Il Lago Maggiore soffre la siccità e la Svizzera aumenta i rilasci dal Ceresio. Ma l'acqua manca anche in Piemonte, Lombardia, Veneto e Marche: è la nuova emergenza italiana
La Svizzera apre i rubinetti del Lago di Lugano per dare una mano al Lago Maggiore. È una soluzione d'emergenza che fotografa meglio di molti numeri quanto sia diventata delicata la situazione dell'acqua nel Nord Italia: dal Ceresio arriveranno più risorse verso Ponte Tresa, con l'obiettivo di sostenere il livello del Lago Maggiore e, soprattutto, garantire acqua alle risaie della pianura.
L'erogazione passerà dagli attuali 3 a 8 metri cubi al secondo. I due bacini sono collegati e una parte consistente dell'acqua aggiuntiva confluirà nel Lago Maggiore.
La misura è stata discussa nell'Organismo Bilaterale italo-elvetico di Consultazione sulla regolazione dei livelli del Verbano e sulla gestione delle risorse idriche del suo bacino, convocato d'urgenza dal Ministero dell'Ambiente sulla base dei dati dell'Autorità di Bacino del Po. La delegazione italiana, composta dal Ministero e dalle Regioni Lombardia e Piemonte, ha accolto la proposta svizzera, che può diventare operativa già oggi.
L'aiuto della Svizzera e la "coperta corta" dell'acqua
La decisione del Canton Ticino è temporanea e sarà rivalutata nei prossimi giorni, ma il significato va oltre il singolo intervento. Il problema è che l'acqua disponibile non basta più a soddisfare contemporaneamente tutte le esigenze.
Da una parte ci sono le risaie piemontesi e lombarde, che in questa fase della stagione hanno bisogno di grandi quantità d'acqua. Dall'altra ci sono gli acquedotti, i fiumi, i laghi e gli ecosistemi che devono fare i conti con portate sempre più basse.
È la classica situazione della "coperta corta": se si aumenta il prelievo per un settore, bisogna verificare cosa resta agli altri. E quando la risorsa complessiva diminuisce, anche una decisione apparentemente tecnica sulla regolazione di un lago diventa una questione strategica.
Il caso del Lago Maggiore è particolarmente significativo. Già a luglio l'Autorità di Bacino del Po segnalava che il bacino era vicino al limite minimo operativo, mentre l'agricoltura piemontese risultava tra i comparti maggiormente sotto pressione.
Il problema, inoltre, non riguarda soltanto l'acqua utilizzata per irrigare i campi. In diverse zone italiane la scarsità ha iniziato a interessare anche l'approvvigionamento idropotabile.
Lago Maggiore, chi lo gestisce? La regolazione è italiana, ma la partita è transfrontaliera
Il Lago Maggiore è un bacino transfrontaliero, diviso tra Italia e Svizzera, ma la sua regolazione non è una gestione congiunta in senso stretto. Il livello del lago viene regolato attraverso lo sbarramento della Miorina, a Sesto Calende, in territorio italiano, e la gestione operativa è affidata al Consorzio del Ticino.
Italia e Svizzera, tuttavia, si confrontano e coordinano le decisioni nell'ambito dell'Organismo Bilaterale italo-elvetico, perché le variazioni del livello del lago hanno conseguenze su entrambi i territori.
La situazione è resa ancora più particolare dal fatto che il Lago di Lugano (Ceresio), anch'esso transfrontaliero, è collegato al Maggiore attraverso il fiume Tresa: è proprio da questo sistema che arriva ora l'aiuto della Svizzera, con l'aumento temporaneo delle portate da 3 a 8 metri cubi al secondo. Dunque, il Lago Maggiore viene regolato in Italia, ma la gestione della risorsa idrica non può prescindere dal coordinamento con la Svizzera.
Dal Lago Maggiore alle autobotti
In Piemonte la situazione è particolarmente delicata. A metà luglio la Regione riferiva che circa 100 Comuni avevano già adottato ordinanze per limitare i consumi d'acqua, soprattutto nelle aree montane e nelle frazioni più isolate. In circa 50 Comuni, per un totale di 25.000 abitanti, si era già fatto ricorso alle autobotti per aumentare la disponibilità nei serbatoi degli acquedotti.
