo è l'errore".

"Nelle abitazioni c’è moltissima gente con febbre da due o tre giorni ma nessuno esce a far loro il tampone. A chi ha sintomi modesti si dice di non presentarsi al pronto soccorso ma nessuno esce per visitarlo", dice Esposito. "Non tamponare chi ha sintomi perché non si sa se ha avuto un contatto epidemiologico è un errore grave. Se uno sa che è positivo, sta in isolamento domiciliare stretto, chiuso nella propria stanza e non semplicemente nella propria abitazione. Il virus in molti casi viene eliminato per settimane, l'approccio domiciliare cambia completamente se si sa di essere positivi e l’inserimento in comunità dovrebbe essere previsto solo a tampone negativo".

Il basso numero di morti in Germania, aggiunge l'esperta, può essere dovuto sia ad un diverso stadio dell'epidemia, sia ad una pronta identificazione del caso e un repentino inizio di terapia. Il professor Lothar H. Wieler, president del Robert Koch Institute di Berlino, ha confermato la teoria in conferenza stampa.

L’Oms ha inviato 1,5 milioni di tamponi a 120 stati e, per bocca del suo direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, chiede di fare più test.

La dott.ssa Maria Van Kerkhove dell'Oms ha detto in conferenza stampa che ci sono sì delle raccomandazioni internazionali su quando è più appropriato effettuare il tampone, ma al contempo ogni Paese fa ciò che ritiene essere meglio per le proprie esigenze. "Il nostro consiglio è di essere aggressivi e trovare tutti i casi sospetti al fine di poter assicurare che tutte le persone venute in contatto con quel caso siano testate per prevenire la diffusione del contagio".

Identificazione dei contatti e inizio immediato della terapia

"In Germania e Regno Unito stanno facendo contact tracing: quando si ha un caso positivo, tamponano tutti i contatti e i familiari. I positivi lievi li lasciano a casa, senza fare nulla. Chi ha oltre 70 anni e fattori di rischio inizia immediatamente la terapia. In Italia, al momento, non vengono fatti tamponi su familiari di positivi ma si dice loro di stare a casa e, se il test arriva, glielo si fa a casa".

Non si può combattere il fuoco bendati. E non si può fermare questa pandemia se non sappiamo chi è infetto.
Tedros Adhanom Ghebreyesus
Direttore generale OMS

Contravvenendo alle indicazioni di Roma, Luca Zaia in Veneto ha annunciato che si passerà da una media di 3.200 tamponi al giorno a 11mila, iniziando dal personale sanitario, testando non solo chi ha sintomi, ma anche chi è stato a contatto con i malati ma si sente bene. Secondo la Prof.ssa Esposito, un operatore sanitario che lavora in reparti Covid-19 dovrebbe essere testato ogni 2 settimane.

Il cambio di passo francese e spagnolo

Il ministero della Sanità francese ha comunicato a Euronews che, in fase epidemica, non verranno fatti più test sistematici. "Dopo aver consultato l'Alto Consiglio per la Salute Pubblica (HCSP), i test non saranno più effettuati sistematicamente e saranno destinati in via prioritaria a quattro tipi di popolazione". Trattasi di: soggetti a rischio di complicazioni che presentano sintomi di COVID-19; le prime due persone che presentano sintomi nelle strutture medico-sociali, in particolare nelle case di riposo, e nelle strutture che ospitano persone vulnerabili; individui sintomatici ricoverati in ospedale; professionisti della sanità sintomatici. Su questo sito sono disponibili i dati ufficiali. Alla data del 10 marzo, l'ultima per cui sono disponibili dati sui test, sono stati effettuati 22.178 tamponi.

In Spagna, da domenica verranno testati solamente i sintomatici (in ospedale o che presentano le condizioni per essere ospitalizzati), oppure personale sanitario o di altri servizi essenziali con infezioni respiratorie. Saranno inclusi anche le fasce più vulnerabili che presentano anche sintomi lievi.

L'esempio di Hong Kong e della Corea del Sud

Se vogliamo davvero fare un discorso di numeri, indica la dott.ssa Esposito, è bene guardare a quelli di Hong Kong.

In una città da oltre 7 milioni di abitanti con una metratura relativamente piccola e un enorme afflusso di gente, soprattutto dalla Cina continentale, i casi sono stati 150 proprio per questo approccio rigoroso applaudito dal'Oms. La metropoli ha imparato a fronteggiare un'epidemia dopo la SARS che ha fatto 299 vittime nel 2003 e così, oggi, i morti si contano sulle dita di una mano. Praticamente tutti hanno una mascherina per strada.

Taiwan e Singapore - entrambe con forti legami con la Cina - sono considerati altri due approcci modello nella lotta al Covid-19 alla stregua della Corea del Sud.

Test su tutte le persone con sintomi influenzali, rigorose interviste - anche con l'intervento delle forze di polizia - per capire con chi si è venuti a contatto e quarantena immediata. Ma, soprattutto, comunicazione chiara ed esemplare da parte delle autorità, scrive la rivista Time.

In Corea del Sud, come è noto, sono stati effettuati oltre 15mila test a tappeto al giorno, più di 250mila in totale (un cittadino su 200), con procedure automatizzate e in grado di fornire rapidamente gli esiti.

In Italia, dichiara Esposito, ci sono ospedali in cui in 4 ore è possibile capire chi è positivo e iniziare subito la terapia, mentre altri – benchè la clinica e l’imaging radiologico siano indicativi di polmonite da COVID-19 - non iniziano la terapia antivirale finché non arriva il tampone, magari addirittura 3-4 giorni dopo. "La terapia antivirale va iniziata subito in chi ha polmonite indipendentemente da fattori di rischio e in chi ha sintomi lievi ma ha un'età superiore ai 70 anni o malattie come pneumopatie, diabete e cardiopatie. Se non li si tratta, aumenta la probabilità che possano peggiorare clinicamente fino al decesso".