Secondo informazioni acquisite da Euronews, l'Autorità Bancaria Europea sta valutando di accogliere una richiesta delle associazioni di categoria delle società specializzate nel factoring. Uno strumento che consente alle imprese di ottenere liquidità immediata cedendo a terzi dei crediti esigibili
L’Autorità Bancaria Europea (Eba) sta riflettendo sulla possibilità di snellire regole che governano uno strumento sempre più utilizzato dalle aziende per ottenere liquidità immediata, secondo quanto appreso in esclusiva da Euronews.
Al centro della possibile modifica alla regolamentazione c’è il cosiddetto factoring: un’operazione attraverso la quale un’azienda che vanta dei crediti a carico di una serie di clienti può decidere di cederli a un soggetto terzo.
Cos'è e come funziona il factoring
Si tratta di uno strumento di finanziamento per le aziende, che possono ricevere capitali freschi in cambio della cessione dei crediti. A rilevare tali asset sono tipicamente delle società specializzate, ma da anni ormai anche numerose banche sono solite effettuare attività di factoring: questi soggetti, nel momento in cui stipulano un contratto attraverso il quale acquisiscono i crediti, diventano i factor.
Per tradurre il tutto in termini più semplici, è utile un esempio concreto. Immaginiamo che un’azienda abbia venduto dei software a una seconda impresa (pubblica o privata che sia). La prima società vanta un credito nei confronti della seconda, che è chiamata a corrispondere le somme dovute.
Il creditore perciò attende che il cliente paghi e ripiani il suo debito. Oppure, se ritiene di avere bisogno di liquidità immediata, può decidere di cedere il credito a un factor. Quest’ultimo, a fronte del servizio reso, ovviamente tratterrà una percentuale del valore complessivo del credito oggetto dell’operazione. E il debitore - colui che aveva acquistato il software, nel nostro esempio - non dovrà più pagare le rate alla società finanziaria della casa produttrice, bensì al factor.
Su chi grava il rischio in caso di mancati pagamenti da parte dei debitori
Più complessa è la questione relativa all'ipotesi che il debitore, alla fine, possa non pagare. Non sempre assieme ai crediti esigibili viene trasferito anche il rischio di insolvenza: nei casi in cui ciò avviene, si parla di factoring pro soluto. Se al contrario si cede un credito ma si mantiene il rischio nel caso in cui il debitore non onori quanto dovuto, si parla di factoring pro solvendo.
Se ne deduce che queste operazioni non sono prive di rischi. È per questo che, esattamente come tutte le attività legate alla concessione di credito (come nel caso di mutui o prestiti a cittadini e imprese) alle banche è chiesto di accantonare dei capitali “prudenziali”. Si tratta dei cosiddetti “requisiti patrimoniali”, che servono gli istituti di credito per poter “parare il colpo” in caso di insolvenze.
Cosa sta valutando l’Autorità Bancaria Europea: in gioco miliardi per sostenere l'economia reale
Secondo quanto appreso da Euronews, l’Eba sta valutando la possibilità di estendere la soglia di “scadenza tecnica” per il factoring da 30 a 90 giorni (sul tema, era stato già pubblicato un Consultation paper nel giugno dello scorso anno). In altre parole, solo dopo tre mesi, e non già soltanto dopo uno, i ritardi nei pagamenti verrebbero considerati come insolvenze.
Una misura che, sempre secondo le informazioni raccolte da Euronews, dovrebbe essere finalizzata entro la fine di giugno. Da parte sua, l'Eba ha confermato in questo senso che la modifica è al vaglio, ma ha preferito per ora non commentare.
Secondo Diego Tavecchia, dirigente dell’associazione di categoria italiana Assifact e di quella europea Euf, si tratterebbe di una decisione utile, poiché permetterebbe di ottenere risorse per il sistema economico. Allentando i requisiti imposti alle banche, si libererebbero infatti “fino a 15 miliardi di euro di finanziamenti per cittadini e imprese”.
E ciò, assicura lo stesso Tavecchia, senza che questo comporti particolari rischi per il sistema finanziario: “L'attuale quadro normativo non riflette pienamente la natura specifica del factoring. L’estensione della soglia ridurrebbe i casi di falsa insolvenza e sosterrebbe il finanziamento efficiente dell'economia reale”. L’ipotesi è dunque che, nei rapporti commerciali, spesso possono esserci ritardi nei pagamenti che non implicano necessariamente rischi, ma sono legati semplicemente a problemi gestionali o burocratici.
I casi delle difficoltà di due banche italiane specializzate proprio nel factoring
Secondo Giuliana Scognamiglio, professoressa di Diritto bancario all'università Sapienza di Roma, è saggio però mantenere comunque un certo grado di prudenza: “Di recente due banche italiane, Banca Sistema e Banca BFF, hanno riscontrato problemi non indifferenti proprio legati alle operazioni di factoring”.
“Si tratta - prosegue la docente - di uno strumento che ha avuto molto successo negli ultimi anni, soprattutto per le piccole e medie imprese, che lo hanno sfruttato per ottenere liquidità. Gli intermediari che acquisiscono i crediti sono soggetti a regole specifiche e vigilati, il che rappresenta una sicurezza, ma è giusto mantenere prudenza, anche perché è in atto una tendenza a una certa deregulation del sistema”.
