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Italia, conti sotto pressione ma il riarmo non si tocca: perché la spesa per la difesa è al sicuro

Eurofighter
Eurofighter Diritti d'autore  © Leonardo S.p.A. and subsidiaries.
Diritti d'autore © Leonardo S.p.A. and subsidiaries.
Di Stefania De Michele
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L’Italia affronta una fase di forte pressione sui conti pubblici tra procedura di infrazione Ue, crisi energetica e guerra in Iran. Nonostante lo scenario difficile, gli investimenti nella difesa risultano al momento al sicuro. Vediamo perché

Il governo Meloni si prepara a una delle prove più delicate della legislatura: tenere a galla i conti pubblici quando la tempesta imperversa. Il meteo politico parla di condizioni avverse: procedura di infrazione europea ancora aperta, shock energetici legati alla guerra in Iran, prezzi alla stelle, pressioni per il riarmo e crescita fragile. Un intreccio di vincoli esterni e pressioni interne che riduce al minimo i margini di manovra dell'esecutivo, proprio mentre si avvicinano alcune, significative scadenze parlamentari.

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La settimana che si apre è già un banco di prova. Mercoledì 29 aprile il governo sarà alla Camera per il question time, mentre giovedì scatterà l’esame del Documento di finanza pubblica 2026 (Doc. CCXL, n. 2), primo vero passaggio parlamentare sugli obiettivi di bilancio dei prossimi anni. È qui che si misurerà la reale sostenibilità della traiettoria economica.

In questo scenario, l’Italia resta vincolata a regole europee stringenti - deficit sotto il 3 per cento del Pil e percorso di rientro per il debito oltre il 60 per cento - mentre cresce la pressione su tutte le voci di spesa, dalla difesa all’energia. La domanda è politica prima ancora che tecnica: quanto può permettersi l’Italia - dentro queste regole - di finanziare insieme riarmo, transizione energetica e tenuta del welfare?

E il quadro non riguarda solo Roma. Sono circa dieci i Paesi già sotto procedura per deficit eccessivo - tra cui Francia, Belgio, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania, Austria e Finlandia - mentre almeno undici Stati membri superano ancora la soglia del 3 per cento del Pil. La coperta è corta per molti.

Sul fronte degli investimenti per la difesa, almeno per ora, il governo sembra aver blindato la traiettoria per gli anni a venire. Vediamo come.

Conti sotto pressione ma ...

-Che l'Italia sia stata saggia? Alessandro Marrone, responsabile del programma “Difesa, sicurezza e spazio” dell'Istituto Affari Internazionali (IAI), non prevede un passo indietro sugli investimenti: "Quando l'anno scorso la Commissione europea ha permesso la National Escape Clause per le spese della difesa (meccanismo previsto dalle regole fiscali dell’Unione europea che consente agli Stati membri di deviare temporaneamente dai vincoli di bilancio in situazioni eccezionali, ndr), l'Italia non ne ha fatto richiesta - spiega Marrone - Altri Paesi europei sì".

-In che modo si finanziano gli investimenti? "L'Italia ha chiesto 14,9 miliardi di prestiti con il programma SAFE: Roma ha dunque scelto di andare per la via dei prestiti come driver, come principale volume di investimenti aggiuntivi. Tra l'altro, 15 miliardi in 4 anni fanno più di 3 miliardi e mezzo l'anno, quindi è un salto di qualità per la spesa specialmente nell'acquisizione di equipaggiamenti e negli investimenti tecnologici" dice Marrone.

Una flessibilità boomerang per chi se ne è avvalso?

Mentre molti Paesi dell’Unione europea hanno scelto di attivare la clausola di salvaguardia per finanziare l’aumento della spesa militare, l’Italia ha seguito una linea più prudente, puntando su strumenti alternativi come i prestiti.

Una scelta che, secondo Alessandro Marrone, si spiega con un contesto economico internazionale sempre più complesso: "L’Italia è entrata in un anno pre-elettorale dentro una crisi dai molteplici effetti: ai dazi americani si è aggiunto il conflitto in Iran, con impatti su inflazione, carburanti e prospettive di crescita. Questo ha imposto altre priorità, anche dal punto di vista politico ed elettorale, rendendo meno praticabile il ricorso alla clausola di salvaguardia".

Il fatto che Roma non abbia chiesto la clausola di salvaguardia nel 2025, quando è stata massima la pressione americana per l'aumento dei bilanci della difesa e quando più di un'altra quindicina di Paesi europei vi hanno fatto ricorso, era già indicativo
Alessandro Marrone
Responsabile del programma “Difesa, sicurezza e spazio” dell'IAI
Nel 2026 quella scelta è stata confermata: l’aumento della spesa per la difesa resta possibile, ma passa da una riallocazione di risorse limitate e da priorità considerate più urgenti
Alessandro Marrone
Responsabile del programma “Difesa, sicurezza e spazio” dell'IAI

Secondo Marrone, non aumentare il bilancio in questi quattro anni non diventa dunque un problema operativo o industriale. Il problema si porrà, eventualmente, quando finiranno i 14-15 miliardi di SAFE.

