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Ora la Macedonia del Nord ha un nome. Ma ha un’identità nazionale?
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Il sole di Vergina – l’emblema che da sempre rappresenta l’antico regno di Alessandro Magno – è il simbolo maggiormente utilizzato dalla comunità maggioritaria slavo-macedone, che stando al censimento del 2002 rappresenta il 64% della popolazione totale

Ora la Macedonia del Nord ha un nome. Ma ha un’identità nazionale?

La scorsa settimana il parlamento greco ha ratificato i cosiddetti “Accordi di Prespa”, mettendo fine alla disputa diplomatica tra la Grecia e il suo vicino settentrionale, cui per ventisette anni aveva imposto il nome di FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia). Atene si è impegnata a non opporre più il veto alla candidatura di Skopje a Nato e Unione Europea, come fatto ripetutamente da quanto la repubblica post-jugoslava ottenne l’indipendenza nel 1991.

Quando nel 1991 l’ex-repubblica jugoslava divenne indipendente, scelse come bandiera un Sole di Vergina giallo su sfondo rosso. La scelta fu considerata un affronto da parte dei vicini greci, che ugualmente consideravano l’emblema di Alessandro Magno come proprio simbolo. La stessa bandiera – ma con uno sfondo blu – era infatti già in uso nelle tre “periferie” (le suddivisioni amministrative greche) settentrionali della Macedonia Centrale, Macedonia Occidentale e Macedonia Orientale. Anche per questa ragione nel febbraio 1994 lo stato ellenico impose un embargo durato 18 mesi nei confronti della repubblica post-jugoslava. Il provvedimento cessò solo nel ’95, quando cioè la Macedonia modificò ufficialmente bandiera sostituendola con quella attuale.

Le affollate proteste di piazza contro l’accordo esplose negli ultimi due anni in Macedonia del Nord hanno ricordato alla comunità internazionale che l’identità nazionale della piccola repubblica balcanica continua a non avere una definizione accettata da tutti.

Dopo anni di stallo, nel 2017 i presidenti Zoran Zaev e l’omologo greco Alexis Tsipras hanno ripreso un dialogo pacifico, culminato con l’accordo di Prespa del giugno 2018 con cui si proponeva una negoziazione per la fine della disputa sul nome. Conseguentemente, forti potreste contro l’accordo hanno coinvolto le piazze di ambedue i paesi. Su questo manifesto un’associazione nazionalista macedone invita ad alzare le barricate opponendosi a un “furto di nome e identità”.

Secondo l’ultimo censimento, oltre alla maggioranza slavo-macedone (64.2%), formano una minoranza significativa gli albanesi (25.2%), assieme a rom (ufficialmente 2.7%, probabilmente tra 6.5% e 13%), turchi (3.9%) e serbi (1.8%). Gruppi etnici minori come arumeni, bosniaci e bulgari completano il quadro demografico frammentato di questo paese senza sbocchi sul mare.

In Macedonia i rom rappresentano il quarto gruppo etnico, circa il 2,7% della popolazione. I dati ufficiali, però, potrebbero sottostimare i numeri reali della comunità in quanto molte persone non sarebbero registrate ufficialmente.

Nella periferia settentrionale di Skopje si trova Šuto Orizari, un vero e proprio paese dove la comunità rom rappresenta la stragrande maggioranza dei residenti (secondo il censimento del 2002, circa l’80%). Ne avevamo scritto qui.

La ruota raggiata è il simbolo per eccellenza del popolo rom. Sebbene rappresenti l’immagine del continuo migrare da sempre collegata alla comunità, a Šuto Orizari i rom hanno costituito un insediamento stabile e coeso, tanto da garantire alla cittadina il primato di unica municipalità al mondo dove il romanì è lingua ufficiale insieme al macedone.

Nonostante il primo ministro Zaev abbia sottolineato più volte l’importanza di una maggiore coscienza pubblica riguardo alle condizioni della comunità nel paese, a Šuto Orizari persistono i tipici problemi delle periferie degradate: ghettizzazione, disoccupazione e scarsi livelli d’inclusione sociale.

Viaggiando per le strade del paese, non di rado si incontrano grandi croci svettare sulle alture. La più celebre tra tutte è la “Millennium Cross” di Skopje: un monumento eretto per celebrare 2000 anni di cristianità in Macedonia, alto 66 metri e visibile da tutti gli angoli della capitale.

Con oltre 1,3 milioni di fedeli, gli ortodossi rappresentano la fede principale nel paese. Molto forte è però anche la comunità islamica, che si attesta intorno al 36% e unisce soprattutto le comunità albanese, turca e rom.

Fin dalla sua indipendenza la Macedonia del Nord ha faticato a promuovere un’identità nazionale definita e riconosciuta: il tentativo più controverso si ebbe durante i due mandati dell’esecutivo guidato da Nikola Gruevski. Nel 2010 il leader conservatore lanciò il progetto “Skopje 2014” – anche noto come “antikvizacija” (“antichizzazione”), in riferimento alla politica identitaria fondata sull’idea che esista una connessione diretta tra i macedoni attuali e gli antichi macedoni. Dozzine di statue di eroi e filosofi greci spuntarono nel centro della capitale, inclusa un’imponente statua di Alessandro Magno a cavallo eretta nella piazza principale.

