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Con la Cina sulla Nuova Via della Seta

Con la Cina sulla Nuova Via della Seta
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Uno dei progetti più ambiziosi al mondo è stato fra i temi trattati al Forum Crans Montana tenutosi a Barcellona. Centinaia di personalità del mondo politico ed economico hanno partecipato al dibattito sulla Nuova Via della Seta, un macroprogetto promosso nel 2013 dal presidente cinese Xi Jinping che punta a unire per via marittima e terrestre Asia, Africa ed Europa dando una nuova dimensione all’economia globale.

L’iniziativa coinvolge una sessantina di paesi che rappresentano il 60 per cento della popolazione e il 30 per cento del pil mondiale. Gli investitori, come Siddique Khan, amministratore delegato di Globalink Logistics, sollecitano i governi a creare un ambiente sicuro per poter distribuire i fondi: “Ci sono molte piccole economie lungo questo corridoio, ricche di risorse naturali, e anziché trasportare materie prime da queste economie, vedremo che grazie a questa nuova Via della Seta i produttori si avvicineranno alle materie prime e aiuteranno queste economie a creare valore aggiunto trasformando le loro materie prime in prodotti finiti”.

Molti dei paesi attraversati dal percorso avrebbero così l’opportunità di dare impulso a infrastrutture e trasporti. Il governo di Pechino ha promesso a maggio centoventiquattro miliardi di dollari d’investimenti. La domanda che sorge è in che modo queste alleanze fra governi e aziende private possano andare a vantaggio dei cittadini. Secondo Veronica Eragu, deputata ugandese, “Tutti i nostri leader, i parlamentari, gli organi di governo devono assicurarsi che i residenti siano consapevoli del partenariato con la Cina, e che traggano vantaggio da ogni centimetro che i cinesi stanno costruendo. E che debbano anche poter partecipare ed essere coinvolti nell’accordo, e nelle attività che saranno gestite dai cinesi”.

La Cina presenta la sua idea come un progetto di cooperazione basato sul partenariato e non sul confronto, ma la sua posizione come principale investitore suscita sospetti. Ma Hakima El Haite, inviata speciale della Cop22, è fiduciosa: “Penso che la Cina sarà costretta a rispettare i diritti umani, soprattutto gli aspetti riguardanti i salari dei lavoratori, i salari minimi eccetera. E penso anche che il coinvolgimento dell’Unione europea nel progetto sarà di grande aiuto e che l’Unione europea avrà il ruolo di una sorta di guardiano dei diritti umani”.

L’Unione è divisa sul progetto: a preoccupare alcuni paesi sono la mancanza di trasparenza e le lacune in ambito ambientale e sociale. Ma istituti come la Deutsche Bank hanno già impegnato più di due miliardi e mezzo di euro. Il ruolo dell’Europa, secondo alcuni, potrebbe uscirne rafforzato. Ne è convinto l’ex ministro della difesa lettone Artis Pabriks: “Decisamente, perché in questo momento gli Stati Uniti sono esitanti e più protezionisti, e questo crea un’ottima opportunità per il continente europeo, in collaborazione con Asia e Africa. Dovremmo cogliere quest’opportunità perché se gli Stati Uniti esitano, noi come europei ci troviamo automaticamente in prima linea”.

Governi e investitori privati a Barcellona hanno mostrato una grande disponibilità a collaborare. Ma la Nuova Via della Seta non vedrà la luce, secondo la data proposta da Pechino, prima del 2049.

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