ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Mogherini a Euronews: "A volte ci chiediamo qual è il numero di telefono di Washington"

Lettura in corso:

Mogherini a Euronews: "A volte ci chiediamo qual è il numero di telefono di Washington"

Mogherini a Euronews: "A volte ci chiediamo qual è il numero di telefono di Washington"
Dimensioni di testo Aa Aa

Incontriamo Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea, nel quadro della conferenza Med 2017 a Roma, il cui titolo è ripensare il Mediterraneo allargato con un’agenda positiva.

Chiaramente qui i temi dominanti sono l’immigrazione e la sicurezza. E’ ancora possibile in una crisi così dura, così drammatica e di tale entità, pensare a un’agenda positiva?
Certamente sì, perché questo grande fenomeno migratorio credo abbia fatto comprendere a tutta l’Europa, ma anche al di là dei confini europei, che siamo di fronte a un cambiamento epocale, che ha bisogno non di retorica che parli di fermare i flussi – cosa che non è realisticamente possibile né all’interno del continente africano, né dal continente africano verso l’Europa, né altri flussi che ci sono nel mondo – ma di gestire insieme un fenomeno complesso. Siamo passati dalla logica di controllo puro delle frontiere, come se fosse un problema di politica interna, di polizia, allo sviluppo di una partnership tra l’Unione Europea, l’Unione africana e i paesi di origine e di transito, per affrontare il fenomeno nella sua complessità. Cosa significa? Innanzitutto salvare vite, salvare vite nel Mediterraneo, salvare vite in Libia, nel deserto, di persone – spesso donne e bambini – che spinte dalla disperazione scelgono di rischiare la vita piuttosto che di restare dove sono. Secondo: sostenere le autorità libiche, in una situazione politicamente molto complessa, a gestire le frontiere, chiudere i centri di detenzione, portare l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) a operare all’interno della Libia per dare assistenza ai migranti. Terzo elemento fondamentale: il controllo a sud della Libia, perché finché non fermeremo il flusso di traffici nel Sahel, nel deserto, in Niger, in Mali, in Ciad, la Libia continuerà ad avere una soluzione insostenibile. Quindi abbiamo operato a sud della Libia, in particolare in Niger, dove il numero dei transiti è passato da 70mila a 4mila in un anno, offrendo opportunità economiche alternative ai giovani che altrimenti avevano il traffico di esseri umani come unica attività economica. Tutto questo lavoro da oggi ha anche un nuovo strumento perché al summit UE-UA abbiamo deciso di creare una task force UE-UA-ONU, per coordinare il nostro lavoro. L’UE continuerà a fare questi filoni di lavoro in modo molto più accentuato, l’ONU si impegna sul terreno per organizzare l’assistenza umanitaria e i ritorni volontari nei paesi d’origine, l’UA si impegna a identificare e facilitare il ritorno dei migranti che sono intrappolati in centri inumani.

Pensa sia un obiettivo realistico questo? Andare in Libia, andare a cercare questi centri che sono sparsi in tutto il territorio, un territorio caotico, quanto è realistico e quando si potrà fare?
Lo stiamo già facendo. L’OIM ha appena annunciato la partenza di altri 2 voli charter dalla Libia verso 2 rispettivi paesi di origine che si aggiungono a molti voli charter che l’OIM ha organizzato in questi mesi grazie al sostegno dell’UE. 14mila migranti in tutto sono stati finora aiutati a raggiungere le loro case di origine e salvati da una situazione assolutamente insostenibile, di schiavitù, di cui eravamo a conoscenza.

Non c‘è stata un po’ di ipocrisia? Servono delle immagini della TV per far vedere il mercato degli schiavi? E’ stato un po’ come il caso di Ayhlan, il piccolo siriano morto sulle spiagge turche, ci vuole un’immagine per l’opinione pubblica per provocare una reazione che dura il tempo che dura. Si sapeva di questa situazione da tanto tempo, perché non si è agito in maniera più ferma prima?
Le prime storie relative a questi centri, relative alle condizioni di schiavitù in cui i migranti sono costretti a spostarsi lungo la rotta dal deserto alla Libia al mare, io le ho ascoltate 4-5 anni fa nei centri di detenzione di Lampedusa. E temo che il fenomeno sia stato presente prima di quando lo abbiamo ascoltato. A volte un reportage televisivo apre gli occhi a molti. Se questo serve a creare una determinazione nuova in certi centri decisionali, che prima non avevano questa urgenza di salvare vite, bene. Quello che posso dire è che l’UE esattamente un anno fa ha firmato con l’OIM un impegno a sostenere il suo lavoro in Libia. Abbiamo chiesto all’ONU, all’OIM, all’UNHCR di entrare in Libia, di cercare questi campi, abbiamo chiesto alle autorità libiche di consentirglielo, e abbiamo finanziato noi europei, soli, il salvataggio di queste prime 14.000 persone.