Lo scontro dei "non frugali" sulla flessibilità fiscale

Nel momento in cui oltre metà dei Paesi dell’Unione europea ha attivato la clausola di salvaguardia per aumentare la spesa militare, il tema della rigidità delle regole fiscali europee torna al centro dello scontro politico. Anche nei Paesi che hanno utilizzato la flessibilità - e in alcuni casi sono finiti o rischiano di finire sotto procedura per deficit eccessivo - la linea ufficiale resta prudente: più spesa per la difesa, accompagnata da impegni di rientro. "Una spesa per la difesa strutturalmente più elevata richiederà politiche per preservare la sostenibilità fiscale", è la posizione che emerge nei documenti europei, segno di una convivenza difficile tra riarmo e disciplina di bilancio.

Ma il fronte critico verso Bruxelles si allarga. A rilanciarlo è stato Emmanuel Macron, che ha attaccato apertamente l’impostazione attuale: "Ci viene chiesto di ripagare rapidamente il Recovery. È stupido". Il riferimento è al programma NextGenerationEU, i cui rimborsi partiranno dal 2028, mentre - secondo Parigi - servirebbero invece nuove risorse comuni per finanziare difesa, energia e tecnologie strategiche.

La critica non è isolata. Accanto alla Francia, anche Paesi come Grecia, Italia e Spagna spingono per più flessibilità e strumenti europei condivisi, sostenendo che crisi come quella energetica legata alla guerra in Iran o le tensioni commerciali globali richiedano risposte comuni e non vincoli rigidi. "Serve più denaro pubblico, ma dev’essere europeo", ha insistito Macron, evocando anche il rischio di frammentazione se ogni Stato agisce da solo.

Sul tavolo ci sono proposte che vanno dallo scorporo di alcune spese dal Patto di Stabilità e Crescita fino alla creazione di un vero “safe asset” europeo, che agevoli il percorso verso gli eurobond. Ma il confronto resta in salita, con il fronte dei Paesi cosiddetti “frugali” - e una Germania tradizionalmente prudente - ancora contrario a trasformare strumenti straordinari come il debito comune in soluzioni permanenti.

Il risultato è una tensione sempre più evidente: da un lato, la necessità di aumentare gli investimenti in sicurezza e competitività; dall’altro, un quadro di regole che molti governi giudicano troppo rigido per gestire una fase di crisi multipla. Una frizione destinata a pesare sulle scelte dei prossimi mesi, proprio mentre diversi Stati - Italia compresa - si avvicinano a delicate scadenze elettorali.

Ucraina quarto importatore di armi italiane

Nonostante i vincoli e i conti da tenere a bada, l’Italia continua a giocare un ruolo attivo nello sforzo bellico europeo. Dal 2022 ha fornito circa 2,8 miliardi di euro in aiuti militari diretti a Kiev e contribuito a oltre 11,5 miliardi a livello Ue (report servizi di intelligence).

Parallelamente, cresce il ruolo industriale. Nel 2025 l’Ucraina è diventata il quarto importatore di armi italiane, con 349 milioni di euro di export (fonte: relazione governativa sulle esportazioni).

È in discussione anche una cooperazione avanzata, soprattutto sui droni, con possibili programmi di co-produzione tra aziende italiane e ucraine (dichiarazioni ufficiali Italia-Ucraina).

Da solidarietà a strategia industriale europea

Il sostegno a Kiev ha inoltre cambiato natura a livello europeo. L’Ue sta passando da un modello di aiuti a uno basato su prestiti e acquisti: il piano da circa 90 miliardi di euro, che punta a finanziare forniture militari prodotte nell’Ue (Commissione europea, febbraio 2026).

Questo cambia radicalmente la posizione italiana. Non solo contributore, ma anche beneficiario industriale. Il settore della difesa nazionale - circa 22 miliardi di fatturato e 180mila addetti - può trarre vantaggio da questa trasformazione (dati industria difesa).

Tuttavia, anche qui emerge un limite: la crescita del comparto è trainata più dall’export e dalla cooperazione europea che da ulteriori investimenti pubblici interni.

Difesa, quanto si spende a livello globale

La spesa militare globale ha raggiunto nel 2025 il livello record di 2.887 miliardi di dollari, secondo i dati del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), con un aumento del 2,9 per cento in termini reali rispetto all’anno precedente.

Il dato più rilevante riguarda però l’Europa: la spesa militare è cresciuta del 14 per cento, la crescita annua più forte dal dopoguerra, arrivando a 864 miliardi di dollari. A trainare l’aumento sono stati i Paesi dell’Unione europea e della Nato, spinti dalla guerra in Ucraina e dal nuovo obiettivo di rafforzamento delle capacità difensive.

I 29 membri europei dell’Alleanza hanno complessivamente speso 559 miliardi di dollari, con 22 Paesi sopra la soglia del 2 per cento del Pil. La Germania ha guidato la crescita con un +24 per cento. Un’escalation che, secondo gli analisti SIPRI, riflette la volontà europea di rafforzare l’autonomia strategica, ma anche la crescente pressione geopolitica e le richieste di maggiore “burden sharing” da parte degli Stati Uniti.

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