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Dal primo anno di presidenza Trump all'esodo dei Rohingya: cosa è successo nel 2017

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Dal primo anno di presidenza Trump all'esodo dei Rohingya: cosa è successo nel 2017

Dal primo anno di presidenza Trump all'esodo dei Rohingya: cosa è successo nel 2017
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Il 25 agosto in Myanmar un gruppo di militanti appartenenti alla minoranza musulmana dei Rohighya attacca alcune postazioni della polizia. La risposta dei militari è una durissima campagna di repressione nei confronti dei civili. E’ l’inizio di un esodo di masa: in pochi mesi più di 600mila Rohingya lasciano il paese per trovare rifugio in Bangladesh.

La leader birmana Aung San Suu Kyi rompe il silenzio solo il 19 settembre: nel suo discorso il premio nobel per la pace evita ogni critica all’operato dell’esercito. Amnesty International la accusa di “nascondere la testa sotto la sabbia”.

Nel corso dell’Assemblea Generale dell’Onu il segretario Antonio Guterres parla di “incubo umanitario”, a novembre la responsabile della diplomazia europea Federica Mogherini visita i campi profughi in Bangladesh.

Il 23 novembre i governi di Myanmar e Bangladesh siglano un accordo per il rimpatrio dei profughi Rohingya, senza fornire dettagli sull’operazione. Nella sua visita in Myanmar Papa Francesco evita di nominare la parola Rohingya e nel suo appello chiede il rispetto di tutti i gruppi etnici.

Solo in un incontro con i gesuiti in Bangladesh il pontefice si esprime apertamente sulla questione: “La presenza di Dio oggi si chiama Rohingya“.

Trump chiude le frontiere

Il 27 gennaio, appena entrato in carica, il presidente degli Stati Uniti Donald Trumpfirma un decreto che proibisce l’ingresso nel paese ai viaggiatori provenienti da sette nazioni a maggioranza musulmana.

Il giorno dopo comincia un movimento di protesta contro la misura. Condanne e critiche al decreto arrivano da tutto il mondo. Il 3 febbraio un giudice federale di Seattle sospende temporaneamente il decreto perché viola la Costituzione americana.

Dopo una lunga battaglia legale, a ottobre entra in vigore un nuovo decreto sull’immigrazione. Trump emette anche un ordine esecutivo per la creazione di un muro al confine con il Messico, ma il Congresso non approva il budget per la costruzione dell’opera.

L’8 dicembre Trump ribadisce la volontà di portare avanti in ogni caso il progetto: “Se il muro non sarà costruito – dice il presidente – ci saranno molte persone scontente”.

Un’altra misura controversa è la cancellazione del progamma, approvato da Obama, che aveva protetto dall’espulsione circa 800mila immigrati irregolari arrivati nel paese da bambini.

Kim Jong-Un sfida il mondo

Il 12 febbraio la Corea del Nord “lancia un missile balistico“: in grado di trasportare una testata atomica, ennesima violazione della risoluzione delle Nazioni Unite.

La risposta di Trump non si fa attendere: “La Corea del Nord è un grosso problema e lo affronteremo con forza“. Il 28 aprile gli Stati Uniti inviano una portaerei a propulsione nucleare con 60 caccia verso le coste della Corea del Sud.

ll 4 luglio, festa dell’indipendenza americana, Pyongyang lancia un missile intercontinentale. Un mese dopo il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approva nuove sanzioni economiche contro la Corea del Nord, mentre Washington continua a fare pressione sulla Cina.

A Pyongyang migliaia di persone scendono in strada per manifestare a favore del leader Kim Jong-Un, che minaccia di colpire la base militare statunitense di Guam, nell’Oceano Pacifico. Il 29 agosto il dittatore coreano si fa fotografare mentre osserva il lancio di un missile di media portata che sorvola l’isola giapponese di Hokkaido prima di cadere nel Pacifico.

Il 3 settembre la Corea del Nord annuncia di avere completato con successo il test di una bomba all’idrogeno. Sedici giorni dopo, nel corso della sua prima partecipazione all’Assemblea Generale dell’Onu, Trump si dice pronto a “distruggere completamente“ la Corea del Nord.

Trump e Gerusalemme capitale

Il 6 dicembre il presidente americano afferma che è tempo di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, marcando una rottura con i suoi predecessori. Trump ordina il trasferimento dell’ambasciata america da Tel Aviv a Gerusalemme.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu parla di “giornata storica”, ma nel resto del mondo la decisione di Trump viene accolta con preoccupazione. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas afferma che gli Stati Uniti stanno “minacciando deliberatamente gli sforzi di pace”.

Per Hamas l’annuncio di Trump apre “le porte dell’inferno” agli interessi americani nella regione. Il leader politico del movimento Ismail Haniyeh lancia un appello per una nuova Intifada. L’8 dicembre la tensione esplode nei territori palestinesi. A Gaza negli scontri con l’esercito israeliano muoiono due palestinesi, in Cisgiordania i feriti sono centinaia.

Durante l’Assemblea delle Nazione Unite a New York gli ambasciatori di Francia, Regno Unito, Italia, Svezia e Germania si dicono in disaccordo con la decisione di Trump, sostenendo che non è in linea con la risoluzione del Consiglio di sicurezza.

Isis cacciato da Mosul e Raqqa

Il 10 luglio le truppe irachene celabrano la loro vittoria sulle rive del Tigri. Tre anni dopo essere caduta sotto il controllo dell’Isis, Mosul è finalmente liberata al termine di una battaglia durata più di otto mesi. Gli scontri più duri sono avvenuti nella città vecchia dove l’Isis, secondo l’Onu, ha utilizzato più di 100mila civili come scudi umani.

Il 17 ottobre l’Isis perde anche Raqqa. I blindati dei guerriglieri curdi sfilano per le strade della città. La piazza principale di Raqqa era utilizzata dal Califfato per le esecuzioni pubbliche mentre lo stadio era stato trasformato in un carcere.

Quattro mesi di battaglia hanno ridotto in macerie gran parte degli edifici della città, che nel 2014 al-Baghdadi aveva scelto come capitale del Califfato per ragioni strategiche e di propaganda.

La crisi in Venezuela

ll 30 marzo la Corte Suprema del Venezuela, controllata dal presidente Nicolas Maduro, esautora il Parlamento, in mano all’opposizione dopo le ultime elezioni. Il presidente dell’Assemblea Julio Borges strappa davanti alle telecamere la sentenza della Corte Suprema. I suoi sostenitori parlano di colpo di Stato e deriva dittatoriale.

Il 3 maggio Maduro firma il decreto con cui convoca le elezioni per la formazione di un’assemblea costituente. Nella stessa giornata il giovane violinista Armando Cañizales si aggiunge alla lunga lista di morti durante le manifestazioni antigovernative. Nel corso degli scontri un altro musicista, Wuilly Arteaga, diventa il simbolo della lotta contro il regime di Caracas scendendo in strada armato solamente di violino e archetto.

Il 30 luglio si vota per l’Assemblea costituente. Secondo i dati ufficiali l’affluenza supera il 40%, ma l’opposizione contesta questa cifra. Il 5 agosto i 545 membri della nuova assemblea approvano la destituzione di Luisa Ortega, la procuratrice generale del paese in contrasto con Nicolas Maduro.

Costretta a lasciare il paese, il 16 novembre la Ortega denuncia Maduro alla Corte penale internazionale dell’Aia, accusandolo di crimini contro l’umanità. Il 13 dicembre l’opposizione venezuelana riceve il premio Sakharov dal Parlamento Europeo. Il riconoscimento viene dedicato ai 157 venezuelani morti durante le proteste.