Il factoring, a livello mondiale, rappresenta un volume complessivo nel mondo di 3.894 miliardi di euro (dati aggiornati al 2024), secondo un rapporto dell’Associazione francese delle società finanziarie. Un dato in crescita del 2,7 per cento rispetto all'anno precedente. Il settore vede la Cina come leader mondiale: il colosso asiatico copre il 17 per cento dei volumi globali, seguito dalla Francia con l’11 per cento.
Un mercato da 2.483 miliardi di euro in Europa: Francia, Germania e Regno Unito ai primi posti
A livello europeo, le attività sono cresciute di un punto percentuale tra il 2023 e il 2024, raggiungendo i 2.483 miliardi di euro. Di questa quota, in circa il 54 per cento dei casi si tratta di operazioni pro soluto, il che implica che il rischio di insolvenza è traslato alle banche o agli intermediari finanziari che acquisiscono i crediti.
Rispetto ai valori complessivi del Vecchio Continente, dopo la Francia che rappresenta il 17,4 per cento del mercato del factoring, al secondo posto figura la Germania con il 16,1 per cento, seguita a sua volta dal Regno Unito (15,2 per cento), dall'Italia (12 per cento) e dalla Spagna (10,7 per cento).
Si tratta, dunque, di volumi importanti. Di qui la necessità di mantenere comunque attenzione al modo in cui essi vengono trattati. Nel caso in cui le banche che acquisiscono i crediti possano giudicarli a rischio (ad esempio per problemi finanziari sorti da parte del debitore), potrebbero a loro volta disfarsi di tali asset. Per farlo, esistono numerosi strumenti, alcuni dei quali particolarmente rischiosi.
Come si possono comportare le banche con i crediti in sofferenza
È il caso ad esempio delle cartolarizzazioni, che permettono di trasformare le attività definite illiquide – come mutui, prestiti o crediti commerciali – in titoli negoziabili sul mercato. La crisi finanziaria del 2008 insegna che la prudenza, in questo senso, non è mai troppa.
All'epoca, si fece ricorso spesso a strumenti finanziari complessi, come nel caso delle Collateralized-debt obligations (Cdo): si tratta di strumenti finanziari derivati che permettono non soltanto di disfarsi dei crediti ma anche si spezzettarli, facendo sì che non vengano traslati in blocco ad altri soggetti, ma che gli investitori possano comprarne soltanto piccole parti (per questo sono stati soprannominati “salsicce finanziarie”). Un meccanismo che, evidentemente, può di fatto “sparpagliare” il rischio sul mercato.
“Per i crediti assunti come factoring si applicano le stesse regole di vigilanza dei crediti normali - sottolinea Scognamiglio -. Per questo le norme europee, recepite dalle singole nazioni, prevedono cuscinetti patrimoniali che servono proprio a controbilanciare l’esposizione. Ciò significa che i crediti legati al factoring possono, in linea teorica, essere cartolarizzati nel caso in cui le banche intendano alleggerire i bilanci”.
Lo stesso Tavecchia conferma in questo senso che “tecnicamente non si può escludere il ricorso a cartolarizzazioni”, anche se “va detto che i crediti legati al factoring spesso sono gestiti in tutto il ciclo di vita, anche perché le scadenze spesso sono rapide. Si tratta perciò di casi piuttosto rari”.
La lezione della crisi finanziaria del 2008
Esistono diversi livelli di rischio legati al grado di ritardi sui pagamenti: “Superate determinate soglie temporali i crediti diventano sofferenze, e possono poi trasformarsi in crediti in default. Nel 2008 negli Stati Uniti la vigilanza fu poco stringente, e ciò rese possibili le storture che sono emerse con la crisi finanziaria globale. In Europa c’è molta più attenzione, ma quella lezione deve rappresentare un monito per tutti”.
Tornando alla possibile modifica da parte dell’Autorità bancaria europea, una soluzione potrebbe essere legata a un’analisi più precisa delle attività di factoring. Si potrebbe decidere di non aumentare la soglia da 30 a 90 giorni per tutti i crediti, ma di ragionare per settore. Si potrebbe in altri termini valutare la tipologia di debitore e "adattare" le scadenze in funzione del grado di affidabilità.
Spesso, ad esempio, le pubbliche amministrazioni in alcuni Paesi risultano lente nei pagamenti, ma difficilmente generano sofferenze. “Esistono per questo già norme specifiche sulle pubbliche amministrazioni, in merito al conteggio delle scadenze - precisa Tavecchia -. Potrebbe avere senso ragionare anche a livello geografico, dal momento che in Europa ci sono grandi differenze tra i Paesi membri, anche se si tratta di un elemento che potrebbe presentare difficoltà tecniche”.
Secondo il dirigente, in ogni caso, “riconoscere la natura a basso rischio e basata sulle attività del factoring contribuirebbe ad ampliare l’accesso al credito per le piccole e medie imprese europee. L’obiettivo non è quello di deregolamentare, ma di rendere il quadro normativo più proporzionato e sensibile al rischio, riducendo al contempo i costi inutili”. Una questione di equilibri, dunque: la storia insegna che quando si tratta di finanza, la prudenza non è mai troppa.