Voi avete degli interlocutori, in Libia e in altri paesi che ha citato prima nel Sahel non necessariamente affidabili. A volte si ha l’impressione che l’UE sia vista un po’ come un bancomat, con investimenti a fondo perduto senza un vero risultato e un vero ritorno.
Io sono soddisfatta del fatto che nostri partner africani abbiano chiaramente affermato la volontà di contribuire a questa enorme operazione di salvataggio di vite umane. Credo abbiamo superato politicamente e culturalmente, sia da parte nostra che da parte africana, l’idea che la questione delle migrazioni ponga il nord contro il sud e il sud contro il nord. Quello che di più importante abbiamo deciso al summit di Abidjan è sicuramente la creazione di questa task force comune che ci permetterà di lavorare insieme, non uno contro l’altro, per il controllo dei flussi migratori e del salvataggio di vite ma soprattutto un piano di investimenti privati, sostenuti dall’UE, di 44 miliardi di euro, per investire in progetti che creino lavoro nelle parti più fragili dell’Africa. Questa è la vera risposta sia ai problemi di sicurezza sia al grande problema migratorio dell’Africa.

Lei e l’Unione Europea siete stati artefici di una vera vittoria diplomatica sul nucleare in Iran. Fino a che punto siete disposti a difendere questa vittoria – che a volte sembra essere rimessa in forse dalle dichiarazioni di Teheran – rispetto all’amministrazione americana?
L’accordo che siamo riusciti a concludere con Teheran sul nucleare iraniano è un accordo che sta funzionando. E’ un accordo di più di cento pagine di dettaglio sul programma nucleare, in cui l’Iran ha preso degli impegni estremamente precisi e l’Agenzia atomica, l’AIEA, sta verificando e ha verificato per nove volte che l’Iran stia rispettando tutti i suoi impegni nel campo nucleare. Un accordo che funziona nel settore del nucleare non si smantella. E’ una questione di priorità per la sicurezza dell’Europa e della regione. Il presidente Trump ha annunciato una strategia sull’Iran degli USA che include anche un punto interrogativo sul futuro dell’accordo nucleare iraniano e noi abbiamo ricordato ai nostri amici americani che non è un accordo che appartiene a uno stato o a un altro, è una risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU e noi ci aspettiamo che tutti continuino a rispettarlo pienamente.

Come si parla con un’amministrazione americana, con una diplomazia che a volte sembra una diplomazia dei tweet, una diplomazia che sembra instabile e che riserva delle sorprese da un giorno all’altro?
Intanto parliamo molto spesso con i nostri amici americani, a tutti i livelli e con una voce sola. A volte mi viene in mente la battuta di Kissinger: “dateci il numero di telefono dell’Europa”. Ora il numero di telefono dell’Europa ce l’hanno, ma a volte viene a noi da chiedere qual è il numero di telefono di Washington. Ma ci parliamo molto spesso, lavoriamo ancora molto bene insieme su moltissimi temi.

Parlate della Corea del Nord? Qual è la vostra posizione? La diplomazia europea sulla Corea del Nord è sembrata timida finora.
No, assolutamente. Noi siamo stati i primi non soltanto a mettere in pratica per primi tutte le sanzioni che sono state decise dalla Nazioni Unite ma anche ad aggiungere ulteriori elementi di pressione economica su Pyongyang autonomamente. Coordiniamo passo passo la nostra azione con Washington, con Seul, con Tokyo ma anche con Mosca e Pechino, perché sulla Corea del Nord quello che può riuscire ad aprire una strada negoziale è l’unità della comunità internazionale, l’unità del consiglio di sicurezza dell’Onu, e uno sforzo congiunto che includa anche il lavoro che soprattutto la Cina può fare in questo frangente di apertura di un canale diplomatico che ad oggi non c‘è. Le pressioni economiche e diplomatiche che noi europei stiamo mettendo in campo rispetto alla Corea del Nord sono volte a una soluzione pacifica.

