Sondaggio internazionale segnala divario tra timori sul clima e fiducia nelle politiche verdi; governi Ue faticano a conciliare obiettivi green e bollette più basse
Gli europei restano preoccupati per la crisi climatica, ma sono sempre più scettici sul fatto che le politiche climatiche esistenti stiano migliorando la loro vita. Lo indica un nuovo sondaggio internazionale che mette in luce la crescente frustrazione dell'opinione pubblica per i costi della transizione verde.
Il sondaggio, commissionato alla società di ricerca e consulenza strategica britannica Mandate Research, indica che gli elettori chiedono sempre più spesso ai governi di privilegiare l'energia a prezzi accessibili rispetto a obiettivi di riduzione delle emissioni molto ambiziosi.
Manifestazioni di massa per il caro vita sono scoppiate nelle capitali europee, tra cui Parigi, Bruxelles, Roma e Lisbona, mentre le famiglie fanno i conti con spese in forte aumento aggravate dalla crisi energetica europea.
Sebbene in tutti i dieci Paesi esaminati - Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Italia, Polonia, Stati Uniti, Svezia, Paesi Bassi e Ungheria - la maggioranza abbia espresso preoccupazione per il cambiamento climatico, il raggiungimento di emissioni nette pari a zero entro il 2050 figura tra le priorità climatiche meno importanti.
Gli europei ritengono improbabile raggiungere emissioni zero entro il 2050
I risultati arrivano mentre i ministri dell'Energia dell'Ue si riuniscono giovedì per discutere obiettivi di efficienza energetica ed elettrificazione oltre il 2030, in un contesto di crescenti pressioni su Bruxelles perché affronti l'impennata dei prezzi dell'energia e riconsideri alcuni aspetti delle sue politiche climatiche.
La sfida per l'Ue è sempre più evidente: convincere gli elettori non solo che il cambiamento climatico è un problema, ma anche che affrontarlo alla fine renderà la loro vita più sostenibile dal punto di vista economico.
Nei Paesi Bassi, il 54% degli intervistati ha affermato che le politiche ambientali hanno peggiorato la situazione delle persone comuni, contro appena il 12% che ha detto di averne tratto beneficio.
La stessa percezione è condivisa dal 46% in Spagna, dal 45% in Germania e in Francia, e dal 44% in Ungheria. Nel frattempo, tra il 49% e il 76% degli intervistati, a seconda del Paese, ritiene improbabile un progresso significativo verso l'obiettivo dello zero netto entro il 2050.
Le energie pulite restano popolari
Il sondaggio però non indica che gli elettori vogliano che i governi abbandonino del tutto l'azione climatica. Al contrario, mette in evidenza un crescente scollamento tra la preoccupazione dell'opinione pubblica per il riscaldamento globale e il sostegno al modo in cui i politici hanno presentato la transizione verde.
Le energie rinnovabili restano popolari quando vengono presentate come uno strumento per ridurre le bollette e la dipendenza dai combustibili fossili importati, più che come un obbligo climatico.
L'aumento della capacità di produzione da fonti pulite è stato indicato come il modo più efficace per ridurre i costi dell'energia in otto dei dieci Paesi esaminati, davanti a misure come l'incremento della produzione di combustibili fossili o l'importazione di maggiori quantità di petrolio e gas dalla Russia.
In Ungheria, il 64% ritiene che il passaggio alle rinnovabili ridurrà le bollette energetiche, contro il 22% che non è d'accordo. In Italia, le percentuali sono rispettivamente del 55% e del 22%.
I risultati mostrano che gli elettori continuano ad associare la transizione verde a difficoltà economiche: i politici scettici sul clima potrebbero sfruttare quella frustrazione per spingere verso obiettivi meno ambiziosi e un'attuazione rinviata.
Gli aumenti dei carburanti minacciano gli obiettivi climatici
Questa tensione è già visibile a Bruxelles, dove le pressioni economiche immediate iniziano a entrare in conflitto con gli impegni climatici di lungo periodo dell'Ue.
