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La battaglia dell'Unione europea contro il fast fashion

Una donna cerca vestiti usati tra le tonnellate scartate nel deserto di Atacama, Cile
Una donna cerca vestiti usati tra le tonnellate scartate nel deserto di Atacama, Cile Diritti d'autore AFP via Getty Images
Diritti d'autore AFP via Getty Images
Di Saskia O'Donoghue
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese

Si stima che quella della moda sia una delle industrie più inquinanti al mondo. L'Ue vuole cambiare questa situazione, ma può farlo davvero?

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Sempre più consumatori, soprattutto appartenenti alla Gen Z, affermano di voler essere più sostenibili per quanto riguarda l'abbigliamento, eliminando o riducendo gli acquisti nei negozi di fast fashion.

I leader del settore Boohoo, Pretty Little Thing e Asos hanno effettivamente visto i loro profitti subire una battuta d'arresto negli ultimi anni, ma altri colossi del settore, come Zara e H&M, hanno registrato enormi guadagni.

E Shein, nonostante le frequenti accuse legate al copyright delle sue creazioni e le polemiche sulla **sua strategia di comunicazione,**continua ad attirare migliaia di clienti, tutti alla ricerca di abbigliamento economico e di tendenza.

Il fatto stesso che il colosso del fast fashion, con sede in Cina, sia in grado di aggiungere ogni giorno ben 6.000 nuovi pezzi al suo sito web suggerisce che il concetto di fast fashion non sta cambiando più di tanto.

Francisco Seco/The AP
Shopping remains a favourite pastime for many - but what's the cost?Francisco Seco/The AP

L'Ue, tuttavia, spera che questo modello dannoso di consumo di abbigliamento possa presto essere solo un ricordo.

"I consumatori da soli non possono riformare il settore tessile globale attraverso le loro abitudini di acquisto. Se lasciamo che il mercato si autoregoli, lasciamo la porta aperta a un modello di fast fashion che sfrutta le persone e le risorse del pianeta", spiega l'eurodeputata Delara Burkhardt, aggiungendo: "L'Ue deve obbligare legalmente i produttori e le grandi aziende di moda a operare in modo più sostenibile".

Thierry Monasse/Getty
Delara Burkhardt is one of the MEPs behind the EU's plansThierry Monasse/Getty

Il costo reale del fast fashion

Burkhardt e innumerevoli altri eurodeputati chiedono da tempo cambiamenti nell'industria del fast fashion, criticando gli innumerevoli danni di questa industria sugli esseri umani e sull'ambiente.

"I disastri che si sono verificati in passato, come il crollo della fabbrica Rana Plaza in Bangladesh, le discariche tessili in crescita in Ghana e in Nepal, l'acqua inquinata e le microplastiche nei nostri oceani, dimostrano cosa succede quando non perseguiamo questo principio", ha dichiarato. "Abbiamo aspettato abbastanza: è ora di cambiare!".

Nonostante la volontà degli eurodeputati, sono molte le preoccupazioni sull'effettiva capacità dell'Europa di aiutare i Paesi al di fuori del continente. Luoghi come il deserto di Atacama in Cile e le nazioni africane del Ghana e del Kenya stanno attualmente sopportando il peso di gran parte dei rifiuti tessili del mondo.

Il deserto di Atacama si è guadagnato l'indesiderato titolo di "cassonetto del mondo": lì si troverebbero circa 741 acri di vestiti abbandonati, l'equivalente di un'area grande quanto Central park.

AFP via Getty Images
An aerial view of vast piles of used clothes discarded in the Atacama desertAFP via Getty Images

Molti dei capi presenti non sono mai stati indossati e, a causa della loro bassa qualità, sono impossibili da rivendere.

Il Cile è il primo importatore di abiti di seconda mano del Sud America, ma l**'enorme volume di fast fashion prodotto significa che gran parte di esso viene semplicemente gettato.**La montagna di fast fashion indesiderato non è solo sgradevole a vedersi: è dannosa anche per l'ambiente e per le persone che vivono nelle vicinanze.

Questo è anche il caso di Paesi africani come il Ghana. Il Paese importa ogni settimana ben 15 milioni di capi di abbigliamento di seconda mano. Conosciuto localmente come "obroni wawu", ovvero "vestiti da uomo bianco morto", il Ghana è il più grande importatore al mondo di indumenti usati.

Gli indumenti donati ai negozi di beneficenza da Paesi come il Regno Unito, gli Stati Uniti e la Cina vengono venduti a esportatori e importatori che proseguono la catena rivendendoli ai venditori nei mercati come Kantamanto ad Accra.

Wikimedia Commons
Kantamanto market in Accra has thousands of stalls offering clothing from low-end retailersWikimedia Commons

Kantamanto ospita migliaia di bancarelle, che offrono abbigliamento di rivenditori di fascia bassa come H&M, Primark e New Look. Molti capi hanno ancora le etichette dei negozi di beneficenza.

