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Ricostruire l'habitat marino distrutto dalle attività umane

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Ricostruire l'habitat marino distrutto dalle attività umane
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Quest'edizione speciale di Futuris è dedicata alle missioni che l’Unione Europea lancia nel campo della ricerca e dell’innovazione per trovare soluzioni alle grandi sfide della nostra epoca.

Cinque i settori di quest'iniziativa nell'ambito del programma Horizon Europe, che partirà nel 2021: città climaticamente neutre, difesa della qualità del suolo, adattamento al cambiamento climatico, lotta contro il cancro, e la missione di cui ci occupiamo oggi: protezione degli oceani, dei mari e delle acque interne.

Salvaguardare le acque: qualche esempio concreto

I nostri mari, oceani, zone costiere, ghiacciai e acque interne producono quasi la metà dell'ossigeno che respiriamo e il 16 per cento delle proteine animali che consumiamo. Ma questi ecosistemi tanto ricchi quanto fragili sono minacciati da cambiamento climatico, inquinamento, sovrapesca, pressione turistica e altro. Come proteggerli preservandone al tempo stesso il valore socioeconomico? Il responsabile della missione, Pascal Lamy, ci fornisce alcuni esempi delle ambizioni di quest'iniziativa; ​"Se mettiamo una bottiglia di plastica in cima al Monte Bianco, per esempio, c'è il 60 per cento di probabilità che qualche anno dopo la ritroviamo nel Mediterraneo. È un sistema molto complicato, e di conseguenza bisogna fare moltissime cose in diverse direzioni. Vi faccio qualche esempio: bisogna aumentare seriamente la quantità di aree marine protette. Esistono già alcune aree marine protette nel territorio europeo. Il nostro obiettivo è che queste aree costituiscano entro il 2030 il 30 per cento delle nostre superfici acquatiche. È un grosso lavoro. Bisogna dotare i pescherecci sistematicamente di strumenti di geolocalizzazione che consentano di individuarli per mettere fine alle molte attività di sovrapesca oggi esistenti. Bisogna inventare dei motori puliti per tutto ciò che galleggia sul mare e sugli oceani, e in particolare lungo le zone costiere, per traghetti e navi costiere, per i quali è meno complicato dal punto di vista energetico rispetto ai grandi trasporti intercontinentali".

​Un viaggio indietro nel tempo

Nel napoletano troviamo un esempio concreto di come gli scienziati europei stanno lavorando per ripristinare il ricco ecosistema sottomarino di una zona costiera devastata da decenni di fuoriuscite industriali. In questa zona una fabbrica di lavorazione dell'acciaio è arrivata, nel secolo scorso, a coprire due milioni di metri quadrati. Nel 1992 è stata chiusa, ma il danno ormai era fatto.

Fuoriuscite di arsenico, mercurio, cromo, piombo e altri metalli pesanti hanno trasformato il ricco ecosistema sottomarino in un deserto. Ora i ricercatori vogliono riportarlo indietro nel tempo.​

Per farlo stanno creando giardini sottomarini con alcuni degli habitat che sono stati spazzati via. Un lavoro di restauro che include alghe e coralli, tra cui Posidonia Oceanica, una specie di alghe in via d'estinzione, endemiche del mar Mediterraneo.

Luigi Musco, biologo marino presso la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, spiega: "Siamo noi che dobbiamo in qualche modo intervenire per riportare quest'importantissimo habitat che, oltre ad aumentare la qualità ecologica dell'area, fondamentalmente porterebbe nuova biodiversità, nuovo valore aggiunto, quindi fa tornare indietro l'orologio ai primi del Novecento".

​I superpoteri di Posidonia

​Posidonia assorbe CO2 e libera ossigeno, e può vivere fino a circa 35 metri di profondità.

Gli scienziati del progetto di ricerca europeo Merces ne stanno studiando la biologia per capire non solo come possa essere aiutata a ricolonizzare gli habitat marini, ma anche come stia attualmente fronteggiando altre minacce alla sua sopravvivenza, fra cui l'aumento della temperatura dell'acqua. "In realtà Posidonia è più forte rispetto a quello che noi pensavamo all'inizio, - rivela il biologo marino Gabriele Procaccini -. È in grado di attuare una serie di meccanismi fisiologici e metabolici per rispondere a questo calore eccessivo e quindi per riuscire a sopravvivere. Chiaramente noi stiamo studiando anche i limiti di questa risposta, quindi fino a che punto si può arrivare con questo tipo d'impatto prima che Posidonia sia alterata nella sua crescita e nella sua sopravvivenza"

​Cystoseira, il mistero della fertilizzazione

Uno degli obiettivi della ricerca è ripristinare gli ecosistemi marini formati da Cystoseira, un'altra alga del Mediterraneo minacciata da inquinamento, attività umane e cambiamento climatico. Gli scienziati stanno cercando di capire in che modo il tasso di fertilizzazione di questa specie sia influenzato dal riscaldamento delle acque. Finora i risultati sono riassunti cos' dalla ricercatrice Erika Fabbrizzi: "Abbiamo visto che l'innalzamento della temperatura fa sì che il ciclo vitale di queste specie venga completamente alterato. Quindi troviamo delle fasi riproduttive in stagioni in cui questo non dovrebbe avvenire. E questo fa sì che i nuovi giovanili di queste specie non riescano poi a crescere una volta che si ritrovano in una stagione completamente diversa da quella in cui dovrebbero andare a crescere".

Centinaia di anni per "restaurare" i coralli​

Nel 70 per cento dei mari e degli oceani del mondo negli ultimi anni abbiamo assistito a un forte impoverimento della biodiversità.​

Un miliardo di persone dipendono dalle risorse provenienti da oceani, mari e acque interne. Il ripristino dell'ambiente subacqueo può contribuire a proteggere quest'equilibrio, ma le sfide sono enormi, dice il coordinatore del progetto, Roberto Danovaro: "Se noi vogliamo ricreare una foresta amazzonica distrutta, tagliata o bruciata, richiediamo probabilmente decenni per avere questo processo. Ebbene, in mare alcune componenti hanno dei tempi di recupero più rapidi, come ad esempio le foreste di macroalghe. Ma per quanto riguarda ad esempio le scogliere coralline profonde e i banchi di corallo bianco, questi possono richiedere effettivamente anche centinaia di anni".

​Oltre agli habitat costieri, l'obiettivo è restaurare i fondali rocciosi poco profondi e gli ecosistemi delle acque profonde.

Gli ambienti marini sono generosi... Se viene data loro una mano, dicono gli scienziati. Musco ammette: "Non pensavamo che Posidonia potesse in qualche modo resistere in quest'area, conoscendo la quantità di inquinanti presenti. Eppure abbiamo visto ce la fa. Certamente non sta bene come potrebbe stare in un luogo completamente pulito, però può starci. Quindi stiamo imparando di volta in volta che esiste la possibilità di nuove tecniche d'intervento, e ovviamente, essendo scienza pura, tutto ciò lo impariamo volta per volta".

Journalist • Selene Verri

Risorse addizionali per questo articolo • Versione italiana: Selene Verri