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Euroviews. Perché Israele deve far parte dello Spazio europeo della ricerca anche 2028-2034, l'opinione di Carsten Ovens

La scritta "Dream Big" davanti allo "Shimon Peres Center for Peace and Innovation" a Tel Aviv (c) Carsten Ovens
Il motto "Dream Big" davanti allo "Shimon Peres Center for Peace and Innovation" a Tel Aviv (c) Carsten Ovens Diritti d'autore  (c) Carsten Ovens
Diritti d'autore (c) Carsten Ovens
Di Carsten Ovens ist CEO des European Leadership Network (ELNET) für Deutschland, Österreich und die Schweiz.
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Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell'autore e non rappresentano in alcun modo la posizione editoriale di Euronews.

Carsten Ovens (CDU) sostiene che Israele deve continuare a far parte senza restrizioni dello Spazio europeo della ricerca dal 2028 al 2034 e afferma che sarebbe nell'interesse dell'Europa e un investimento nel suo futuro. La sua opinione, su Euronews

Raramente un programma incarna così chiaramente l’ambizione dell’Europa di essere il continente della conoscenza quanto Horizon Europe. Tra il 2021 e il 2027 l’UE mette a disposizione circa 95 miliardi di euro per riunire i migliori talenti, università e aziende tecnologiche. Il principio guida è che i finanziamenti siano assegnati in base all’eccellenza scientifica e al potenziale di innovazione, non alla nazionalità o al clima politico.

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Da oltre un anno questa promessa è sotto attacco continuo. Nel luglio 2025 la Commissione europea ha proposto di escludere le startup israeliane dall’Accelerator del Consiglio europeo per l’innovazione (EIC), la componente del programma che sostiene le imprese con tecnologie dirompenti, come l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza e i droni. La partecipazione di università e ricercatori israeliani ad altri progetti Horizon sarebbe inizialmente rimasta intatta.

Sul piano politico, tuttavia, il passo sarebbe stato un precedente: l’UE non aveva mai escluso prima un partner altamente performante da uno strumento centrale di innovazione a causa del suo governo.

L’UE non aveva mai escluso prima un partner altamente performante da uno strumento centrale di innovazione a causa del suo governo.

Commissione UE: l’esclusione delle startup israeliane è congelata

Finora la proposta non ha ottenuto una maggioranza qualificata in Consiglio. Germania e Italia hanno chiesto un esame approfondito, mentre diversi Paesi dell’Europa centrale e orientale l’hanno respinta senza mezzi termini.

Francia, Paesi Bassi e Spagna, al contrario, sono tra i governi per i quali la proposta, alla luce della situazione a Gaza, non andava nemmeno abbastanza lontano.

La Spagna, insieme all’Irlanda, aveva già chiesto nel 2024 una revisione dell’accordo di associazione UE-Israele e nell’estate 2025 è arrivata persino a chiedere la sospensione di tutti i programmi congiunti.

Da allora la proposta è congelata, ma non è stata archiviata. Riemerge a ogni nuova escalation a Gaza.

Arriva inoltre in un momento in cui l’Unione europea sta negoziando il prossimo programma quadro di ricerca. A partire dal 2028, con il decimo periodo di finanziamento (FP10), si definirà la politica europea dell’innovazione fino al 2034.

In questo contesto si discuteranno anche le condizioni generali di partecipazione dei Paesi terzi. Il dibattito politico su Israele rende questa questione ancora più delicata.

Le sanzioni contro ricercatori e università israeliani però non proteggono nessuno, in nessun luogo, dal terrorismo islamista né migliorano la qualità della vita.

Le critiche al governo israeliano sono legittime. La situazione umanitaria nelle regioni in conflitto del Medio Oriente dovrebbe ugualmente essere al centro della politica europea.

Tuttavia le sanzioni contro ricercatori e università israeliani non proteggono nessuno, in nessun luogo, dal terrorismo islamista né, tanto meno, migliorano la qualità della vita. I danni per la ricerca, invece, sarebbero rapidamente misurabili, soprattutto in Europa.

Chi esclude Israele indebolisce la propria capacità di innovare

Nel programma Horizon Europe i partner israeliani non sono semplici beneficiari di fondi. Fanno parte di consorzi multinazionali in cui università, centri di ricerca e imprese europee lavorano e sviluppano insieme.