I dati di Arpa Piemonte fotografavano una situazione altrettanto preoccupante: le risorse idriche superficiali risultavano inferiori del 37 per cento rispetto alla media del periodo, mentre nella prima decade di luglio molte sezioni idrometriche presentavano deficit superiori al 40 per cento. Il Po a Isola Sant'Antonio aveva una portata media di appena 62 metri cubi al secondo, con un deficit del 75 per cento rispetto al valore storico di riferimento.
Il caldo ha aggravato il quadro. Giugno 2026 in Piemonte è stato caratterizzato da temperature molto superiori alla media, con un'anomalia regionale di circa +3,5 °C. Il calore ha aumentato l'evapotraspirazione, facendo perdere più rapidamente acqua ai terreni e alla vegetazione.
La crisi si allarga al Distretto del Po
Il Piemonte non è però un caso isolato. Il problema riguarda un'area molto più vasta.
A fine luglio l'Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici del Distretto del Po ha innalzato la valutazione della severità idrica da "media" ad "alta". Le portate del Po erano progressivamente scese su valori inferiori a quelli caratteristici delle condizioni di magra e l'indice di siccità evidenziava condizioni severe in gran parte delle sezioni monitorate, con una situazione definita estrema a Cremona.
Già il 21 luglio l'Autorità di Bacino segnalava problemi non soltanto per l'agricoltura, ma anche per l'acqua destinata alla popolazione. In Lombardia erano 50 i Comuni in difficoltà, 17 dei quali riforniti con autobotti; nelle Marche erano 32. Criticità erano segnalate anche in Veneto e Piemonte.
E il quadro comprende anche il Delta del Po, dove la riduzione delle portate aumenta il rischio di risalita del cuneo salino dal mare. Quando il fiume porta meno acqua dolce, l'acqua salata può penetrare più profondamente nell'entroterra, mettendo sotto pressione sia gli ecosistemi sia le attività agricole e gli impianti di approvvigionamento.
Risaie, acqua potabile, fiumi: chi viene prima?
È qui che emerge la vera questione. L'emergenza non è soltanto "quanta acqua c'è", ma come distribuirla quando non ce n'è abbastanza.
L'agricoltura ha bisogno di irrigazione proprio durante le fasi più calde dell'anno. Le risaie del Piemonte e della Lombardia rappresentano uno dei comparti più esposti, e il territorio piemontese è tra quelli in cui la Regione ha segnalato con maggiore evidenza il rischio di perdita dei raccolti legato alla disponibilità idrica.
Ma la stessa acqua serve per gli acquedotti, per mantenere le portate minime dei fiumi, per gli ecosistemi, per alcuni usi industriali e, in determinati territori, anche per la produzione energetica.
Da qui nasce la necessità di interventi sempre più sofisticati e di accordi tra territori e Paesi. Il rilascio dal Lago di Lugano verso il Lago Maggiore è un esempio concreto: una risorsa presente in un bacino viene temporaneamente utilizzata per sostenere un altro sistema idrico in difficoltà.
E al Sud il problema non è scomparso
La crisi idrica non è però confinata al Nord. Le condizioni cambiano da regione a regione e non tutta l'Italia si trova contemporaneamente nella stessa situazione, ma la vulnerabilità resta elevata soprattutto nelle aree mediterranee e nelle regioni che dipendono fortemente dagli invasi.
L'ISPRA monitora infatti la severità idrica dei diversi distretti italiani e considera lo scenario "alto" una condizione nella quale, nonostante le misure preventive, la risorsa può non essere sufficiente a evitare danni al sistema.
È una fotografia che aiuta a capire perché l'acqua stia diventando una delle questioni più delicate della gestione del territorio: non basta aspettare la pioggia. Servono invasi, reti più efficienti, riduzione delle perdite degli acquedotti, riuso delle acque depurate, sistemi di irrigazione meno dispersivi e una programmazione che tenga conto di una disponibilità idrica sempre più variabile.