Abbiamo parlato del dialogo con Washington, però il dialogo con Mosca in questo momento sembra molto difficile.
E’ molto difficile e resterà difficile fino a quando non si troverà una soluzione al conflitto in est Ucraina e fino a quando continuerà ad esserci questo stato di cose che noi continuiamo a non riconoscere con l’annessione della Crimea. La ferita inferta con il conflitto in Ucraina e l’annessione della Crimea è una ferita che resta e la priorità per noi resta quella di trovare una piena implementazione delle decisioni prese a Minsk per risolvere la crisi lì. Detto questo con Mosca parliamo spesso, in maniera costruttiva, di una serie di priorità che condividiamo. Penso alla soluzione della crisi siriana. Mosca ha sicuramente un punto di vista sulla crisi siriana diverso dall’Unione Europea ma credo che condividiamo l’obiettivo di mettere fine al conflitto dopo cosi tanti anni e possiamo trovare strade per farlo insieme. Parliamo con Mosca della Corea del Nord, parliamo ovviamente con Mosca dell’implementazione sul nucleare iraniano, su cui abbiamo sempre lavorato bene, sul conflitto israelo-palestinese in cui siamo impegnati insieme nella sede del Quartetto, per trovare una soluzione a due stati, contro il terrorismo, immigrazione…

Lei in quanto capo della diplomazia europea ha prove sicure dell’ingerenza della Russia nelle questioni interne degli stati membri, come Francia e Spagna?
Noi abbiamo messo in piedi come Unione Europea un sistema di monitoraggio e anche di reazione e promozione attiva delle verità. Si parla molto di fake news, si parla molto di campagne di comunicazione che spostano l’attenzione dell’opinione pubblica verso fatti e temi non reali. La nostra risposta non è quella di un’anacronistica contro propaganda. La nostra risposta è quella della buona informazione e quindi sosteniamo un’informazione corretta e promuoviamo attivamente l’informazione corretta e fattuale di quello che l’Unione Europea è o non è. L’Unione Europea non è e non sarà mai un progetto contro nessuno e questo è un messaggio che credo sia arrivato a Mosca forte e chiaro…

Ma non avete prove certe.
Ci aspettiamo in modo molto chiaro che chiunque nel mondo, che siano amici, meno amici, che siano vicini o lontani, rispetti i percorsi democratici, in particolare i processi elettorali, degli stati europei.

Vorrei concludere sulla questione dei Balcani. E’ una regione strategica per tutti i temi di cui abbiamo parlato finora. Per l’immigrazione, sono le porte dell’Europa. Per la sicurezza, sappiamo per esempio che dalla Bosnia arriva un enorme numero di foreign fighters. Sono le nostre frontiere a est. Lei ha detto recentemente di avere come obiettivo di portare risultati rapidi prima della fine del suo mandato. Quali?
Spesso facciamo riferimento ai Balcani indicando loro una prospettiva europea e ci dimentichiamo che i Balcani sono il cuore dell’Europa. Che sia per la sicurezza, che sia questione di flusso di rifugiati, che sia questione di sviluppo economico o infrastrutturale dell’Europa, i Balcani fanno parte dell’interesse che l’Unione Europea ha di mantenerli nella propria famiglia, di farli entrare nella propria famiglia. Io ho detto una cosa che in alcuni paesi membri può non essere popolare: credo che il futuro dell’Unone Europea non sarà a 27, sarà a più stati membri che 27.

A dispetto dell’opinione pubblica europea? C‘è un certo scetticismo rispetto a un ulteriore allargamento dell’Unione.
Ma abbiamo bisogno innanzitutto dal punto di vista della sicurezza, dell’economia, di avere i Balcani occidentali come parte della nostra famiglia europea. Abbiamo bisogno dell’entusiasmo europeo che i giovani dei Balcani stanno esprimendo in questi anni. Certamente questo è soggetto a una serie di riforme, a una serie di cambiamenti profondi della società e delle istituzioni, che però i leader e i cittadini di quella regione hanno voglia di fare. Quando si vede un’energia di questo tipo, una voglia tale di far parte di un progetto politico come quello dell’Unione che rappresenta ancora tanto in termini di attrazione verso l’esterno, non si puo’ chiudere la porta. Quando dico che prima della fine del nostro mandato tra 2 anni, potremmo avere progressi irreversibili con ognuno dei 6 partner dei Balcani occidentali, sono seria e credo che sia possibile farlo.