Sebbene superi di poco i due milioni di abitanti, la Macedonia ha una composizione comunitaria decisamente assortita. E come nel resto del paese, anche nella capitale la compresenza di differenti gruppi linguistici e religiosi è visibile a occhio nudo. A nord del fiume Vardar, che taglia la città da est a ovest, si sviluppa il quartiere più antico, la čaršija. All’ombra di minareti e caravanserragli, il vecchio bazar ottomano è il trait-d’union tra la comunità slava e quelle albanesi, kosovare e rom che popolano soprattutto i quartieri e le periferie settentrionali.

Con questa manovra il governo supportava l’ipotesi che il famoso condottiero, espugnatore dell’impero persiano nel IV secolo a.C., fosse un antenato degli odierni macedoni, sebbene questi abbiano origini slave strettamente imparentate con la lingua e la cultura bulgara. Questa politica identitaria esacerbò il conflitto con Atene, facendo sì che una soluzione alla “questione del nome” fosse inconcepibile durante i due mandati di Gruevski.

A pochi passi dalla čaršija, una statua equestre scruta i passanti e i turisti: è Gjergj Kastrioti Skënderbeu, l’eroe nazionale albanese. La sua presenza nel cuore della capitale, insieme a diverse statue che rappresentano l’altro simbolo d’Albania, l’aquila bicefala, non è casuale. Forte di una percentuale che supera il 25% della popolazione totale, la comunità albanese è da sempre il gruppo etnico e linguistico minoritario più forte del paese. Ricoprono un ruolo fondamentale negli equilibri interni, soprattutto a livello politico. Lo stesso governo del presidente Zaev è tenuto in piedi grazie all’appoggio di quattro partiti politici che rappresentano la comunità.

L’attuale coalizione governativa guidata da Zoran Zaev ha invertito la politica estera isolazionista perseguita dal predecessore. Resuscitare le ambizioni occidentali di Skopje è stato il cardine degli sforzi diplomatici di Zaev fin dalla sua nomina nel 2017. Primo step per un riavvicinamento con i paesi confinanti è stata la firma di un Trattato di Amicizia con la Bulgaria nell’agosto 2017, che ha rilanciato la cooperazione economica tra i due paesi.

"Io sono albanese”, si legge su un graffito nella cittadina di Aračinovo. Dall’indipendenza ad oggi, i rapporti tra la comunità maggioritaria slavo-macedone e quella albanese hanno vissuto fasi di forte tensione, collimate nel 2001 con una breve guerriglia civile che provocò più di cento morti. Durante gli scontri del 2001, Aračinovo divenne una delle roccaforti dei guerriglieri albanesi, tanto da venir assediata dall’esercito macedone e bombardata.

Con il suo approccio, il Primo ministro è anche riuscito ad attrarre le simpatie delle élite UE, migliorando così l’immagine del paese sulla scena internazionale.

Intento dichiarato dall’attuale esecutivo è altresì il riavvicinamento delle comunità etniche e religiose interne, come dimostra la recente adozione dell’albanese come seconda lingua ufficiale.

Nella parte nord-occidentale del paese, dove la comunità albanese rappresenta la maggioranza degli abitanti, l’Islam si presenta anche nelle sue varianti eterodosse come il Bektashismo. La “Tekke” di Tetovo era il luogo di culto più prestigioso per questa comunità in Macedonia, grazie alla sua vicinanza con l’Albania, quartier generale di questo culto. Nella foto, un uomo in motoretta sfila di fronte alle mura che circondano quest’area monastica.

La nuova denominazione continua però a dividere i cittadini macedoni, come ha dimostrato il fallimento – per quorum non raggiunto – del referendum consultivo sull’intesa con la Grecia.

Un memoriale dell’UCK ricorda le vittime degli scontri del 2001 a Tetovo, capoluogo della regione del Polog. Omonimo dell’esercito di liberazione nazionale kosovaro, fu il principale attore di quell’insurrezione nazionalista. Gli scontri cessarono con gli Accordi di Ohrid, che concessero una maggiore autonomia e il riconoscimento dell’albanese come lingua ufficiale a fianco del macedone. Da quel periodo le relazioni tra macedoni e albanesi ha vissuto fasi alterne: sebbene siano continuati negli anni momenti di tensione e discriminazioni reciproche, momenti di apertura e coesione si sono visti soprattutto nelle manifestazioni di piazza del 2015 contro il governo Gruevski.

Dopo aver portato a casa lo storico accordo, Zaev e i suoi alleati hanno ora promesso di instaurare un sistema basato sullo stato di diritto e sull’economia di mercato, sebbene alcuni critici sostengano che il governo non abbia né la volontà né i mezzi per portare avanti una serie di riforme così ambiziose.

Un poster del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan scruta i passanti nel bazar ottomano di Skopje. Presenti in particolar modo in due municipalità nella parte occidentale del paese - Centar Župa e Plasnica, dove superano l’80% degli abitanti – i Turchi di Macedonia sono la terza comunità del paese. Discendenti dell’invasione ottomana di fine 1300, i turchi lasciarono progressivamente la repubblica dopo la caduta dell’Impero, calando al 3,9% della popolazione. Oggi contano anche un seggio nella Sobranie, il parlamento macedone.
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