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Pronto soccorso: in Italia mancano più di mille medici. E in Europa?

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Pronto soccorso: in Italia mancano più di mille medici. E in Europa?

Pronto soccorso: in Italia mancano più di mille medici. E in Europa?
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Michele Federico/Flikr
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I pronto soccorso italiani hanno un urgente bisogno di medici. Secondo i dati raccolti dalla Società italiana di medicina di emergenza-urgenza (Simeu) ne mancano più di mille a livello nazionale. Lo studio è stato condotto su un campione di circa 110 strutture di emergenza che rappresentano 6 milioni di accessi, circa un terzo del totale nazionale.

I medici a tempo indeterminato che lavorano nei pronto soccorso sono circa 5.800, a cui si aggiungono circa 1.500 precari. "Ne servirebbero però circa 8.400-8.500 - ha detto a Euronews Francesco Rocco Pugliese, presidente Simeu -. Nel 2001 un medico di pronto soccorso poteva dedicare 26 minuti ad ogni paziente durante il suo turno di lavoro, nel 2016 siamo scesi a 14 minuti e nel 2018 andiamo verso gli 11-12 minuti, un arco di tempo in cui non si prende neanche un caffè".

Sono oltre 4 milioni l'anno le visite mediche che gli attuali organici effettuano in sovraccarico rispetto agli standard nazionali. "In teoria - dice Pugliese - i medici del servizio sanitario nazionale che lavorano nei pronto soccorso il 12 ottobre avrebbero già esaurito le ore di lavoro annuali previste nel contratto. Dal 13 ottobre al 31 dicembre non dovrebbero lavorare".

"C'è poi - aggiunge Pugliese - anche un discorso economico legato alle tasse. Premessa: parliamo comunque di persone che hanno un certo reddito e che possiamo considerare fortunate. Ciò non toglie che noi lavoriamo i primi sette mesi per lo Stato, poi cominciamo a incamerare qualche soldo per noi".

Pochi posti nelle scuole di specializzazione e carenza di finanziamenti

Ma quali sono le cause di questa carenza di medici? Secondo la Roberta Petrino, presidente di Eusem (European society for emergency medicine) "c'è stata una cattiva programmazione dei posti disponibili nei corsi di specializzazione in medicina d'emergenza-urgenza. I posti disponibili sono insufficienti. Prima i dipartimenti d'emergenza potevano attingere a medici internisti, chirurghi ecc. Ora che sono in sofferenza anche loro, la situazione si è fatta ancora più difficile".

Oggi i posti disponibili nelle scuole di specializzazione in medicina d'urgenza sono circa 170 all'anno in 25 università italiane. "Un numero alto rispetto ai circa 50 posti disponibili quando i corsi vennero istituiti dieci anni fa - dice Petrino - ma che comunque copre solo la metà del fabbisogno. Sarebbero necessari almeno 300 posti all'anno, almeno per arrivare alla saturazione dei posti mancanti".

"C'è una carenza di fondi - continua la Petrino - ma questa è una questione politica e non voglio addentrarmi in certi discorsi, bisognerebbe parlarne con il Ministero della Salute e dell'Università. Più che di fondi direi che sicuramente c'è un problema di finanziamenti. Perché di soldi, poi, se ne spendono tanti comunque per tamponare l'emergenza. Si prendono medici a gettone o con le cooperative che vengono pagati di più. I soldi vengono spesi male e poi bisogna spenderne ancora di più per mettere una pezza".

Qual è la situazione in Europa?

A livello europeo al momento non sono disponibili report con cifre sul personale come per l'Italia. Esistono però differenze marcate tra un paese e l'altro, prima di tutto tra Europa orientale e occidentale. Le scuole di specializzazione si sono sviluppate in modo difforme tra un paese e l'altro. Nel Regno Unito e in Irlanda esistono da 50 anni; altri paesi, come Francia e Germania, le hanno istituite da poco. Poi ci sono nazioni in cui ancora non ci sono come Spagna e Austria.

"In Francia le scuole di specializzazione esistono da un paio d'anni - dice Petrino -. Però lì prima c'era già un diploma, dopo aver fatto una specialità di base si otteneva il diploma di competenza. I dipartimenti di emergenza non soffrono la carenza di personale come in Italia".

Spagna: medici di famiglia nei Pronto soccorso

La Spagna è uno dei paesi in cui ancora non esistono scuole di specializzazione. "Lì - afferma Petrino - le società scientifiche si stanno battendo per avere le scuole di specializzazione ma incontrano ostacoli a livello politico. Per quanto riguarda l'organico la situazione non è ideale ma il discorso è più complesso. Nei pronto soccorso ad occuparsi di tutti i casi di non emergenza sono i medici di famiglia, che sono una casta molto forte. Vogliono mantenere la loro posizione di forza nei pronto soccorso. Poi ci sono i medici d'urgenza, fondamentalmente medici con altre specialità formati dalla società scientifica, che si occupano solo delle grandi urgenze, i codici rossi e gialli. I medici di famiglia sono i principali oppositori all'istituzione delle scuole di specialità".

Il paradosso del Regno Unito

Nel Regno Unito e in Irlanda le scuole di specializzazione esistono da cinquant'anni, eppure il sistema è in crisi. "Paradossalmente è qui che ci sono carenze importanti - spiega Petrino -. Si fa un ampio ricorso alle chiamate a gettone. Il sistema sanitario (NHS) è in grave crisi per motivi economici, recentemente ci sono stati diversi tagli. Però la lingua inglese li aiuta molto: riescono a tamponare l'emergenza facendo recruiting in paesi anglofoni come l'India. In generale resta un sistema sanitario che funziona perché hanno cinquant'anni di esperienza, ma al momento sono in grande sofferenza.

La Germania muove i primi passi

In Germania la prima scuola di specializzazione è stata istituita un anno fa. "Sempre l'anno scorso - dice Petrino - su spinta delle società scientifiche è stato recepito il fatto che devono esserci dei dipartimenti d'emergenza con personale dedicato. Fino a un anno fa non esistevano. I pazienti che arrivavano in ospedale venivano smistati nei reparti di competenza: i pazienti con dolore toracico andavano in cardiologia, quelli con problemi neurologici in neurologia e così via. Ora sono stati istituiti i dipartimenti di emergenza anche lì. Ci sono ancora enormi difficoltà sia di competenza che di personale, perché praticamente si è partiti da zero: in teoria avrebbero dovuto istituire prima le scuole di specialità per formare i professionisti e solo dopo creare i dipartimenti. Ma sono ottimista, sono convinta che otterranno dei buoni risultati".

Il caso limite della Polonia

A soffrire di più però sono i paesi dell'est, come ad esempio la Polonia. "Ho parlato di recente con alcuni medici polacchi - dice Petrino -. Lavorano con orari assolutamente non compatibili con le direttive europee, fanno 70-80 ore alla settimana. Per poterlo fare trovano delle scappatoie: una volta terminato il turno da dipendenti, i medici restano in servizio con chiamata a gettone. In pratica sono medici privati e in questo modo non devono sottostare alle norme europee, che prevedono uno stacco di almeno 11 ore tra un turno e l'altro".