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"Ero pronto a tutto": 75 anni dopo, parla il 96enne superstite della Rivolta di Varsavia

"Ero pronto a tutto": 75 anni dopo, parla il 96enne superstite della Rivolta di Varsavia
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Nelle prime ore del 1° agosto 1944, il ventunenne Bohdan Dembinski corse attraverso il cortile fuori dal suo appartamento di Varsavia per presentarsi alla sua sezione dell'esercito polacco e prepararsi a quella che sarebbe diventata una delle battaglie più tumultuose e sanguinose della seconda Guerra mondiale.

Settantacinque anni dopo, seduto nello stesso cortile, Dembinski guarda a quell'epoca, l'inizio dell'insurrezione di Varsavia: il disperato tentativo dei polacchi di liberare la loro capitale dalla morsa selvaggia dell'occupazione nazista.

"Ero preparato", il ricordo del 96enne ai microfoni di Euronews. "I miei sentimenti erano molto, molto calmi. Nessuna paura. Non mi sono preoccupato di niente. Ero curioso di sapere cosa sarebbe successo".

Era così rilassato - ammette - che era più preoccupato per i suoi pantaloni fatti in casa - "molto sottili" - e la camicia estiva che indossava, piuttosto che per l'incombente scontro con il nemico che aveva governato la Polonia occupata con brutalità omicida,

Dembinski, studente di ingegneria edile, si unì a una battaglia che avrebbe visto le forze tedesche, numericamente superiori e meglio equipaggiate, sconfiggere l'esercito polacco in sanguinosi combattimenti che causarono oltre 200mila vittime tra gli abitanti, riducendo Varsavia a un cumulo di macerie.

Prima di combattere, Dembinski scoprì che le prime vittime della battaglia furono in realtà proprio la strategia, la tattica e l'organizzazione. Al punto d'incontro stabilito, dove trovò altri combattenti della sua sezione, lui e i suoi compagni ebbero una brutta sorpresa.

"Ero ancora assolutamente rilassato quando mi fu detto di entrare", ricordava. "Così entrai nella stanza dove ci riunivamo e dove avremmo dovuto ricevere armi e munizioni. Ma tutto il materiale destinato alla nostra sezione era scomparso da qualche parte lungo il percorso, quindi non avevamo molto da cui partire".

Privi delle armi e del materiale necessario per eseguire le proprie consegne, un comandante disse alla sezione di Dembinski di disperdersi e aggregarsi ad altre unità.

Dembinski sopravvisse per tutti i 63 giorni dell'insurrezione, prima di essere preso prigioniero come altri 15mila soldati polacchi catturati dopo la capitolazione della città.

In base alla resa firmata dai polacchi e sottoscritta dal comando tedesco, i combattenti polacchi sarebbero stati considerati prigionieri di guerra (POW) e quindi protetti dalla Convenzione di Ginevra: questo risparmiò loro la prospettiva di un'esecuzione immediata. Dembinski fu inviato in un campo per prigionieri di guerra in Germania, poi liberato dalle forze britanniche.

Ma, giunta la fine della guerra, decise di rimanere in Occidente.

"Molte informazioni provenivano dalla Polonia e sapevamo che il governo era sotto il controllo russo, pensavamo che fossero traditori", ha detto. "Decisi di non tornare a Varsavia". L'Armata Rossa in quei giorni si trovava poche decine di chilometri fuori dalla città, ma in effetti non fece nulla per sostenere lo sforzo degli insorgenti polacchi: reppresentavano un'azione patriottica sostenuta unilateralmente dagli Alleati, non da Mosca.

Dembinski viaggò prima di unirsi all'esercito polacco di stanza in Italia e poi nel Regno Unito, dove decise alla fine di stabilirsi, mettendo su famiglia e ricostruendosi una vita.

Ma guardando indietro ai giorni dell'agosto 1944 non riesce ancora a fare un'epica delle proprie azioni o delle motivazioni che lo spinsero a prendere le armi contro i tedeschi. Era, dice, solo un soldato che faceva il suo dovere.

"Siamo stati addestrati come soldati regolari per eseguire, quando necessario, tutto ciò che ci veniva detto dai leader; questo è tutto", conclude. "Alla mia età dovevo sapere tutto sui doveri militari. Ero pronto a fare qualsiasi cosa mi sarebbe stato detto di fare".