Al vertice del 15-16 ottobre, i leader dell'Ue hanno chiesto ulteriori misure a breve termine per affrontare l'impennata dei prezzi dell'energia, chiedendo al contempo alla Commissione europea di rivalutare gli impatti del secondo sistema di scambio di quote di emissione del blocco, l'ETS2, che dovrebbe estendere la tariffazione del carbonio ai combustibili usati negli edifici e nel trasporto su strada a partire dal 2028.
Diversi governi, guidati dall'Italia e sostenuti dal Gruppo di Visegrad e dalla Grecia, hanno chiesto di rinviare il sistema almeno al 2030, sostenendo che potrebbe aumentare la pressione finanziaria su famiglie e piccole imprese.
Altri Paesi, tra cui quelli nordici, hanno avvertito che indebolire il sistema comprometterebbe le condizioni di investimento prevedibili necessarie per realizzare la transizione.
Alla fine, i leader dell'Ue hanno chiesto una valutazione aggiornata invece di acconsentire a un ulteriore rinvio.
Il quadro dopo il 2030 affronta una prova di credibilità politica
Il dibattito con ogni probabilità influenzerà i negoziati sul quadro energetico e climatico dell'Ue dopo il 2030, mentre i governi valutano come allineare la politica energetica agli obiettivi climatici vincolanti del blocco, tra cui il target di riduzione delle emissioni al 2040 e l'obiettivo di neutralità climatica al 2050.
Al Consiglio Energia di giovedì, lo scontro sul quadro energetico dell'Ue dopo il 2030 mette in luce visioni concorrenti della transizione verde. I ministri hanno discusso possibili obiettivi per l'efficienza energetica, le interconnessioni elettriche e l'elettrificazione.
Il dibattito si svolge mentre i Paesi dell'Ue cercano di conciliare la decarbonizzazione con la competitività, la sicurezza dell'approvvigionamento e le differenze tra i sistemi energetici nazionali.
Nel dibattito sono emerse richieste di obiettivi più flessibili e di un approccio neutrale rispetto alle tecnologie, in genere da parte dei Paesi storicamente più dipendenti dai combustibili fossili. I sostenitori di politiche climatiche più rigorose mettono in guardia contro l'indebolimento degli impegni o dei meccanismi di responsabilità.
La ministra svedese dell'Energia Ebba Busch ha affermato che una transizione ambiziosa, con competitività industriale e prezzi dell'energia ragionevoli, "richiede un cambio di paradigma".
"Se continuiamo a gestire nel dettaglio esattamente quali fonti di energia debba avere il sistema europeo, invece di orientarci chiaramente verso obiettivi generali, perderemo di vista ciò su cui tutti in questa sala siamo d'accordo", ha detto Busch.
Il ministro cipriota dell'Energia Michael Damianos ha dichiarato che il quadro dopo il 2030 "avrà successo solo se gli obiettivi saranno realistici, coerenti tra loro, adeguatamente finanziati e più semplici da attuare".
La Francia e altri 14 membri della Nuclear Alliance chiedono un approccio neutrale rispetto alle tecnologie che riconosca all'energia nucleare lo stesso status delle rinnovabili.
Spagna, Portogallo e Lussemburgo spingono per un obiettivo specifico sulle energie rinnovabili, mentre gli attivisti per il clima chiedono obiettivi vincolanti e controlli più rigorosi per evitare che una maggiore flessibilità indebolisca le ambizioni dell'Ue.
Nonostante le divergenze, la maggior parte dei governi dell'Ue concorda sul fatto che investimenti nella produzione da rinnovabili, nelle reti elettriche, negli impianti di accumulo e nell'elettrificazione possano ridurre l'esposizione agli shock dei prezzi dei combustibili fossili.
Ma questi investimenti richiedono tempo, finanziamenti e infrastrutture, il che significa che le famiglie potrebbero non vedere i benefici per anni. Con diversi Paesi europei attesi alle urne il prossimo anno, i governi si trovano di fronte a un difficile calcolo politico: gli elettori vogliono energia più economica subito, mentre molte delle misure pensate per ottenerla daranno frutti solo molto più avanti nel tempo.
Imogen Learmonth, responsabile del programma di ricerca trimestrale di Mandate Research, ha detto che gli elettori guardano al clima attraverso la lente della "sicurezza nazionale, sopravvivenza delle famiglie e sovranità nazionale".