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Moria, incendio non doloso: le donne chiedono giustizia per i loro morti

Moria, incendio non doloso: le donne chiedono giustizia per i loro morti
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Di Apostolos StaikosSimona Zecchi
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Moria, il campo per rifugiati e migranti attrezzato all'isola di Lesbos resta in condizioni drammatiche: 13.000 persone sono stipate in una struttura prevista per 3.000.

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L'incendio di Moria lascia alcune vittime senza vita e anche la richiesta di giustizia e verità. A chiederla a gran voce sono soprattutto le donne del campo per migranti dell'Isola di Lesbos. Gli stessi pompieri, che hanno esaminato il sito, non confermano l'origine dolosa del rogo: le fiamme sarebbero partite dal corto circuito di un cavo. Ma le indagini proseguono.

A mancare è soprattutto la dignità nel campo, dove le condizioni di vita sono drammatiche: 13.000 persone vivono stipate in una struttura che ne prevede 3000.

Finora si sono registrati due morti, una mamma e un bambino, successive agli scontri avvenuti dopo l'incendio. A Moria abbiamo parlato con Fazel Obaid un rifugiato afgano:

"Siamo arrivati venerdì con mia moglie qui a Moria. Ci aspettavamo un posto migliore. In questi giorni nessuno ci ha prestato attenzione, mia moglie è stata in ospedale a Lesbos per tre giorni, ci hanno ignorati, a nessuno importa che siamo esseri umani"

Il governatore dell'Egeo Kostas Moutzouris ha timore per ciò che potra succedere ancora e chiede che siano trasferiti presto una buona parte sulla terra ferma, poi critica le capacità della Turchia, da dove - dice - non dovrebbero arrivare altri rifugiati a Moria per la situazione che si è creata e che potrebbe sfuggire di mano.

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