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È impossibile vendere tutto, data l'enorme quantità di capi esposti. Secondo la fondazione Or, che finanzia progetti di impatto sociale in Africa, circa il 40% degli indumenti presenti a Kantamanto viene gettata come rifiuto. Mentre una parte viene smaltita dai servizi di gestione dei rifiuti, altri pezzi vengono bruciati nei pressi del mercato, immettendo nell'aria le emissioni prodotte dai tessuti sintetici.

Wikimedia Commons
Korle Lagoon is hugely polluted as a result of discarded fast fashionWikimedia Commons

Il resto viene gettato in discariche abusive. La comunità di Old Fadama si trova a soli tre chilometri dal mercato, ma ora viene utilizzata come discarica per i rifiuti di abbigliamento. Circa 80.000 persone abitano in questa zona. Molte case sono costruite sopra i rifiuti e gli animali sono costretti a pascolare su vasti cumuli di rifiuti.

La laguna di Korle è vicina ed è collegata  all'oceano. Da lì, i rifiuti vengono trasportati in mare, e le spiagge di tutto il Paese vengono così ricoperte da cumuli di abiti e tessuti indesiderati.

"People and the planet are more important than the textile industry’s profits."
Delara Burkhardt
MEP

L'Ue spera di passare da un modello lineare a uno circolare, in cui ogni indumento possa essere riutilizzato, riciclato o, per lo meno, reso biodegradabile e compostabile. È certamente un obiettivo ragionevole in un momento in cui molti di noi si rendono conto di quanto sia cruciale affrontare l'impatto negativo del fast fashion sul pianeta.

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SOPA Images/Getty
Bales of second-hand clothes on show in KenyaSOPA Images/Getty

Perché è così difficile abbandonare l'abitudine al fast fashion?

In un periodo di recessione economica e di aumento dell'inflazione, è comprensibile che molte persone con un budget limitato abbiano difficoltà a rinunciare ai marchi che offrono abbigliamento alla moda e, soprattutto, molto economico.

Anche se alcuni di noi sono riusciti a sfuggire alla morsa del fast fashion, scegliendo opzioni circolari, sembra che le alternative non siano molto migliori.

"Spesso pubblicizzati come un'opzione ecologica, i servizi di noleggio di capi di moda si sono rivelati meno sostenibili rispetto allo smaltimento dei vestiti dopo il loro utilizzo, aumentando la confusione dei consumatori su come essere più ecologici", spiegano a Euronews culture gli analisti dei consumatori di Canvas8.

La fondazione Ellen MacArthur stima che il 30% dei nuovi abiti prodotti ogni anno non venga mai indossato e sembra che il problema non sia solo la durata.

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SOPA Images/Getty
A rack of second-hand clothes on sale in KenyaSOPA Images/Getty

Uno studio francese del 2022 ha concluso che, mentre il 35% delle persone dichiara di buttare via i propri vestiti perché sono usurati, il 56% afferma di gettare capi che non sono adatti a loro o di cui semplicemente si sono stufati.

Sembra che oltre il 50% degli indumenti venga gettato per motivi diversi dalla durata, e che gran parte del problema sia da attribuire ai consumatori e non solo ai marchi del fast fashion.

Cally Russell, Ceo e co-fondatrice di Unfolded, dice a Euronews culture: "Abbiamo una sovrapproduzione di massa guidata da marchi che non sanno cosa produrre per i consumatori e si limitano a inseguire le vendite. Purtroppo, i marchi che hanno creato questo problema non saranno quelli che lo risolveranno".

L'industria del fast fashion può davvero essere fermata?

Secondo alcuni, l'attenzione dell'Ue per la rivendita e la riparazione non sembra avere senso dal punto di vista finanziario e non sarà sufficiente a cambiare l'atteggiamento dei consumatori.

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Diversi marchi del fast fashion si stanno già impegnando per far durare più a lungo i loro abiti. Per esempio, Zara ha recentemente iniziato a offrire un servizio di riparazione, ma quando il prezzo medio del 70% di tutti i capi d'abbigliamento acquistati in Francia è di soli 8,20 euro, sembra improbabile che molte persone scelgano di pagare di più solo per farsi ricucire un bottone o rifare l'orlo di un vestito.

Thomas Trutschel/Photothek/Getty
Zara has recently started offering a repair service - but some say the cost is off-puttingThomas Trutschel/Photothek/Getty

E se molti hanno criticato i progetti europei legati alla riparazione e al riutilizzo degli indumenti, le proposte relative alla responsabilità estesa del produttore (EPR) sembrano mettere d'accordo molte più persone.

