La raccomandazione della Commissione europea non è sufficiente a vietare le pratiche di conversione in tutta l'UE, come richiesto da un'iniziativa popolare che ha raccolto più di un milione di firme in tutto il Paese
I Paesi dell’Unione europea devono agire senza indugi per porre fine alle cosiddette “terapie di conversione” rivolte alle persone LGBTIQ+. A ribadirlo è stata la Commissaria europea per l’Uguaglianza Hadja Lahbib, che ha annunciato una nuova raccomandazione non vincolante da parte della Commissione europea.
Secondo Lahbib, queste pratiche si fondano su un presupposto falso: l’idea che l’orientamento sessuale o l’identità di genere possano essere “corretti” o “curati”. “Non si può torturare l’identità di una persona”, ha dichiarato, sottolineando che si tratta di interventi dannosi e privi di fondamento scientifico.
La Commissione europea intende quindi inviare un segnale politico chiaro: queste pratiche devono essere vietate. La raccomandazione mira a rafforzare la consapevolezza pubblica, migliorare il sostegno psicologico e legale alle vittime e facilitare le azioni giudiziarie contro chi le mette in atto.
Nonostante le richieste di un divieto europeo vincolante avanzate da un’iniziativa dei cittadini, l’esecutivo ha scelto una raccomandazione non obbligatoria. La ragione principale è la mancanza di unanimità tra gli Stati membri, necessaria per intervenire in questo ambito secondo i trattati UE.
Attualmente, otto Paesi dell’Unione - Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Malta, Spagna e Portogallo - hanno già introdotto divieti nazionali, con approcci e sanzioni differenti. “Hanno dimostrato che si può fare”, ha affermato Lahbib, invitando gli altri Stati a seguire l’esempio.
Le cosiddette terapie di conversione includono una serie di interventi, dalla psicoterapia forzata a trattamenti farmacologici fino a pratiche religiose o pseudo-mediche, con l’obiettivo di modificare orientamento sessuale o identità di genere. Organismi internazionali e associazioni per i diritti umani le definiscono prive di base scientifica e potenzialmente dannose.
Un rapporto delle Nazioni Unite del 2020 ha evidenziato i rischi psicologici e fisici di queste pratiche, invitando gli Stati a introdurre divieti e misure di protezione per le vittime.
La raccomandazione della Commissione sarà presentata formalmente il prossimo anno e punta a spingere verso un quadro normativo più uniforme a livello europeo.