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Francia, i "figli dell'Isis" fra rimorsi e timore del domani

Francia, i "figli dell'Isis" fra rimorsi e timore del domani
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Prosegue il viaggio esclusivo di Euronews su ciò che resta dell'Isis in Siria e Iraq. E sul perché l'Europa e il mondo dovrebbero interessarsi alla questione. Subito un focus sulla situazione di centinaia di bambini, nati da cittadini europei, che i governi sono riluttanti a riprendere, nonostante i ripetuti appelli delle loro famiglie in Europa. Dal nordest della Siria, la corrispondenza dell'inviata, Anelise Borges.

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La storia di Nicolas

"Questo disegno è suo, di quando era piccolo, è pieno di dettagli, palme, mare e una piscina. Diceva che questa era la casa dei suoi sogni." A parlare è Dominique Bons dell'associazione "Syrien ne bouge agissons", madre di un adolescente morto nel 2013 dopo essersi immolato per Isis.

Il figlio di Dominique sognava in grande, ma non è mai riuscito a vivere in una casa sulla spiaggia come riferivano i suoi disegni che la mamma mostra ad Anaelise Borges.

"Gli avevo detto che era una bella cosa per lui andare in Tailandia: 'vedrai altre cose, costumi differenti dai nostri', ma in realtà la sua era una scusa e cosi è partito per la Siria", continua Dominique.

Questa è dunque la storia di Nicolas, uno dei cittadini europei tra i 5000 che si sono uniti alla organizzazione terroristica Isis (secondo quanto registra l'Unione europea) e a essere partiti fra il 2011 e il 2016.

Dopo la sua morte in Siria nel 2013, Dominique ha scelto di combattere contro la radicalizzazione presente in Francia e ha creato un'associazione rivolgendosi alle massime autorità per allarmarle su quanto sta succedendo a uomini e donne in tutto il Paese.

"Sig. Presidente - legge Dominique dalla lettera preparata e indirizzata a Emmanuel Macron - spero che la mia lettera Le faccia capire in cosa consiste il mio lavoro... è un problema ancora molto presente oggi..."

"Una madre mi ha detto 'ho una figlia di 18 anni che non è più la figlia che conoscevo. Non la riconosco più. Siamo nel 2019.' Ecco, quindi è una situazione che anche oggi persiste. Persiste e noi cosa facciamo? Niente."

"Dovremmo pensare in maniera più concreta e veloce", afferma Dominique spiegandoci cosa intende: "più passa il tempo e più i ragazzi crescono e vivono cose terribili. Ora affrontano la fame, le malattie e tutto il resto. Prima affrontavano guerre, bombe... un trauma continuo.

"Le cose peggioreranno - prosegue con viva preoccupazione Dominique - "una volta che saranno più grandi il loro odio verso gli altri sarà enorme. Verso il loro Paese di origine, ma anche verso il Paese dove si trovano. Si trasformeranno in killer di massa", aggiunge infine Dominique.

Isis per i foreign fighter: una porta dalla quale non si potrà più tornare indietro?

Cosa porti le persone a sposare idee radicali e violenze è qualcosa che ancora i governi e le istituzioni europeee devono capire come affrontare. Certo alcuni di coloro i quali si sono uniti all'Isis, dicono di voler tornare indietro e cambiare il passato.

Hamza Nmeie, un ex combattente dell'Isis a esempio riferisce alla nostra Borges:

"Sono assolutamente pentito. E' stato il primo reato che ho commesso non ho mai commesso reati in Belgio ero uno studente".

Hamza Nmeje, poi, dice una cosa importante: ciò che lo ha portato ormai 7 anni fa in Siria è lo stesso tipo di influenza che spinge i giovani oggi a compiere la stessa strada. Ecco perché la preoccupazione sul futuro.

"Dicono che l'ideologia non è morta - prosegue Nmeie - "Tutti lo sanno e le Nazioni Unite dicono che dobbiamo seguire un programma di deradicalizzazione, in modo da cambiare e tornare nella società".

Nmeie ha 29 anni e non sa se gli sarà permesso di tornare nel suo Paese, il Belgio, e cosa potrà mai essere la sua vita. La sua storia può inspirare paura e ripugnanza, ma se non viene indirizzata verso altro si alimenterà nelle generazioni future il senso di odio e di violenza provati per il rifiuto che subiscono".

L'ultimo rapporto Onu

In un rapporto dell'Onu basato sui dati dei servizi di intelligence di tutti i paesi membri, e pubblicato a inizi agosto, secondo il quale ci sono 30.000 foreign fighter che potrebbero essere ancora vivi

e pronti all'azione in tutto il mondo.

Nel rapporto di 24 pagine, l'ONU con la sua analisi ha posto in luce il rischio attentati per area geografica, ma senza indicare obiettivi precisi. In Europa si calcola che siano circa 6.000 i foreign fighter partiti per la Siria e l'Iraq. Un terzo è stato ucciso, un altro terzo è rimasto nella regione o è fuggito altrove. Duemila sono tornati in Europa e questo fa sì che la minaccia nel continente "restI alta".

Una ricerca questa dell'Onu che poi si concentra sull'Africa occidentale protagonista di un notevole incremento degli atti di violenza compiuti da militanti islamici.