La prima visita del presidente ucraino Zelenskyy in Serbia è stata inattesa, ma i suoi commenti sul Kosovo hanno provocato rabbia a Pristina
La posizione di Kiev sul Kosovo regala al presidente serbo Aleksandar Vučić una vittoria diplomatica, ma scatena la reazione di Pristina.
La scelta dell’Ucraina di non riconoscere l’indipendenza del Kosovo ha offerto a Vučić un importante risultato diplomatico, ma ha contemporaneamente provocato una dura reazione a Prishtina. Al centro della disputa c’è la posizione ribadita dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante la sua visita a Belgrado: Kiev continua a sostenere l’integrità territoriale degli Stati e non riconosce il Kosovo come Stato indipendente.
Una posizione che, nel pieno della guerra contro la Russia, assume un peso particolare. Kiev insiste da anni sul principio dell’integrità territoriale dell’Ucraina, contestando l’annessione della Crimea e l’occupazione di territori ucraini da parte di Mosca. Lo stesso principio viene ora utilizzato per spiegare il mancato riconoscimento del Kosovo.
Durante una conferenza stampa a Belgrado, Zelensky ha confermato che la linea dell'Ucraina non è cambiata, rispondendo a una domanda sulla possibilità per la Serbia di continuare a "contare sulla posizione ferma dell'Ucraina" sul Kosovo.
"La nostra posizione resta invariata. Lo abbiamo sempre sottolineato e la politica dell’Ucraina non è cambiata", ha dichiarato il presidente ucraino.
Kosovo, la reazione di Pristina
Le parole di Zelensky hanno però provocato irritazione in Kosovo. Prishtina chiede a Kiev di rispettare il diritto all’autodeterminazione del Kosovo e la dichiarazione di indipendenza del 2008, riconosciuta da oltre 100 Paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito e 22 Stati membri dell’Unione europea.
La reazione è arrivata anche attraverso un gesto simbolico. Il sindaco di Pristina, Perparim Rama, ha annunciato la rimozione di una grande bandiera ucraina con la scritta "Free Ukraine", esposta lungo una delle principali arterie della capitale kosovara dall’inizio dell’invasione russa del 2022.
"Lo Stato del Kosovo deve essere rispettato", ha scritto Rama sui social, pubblicando il video della rimozione.
"Quando il Kosovo non viene rispettato, la capitale Prishtina reagisce sempre allo stesso modo", ha aggiunto.
Il sindaco ha comunque ribadito la solidarietà dei cittadini kosovari nei confronti del popolo ucraino, sottolineando che il Kosovo conosce direttamente il significato di una lotta per la libertà e per il riconoscimento internazionale.
Anche il ministro degli Esteri kosovaro Glauk Konjufca ha espresso "rammarico" per le dichiarazioni di Zelensky, chiarendo però che Prishtina continuerà a sostenere la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina.
Konjufca ha inoltre respinto il parallelismo tra la questione kosovara e le rivendicazioni territoriali russe in Ucraina. Secondo il ministro, dopo la guerra del 1998-1999 il Kosovo non è stato annesso né conquistato, ma sottoposto a un'amministrazione internazionale delle Nazioni Unite, mentre per anni sono proseguiti i negoziati sul suo status.
Dal conflitto del 1999 all'indipendenza
La questione affonda le radici nella guerra del Kosovo. Negli anni Novanta, sotto la leadership di Slobodan Milošević, Belgrado adottò una dura politica repressiva nei confronti della maggioranza albanese del Kosovo. Le tensioni sfociarono nel conflitto armato del 1998-1999, accompagnato da una vasta campagna di violenze e pulizia etnica.
Nel 1999 la NATO intervenne con una campagna militare durata circa tre mesi, costringendo le forze serbe a ritirarsi. Il Kosovo passò quindi sotto un'amministrazione internazionale delle Nazioni Unite, mentre la NATO mantenne sul territorio una forza di peacekeeping, la KFOR.
Dopo anni di negoziati e di amministrazione internazionale, il Kosovo dichiarò unilateralmente l'indipendenza nel febbraio 2008.
Belgrado non ha mai riconosciuto la separazione dell'ex provincia e continua a considerare il Kosovo parte integrante della Serbia. Proprio per questo, la conferma arrivata da Zelensky rappresenta per Vučić un risultato diplomatico significativo.
Il sostegno di Vučić all'integrità territoriale dell'Ucraina
Il paradosso è che la Serbia sostiene formalmente l'integrità territoriale dell'Ucraina, compresi i territori occupati dalla Russia dal 2014, ma allo stesso tempo respinge l'indipendenza del Kosovo.
Sabato Vučić ha ribadito che Belgrado continuerà a sostenere la sovranità ucraina sull'intero territorio riconosciuto internazionalmente. Una posizione per la quale Zelensky lo ha ringraziato.
Il presidente serbo si trova però da anni a gestire un equilibrio particolarmente delicato. Da una parte c'è la Russia, storico alleato di Belgrado e importante partner energetico, soprattutto sul fronte del gas. Dall'altra c'è l'Unione europea, verso la quale la Serbia punta attraverso il processo di adesione.
Dall'inizio dell'invasione russa su vasta scala dell'Ucraina, nel febbraio 2022, Vučić ha cercato di mantenere aperti entrambi i canali. Belgrado ha condannato l'aggressione russa e riconosciuto l'integrità territoriale dell'Ucraina, ma non ha aderito alle sanzioni europee contro Mosca.
Nel giugno 2025 Vučić aveva compiuto la sua prima visita ufficiale in Ucraina dall'inizio della guerra, partecipando al vertice Ucraina-Sud-est Europa a Odessa. Il presidente serbo aveva però scelto di non firmare la dichiarazione congiunta finale, pur sostenendo il ritiro delle forze russe e la sovranità territoriale ucraina.
Le accuse russe sulle armi serbe
Sul rapporto tra Belgrado e Mosca pesa inoltre la questione delle forniture militari. Nel maggio 2025 il servizio di intelligence esterna russo, SVR, aveva accusato l'industria della difesa serba di fornire munizioni destinate indirettamente all'Ucraina, arrivando a parlare di un "tradimento" da parte di Belgrado.
Vučić aveva respinto le accuse, sostenendo che la Serbia non fornisce direttamente armi a Kiev. Secondo diverse ricostruzioni, tuttavia, quantità significative di munizioni prodotte in Serbia sarebbero arrivate in Ucraina attraverso Paesi terzi.
Il governo serbo sostiene di non aver autorizzato né controllato eventuali trasferimenti verso il fronte ucraino.
Durante l'ultima visita di Zelensky a Belgrado, Vučić ha inoltre precisato che i due presidenti non hanno discusso di cooperazione militare.