Tra il 2021 e il 2024 università, istituti e aziende israeliane hanno ottenuto oltre un miliardo di euro da Horizon Europe, a fronte di un contributo nazionale di circa 1,7 miliardi. Il Paese è quindi un contributore netto, non un beneficiario netto.

Escludere un partner israeliano non significherebbe semplicemente cancellare una voce da una tabella di finanziamento a Bruxelles. I consorzi perderebbero know-how tecnico, proprietà intellettuale, infrastrutture di prova, dati clinici e l’accesso a uno degli ecosistemi di startup più dinamici al mondo.

I progetti dovrebbero essere ricomposti, i pacchetti di lavoro redistribuiti o addirittura abbandonati. A sopportare i costi sarebbero gli istituti di Amburgo, Parigi, Barcellona, Lovanio o Varsavia. Ogni governo europeo che chiede l’esclusione di Israele danneggia direttamente le proprie università.

Ogni governo europeo che chiede l’esclusione di Israele danneggia direttamente le proprie università.

Ne sarebbe colpita anche l’economia europea, che dipende in molti settori dalle innovazioni israeliane. Nel programma EIC Accelerator nel 2024 Israele è stato il terzo maggior destinatario dei fondi, dopo Germania e Francia. Solo in quell’anno oltre 100 milioni di euro sono confluiti in startup israeliane di deep tech.

La stessa Startup Nation investe più del 6% del proprio prodotto interno lordo in ricerca e sviluppo, oltre tre volte la media dell’UE. Per questo circa 450 aziende internazionali, tra cui Renault, SAP e Telefónica, hanno istituito centri di ricerca nel Paese.

L’Europa deve ora fissare la rotta

Squadre europee e israeliane collaborano su terapie personalizzate contro il cancro, agricoltura a risparmio idrico, robotica, tecnologie quantistiche e infrastrutture digitali resilienti.

Al Technion, al Weizmann Institute e all’Università Ebraica non nascono solo pubblicazioni. Si sviluppano brevetti, spin-off e applicazioni pronte per il mercato.

È proprio quella traduzione della ricerca in innovazione di cui in Europa spesso si sente la mancanza. Israele è particolarmente forte in questo ambito. Escluderlo non sanerebbe la debolezza strutturale dell’Europa, anzi la aggraverebbe.

Per colmare il divario con Stati Uniti e Cina in settori come l’intelligenza artificiale, la biotecnologia e le tecnologie quantistiche, la piena partecipazione di Israele deve essere garantita fin dall’inizio, invece di diventare ogni volta oggetto di trattativa a ogni nuova crisi in Medio Oriente.

Una decisione cruciale è alle porte. FP10 plasmerà la politica europea di ricerca e innovazione fino al 2034. Per colmare il divario con Stati Uniti e Cina in settori come l’intelligenza artificiale, la biotecnologia e le tecnologie quantistiche, la piena partecipazione di Israele deve essere garantita fin dall’inizio, invece di diventare ogni volta oggetto di trattativa a ogni nuova crisi in Medio Oriente.

I governi di Dublino, Parigi o Madrid dovrebbero quindi chiedersi non solo quanto potrebbero trarre vantaggio, sul piano interno, da un’esclusione di Israele.

Dovrebbero anche spiegare alle proprie università e imprese quale prezzo scientifico ed economico il Paese sarebbe chiamato a pagare.

FP10 deve rimanere un programma fondato sull’eccellenza, non diventare uno strumento nelle mani di maggioranze politiche mutevoli.

Israele deve continuare a far parte senza restrizioni dello spazio europeo della ricerca anche dal 2028 al 2034. È nel nostro stesso interesse ed è un investimento nel futuro dell’Europa.

Carsten Ovens (CDU) è stato membro del Parlamento di Amburgo ed è CEO dell’European Leadership Network (ELNET) per Germania, Austria e Svizzera. Insieme a ELNET ha fondato nel 2020 il German Israeli Network of Startups & Mittelstand, sostenuto dal Ministero federale dell’Economia, e nel 2021 il German Israeli Health Forum for Artificial Intelligence, sostenuto dal Ministero federale della Salute.

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