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Ali Abdullah Saleh, il dittatore venuto dal popolo

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Ali Abdullah Saleh, il dittatore venuto dal popolo

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Cresciuto all'interno della tribù monarchica degli Hashed, ma proveniente da una famiglia di origini popolari, piccolo di statura, senza istruzione, rozzo nei modi e nel linguaggio: niente lasciava presagire che Ali Abdullah Saleh avrebbe governato lo Yemen. Per sua stessa ammissione, la sua fortuna è dovuta all'entrata nell'esercito.

Nato nel 1942 in un paesino vicino alla capitale Sanaa, si arruola a 16 anni e presto scala i gradi dell'esercito, fino a diventare ufficiale dell'emirato dello Yemen del nord. Durante la rivoluzione del 1962, sceglie il campo repubblicano dove militerà per i successivi otto anni di guerra civile. Nel 1974, participa al colpo di stato contro il presidente Rahman al Iryani. I due presidenti successivi saranno assassinati.

Nel luglio 1978, il Consiglio del popolo gli offre la presidenza, perché vede in lui un politico esordiente e quindi più controllabile. Ma Saleh non si fa sfuggire l'opportunità e mette un'ipoteca sul potere nominando persone a lui vicine nei posti chiave dell'apparato militare e nelle forze di sicurezza. Poi manda a morte una trentina di ufficiali che stavano progettando di farlo cadere.

Nel 1990, il crollo del blocco sovietico permette la riunificazione con lo Yemen del sud, che nel 1968 - alla fine della dominazione britannica - era diventato una repubblica socialista. Quattro anni dopo, reprime nel sangue un tentativo di secessione: sulle strade resteranno quasi 8.000 morti.

Nel 1991, anno della prima guerra del Golfo, nonostante denunci l'occupazione irachena del Kuwat, Saleh dà il sostegno a Saddam Hussein, provocando il rancore delle monarchie del Golfo. Come conseguenza, migliaia di lavoratori emigrati yemeniti sono espulsi. La sua capacità di tenere unito un Paese clanico, che conta più Kalashnikov che abitanti, gli vale nel 1999 le elezioni a suffragio universale diretto, con il 96% dei voti.

Nel 2006 è rieletto. Ali Abdullah Saleh riesce a giostrarsi bene nelle dinamiche delle appartenenze tribali e a tenere a bada l'islamismo radicale, il tutto distribuendo sussidi e posti nei ministeri. La sua abilità politica lo porterà a chiudere alleanze con l'Arabia saudita, l'Iran e gli Stati Uniti.

Nel 2010, Washington versa 50 milioni di dollari allo Yemen, di cui 35 a titolo di aiuti allo sviluppo. Ma la distribuzione è controversa. Risultato: nel 2011, il Paese di 23 milioni di abitanti resta il più povero del mondo arabo. La disoccupazione tocca il 35%, tasso che sale al 50% per i giovani. La manna del petrolio si esaurisce, non c'è altra industria, il Paese non ha acqua e di conseguenza agricoltura.

Saleh si trova tra due fuochi: l'insurrezione monarchica al nord e il separatismo al sud, ma deve combattere anche contro il montare degli islamisti nella capitale. Il soffio della primavera araba arriva anche qui: di fronte ai manifestanti che chiedono le sue dimissioni, il presidente Saleh alterna una dura repressione e promesse di riforme.

Il 3 giugno 2011 è vittima di un attentato: la bomba che scoppia nel palazzo lo ferisce gravemente e gli provoca gravi ustioni. In Arabia Saudita dove scappa per farsi curare, appare irriconoscibile, dopo aver subito otto interventi chirurgici.

Abbandonato dall'esercito che si è unito alle proteste, all'inizio di novembre accetta di cedere i poteri in cambio dell'immunità giudiziaria, garantita attraverso un accordo tra il Consiglio di cooperazione del Golfo e l'Onu: è la fine di 33 anni di potere assoluto.