In base a questo sistema, **i rivenditori saranno finanziariamente responsabili di tutte le fasi di fine vita degli indumenti. Ciò include la raccolta, lo smistamento e il riciclaggio degli indumenti.**Le proposte dell'EPR sono ancora in fase di elaborazione e non sono ancora stati resi pubblici i dettagli. Ma, a meno che i marchi non vengano colpiti da una tassa salata, è abbastanza improbabile che cambino il loro approccio alla produzione o i loro modelli di business.

"Purtroppo la legislazione da sola non risolve il problema del fast fashion. La regolamentazione è il punto di partenza per il cambiamento, ma finché ci sarà una domanda da parte dei consumatori le aziende troveranno il modo di aggirare la regolamentazione o di annacquarla", spiega Cally Russell, aggiungendo: "Il vero modo per affrontare il problema del fast fashion è quello di educare i clienti e mostrare loro che ci sono altri modi per interagire con la moda".

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Alain Pitton/Alain Pitton/NurPhoto
Members of Toulouse's Extinction Rebellion organisation protest at a pop-up SHEIN shop, 2022Alain Pitton/Alain Pitton/NurPhoto

Quante speranze ci sono di porre fine alla cultura del fast fashion?

È evidente che gli atteggiamenti stanno cambiando tra una porzione crescente di consumatori.

I dati di eBay indicano che gli abiti di seconda mano costituiscono il 22% del guardaroba dei giovani tra i 18 e i 34 anni nel Regno Unito, e la cifra è destinata ad aumentare.

Gran parte di questa fascia d'età è costituita dalla Gen Z, molti dei quali scelgono attivamente di acquistare capi d'abbigliamento dai negozi dell'usato e dalle app di scambio di vestiti.

Tuttavia, gli acquisti su TikTok di capi che costano pochi centesimi di marchi come Shein sono ancora troppo allettanti per molti. Per chi è cronicamente online, spesso è importante non farsi vedere due volte con lo stesso vestito, indipendentemente dalle conseguenze.

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Mentre gli analisti dei consumatori di Canvas8 hanno scoperto che il 43% dei britannici si è sentito in colpa per aver acquistato da marchi come Zara e H&M, solo il 17% intende spendere meno in fast fashion nei prossimi cinque anni.

Il 72% delle persone intervistate ha dichiarato di scegliere di acquistare fast fashion perché "ha un buon rapporto qualità-prezzo".

Nello stesso studio, oltre la metà dei britannici ha ammesso di sapere molto poco sull'impatto del fast fashion, e molti hanno dichiarato che avrebbero apprezzato maggiori informazioni da fonti ufficiali.

Romy Arroyo Fernandez/Romy Arroyo Fernandez/NurPhoto
XR activists protest against Black Friday in Amsterdam, 2021Romy Arroyo Fernandez/Romy Arroyo Fernandez/NurPhoto

Una critica particolare mossa ai piani dell'Ue è l'assenza di una legislazione sul salario di sussistenza. Se venisse introdotta, i rivenditori non potrebbero più vendere abbigliamento a prezzi stracciati, perché non potrebbero più contare su manodopera a basso costo.

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Shein, in particolare, è stata spesso criticata come particolarmente colpevole di questa pratica, con una serie di accuse rivolte alle sue politiche del lavoro.

JADE GAO/AFP via Getty Images
Workers make clothes at a Shein garment factory, a company which has long been accused of labour abuseJADE GAO/AFP via Getty Images

L'anno scorso, l'emittente televisiva britannica Channel 4 ha inviato un lavoratore sotto copertura in due fabbriche Shein a Guangzhou e ha scoperto che i lavoratori ricevono un salario base di soli 4.000 yuan al mese - pari a circa 503 euro - per giornate lunghe fino a 18 ore e devono produrre 500 capi di abbigliamento al giorno con un solo giorno di riposo al mese.

In questo modo molti lavoratori - spesso donne - rimangono intrappolati nella povertà, costretti a produrre più capi in tempi più brevi per mantenere il posto di lavoro di cui hanno disperatamente bisogno. Salari più alti significherebbero meno sovrapproduzione di massa e una vita migliore per questi lavoratori.

Mike Kemp/Getty
The Oxford Circus branch of fast fashion favourite Primark on Europe's busiest shopping streetMike Kemp/Getty

Sebbene le proposte dell'UE vadano certamente nella giusta direzione, è chiaro che non si spingono abbastanza lontano per porre fine definitivamente al fast fashion.

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L'ideale sarebbe che i consumatori prendessero le distanze dal settore e facessero scelte più oculate, ma l'attuale situazione economica rimane una vera sfida per molti.

Il consiglio di Cally Russell per chi ha un budget limitato?

"Non inseguire il successo immediato che offre il fast fashion e iniziare a comprare di meno. Questo non significa spendere di più, ma acquistare capi che offrano maggiore versatilità e che siano realizzati in modo migliore per il pianeta".

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