Arabia Saudita, Pakistan e Turchia sono impegnati in colloqui diretti con Teheran, rafforzando al contempo la prontezza militare prevista dalla Mecca Defence Alliance (Patto di difesa della Mecca)
Alti funzionari militari e della sicurezza di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia stanno tenendo colloqui con rappresentanti dell'Iran a Teheran, mentre proseguono gli sforzi diplomatici per ridurre le tensioni con gli Stati Uniti. I tre Paesi sono infatti membri della Mecca Defence Alliance, un’alleanza di sicurezza creata in un momento di instabilità regionale e di preoccupazione per le minacce legate all’Iran e ai suoi alleati.
Riad, Islamabad e Ankara anno deciso di avviare colloqui diretti con Teheran sulla sicurezza regionale, mentre l’alleanza è sottoposta a crescenti pressioni per gli attacchi dei ribelli Houthi dello Yemen, allineati all’Iran, proprio contro l’Arabia Saudita. Il ministro della Difesa di quest'ultima, principe Khalid bin Salman, il capo di stato maggiore pakistano, maresciallo di campo Asim Munir, e il capo dell’intelligence turca, Ibrahim Kalin, partecipano agli incontri, secondo quanto indicato da funzionari sauditi e iraniani.
Secondo le informazioni trapelate, si stanno incontrando con Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha definito l’incontro un possibile passo verso la creazione di meccanismi cooperativi di sicurezza regionale.
Parlando alla sua conferenza stampa settimanale a Teheran, Baghaei ha ribadito il duraturo appello dell’Iran a quella che definisce "sicurezza endogena", un quadro che si baserebbe soprattutto sulle capacità e sugli interessi dei Paesi della regione.
Il patto della Mecca: difesa collettiva in caso di attacchi regionali
Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato l’Accordo di Difesa Congiunto della Mecca nell’agosto 2026. In base al patto, un attacco armato contro un membro è considerato un attacco contro tutti, e richiede agli altri di fornire assistenza. L’accordo mette insieme le risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e la sua influenza sui mercati energetici globali, le capacità nucleari del Pakistan e l’industria della difesa avanzata della Turchia, oltre alla sua appartenenza alla Nato.
Sebbene l’accordo sia stato firmato in un contesto di crescenti timori per l’Iran e i gruppi ad esso vicini, i funzionari turchi hanno insistito sul fatto che non è diretto contro Teheran né contro un altro Paese specifico. Il ministro degli Esteri di Ankara, Hakan Fidan, ha dichiarato in un’intervista all’agenzia Anadolu dell’8 agosto che l’accordo non identifica alcun Paese come minaccia comune. Ha spiegato che gli Stati non sarebbero considerati obiettivi a meno che non attaccassero uno dei firmatari.
L’intesa ha ottenuto il via libera in Pakistan, mentre la Turchia l’ha sottoposta al parlamento ma non ha ancora completato il processo di ratifica.
Gli attacchi degli Houthi mettono alla prova la difesa collettiva
L’intensificarsi di attacchi con missili e droni da parte degli Houthi dello Yemen contro l’Arabia Saudita ha rappresentato il primo grande banco di prova per l’alleanza della Mecca. In una riunione d’emergenza a Riad il 5 ottobre, i tre Paesi hanno deciso di procedere verso l’attuazione di impegni di difesa collettiva, includendo misure per garantire il rapido dispiegamento in Arabia Saudita delle forze e capacità militari concordate.
Gli impegni sono stati descritti in un comunicato congiunto pubblicato dal ministero degli Esteri turco. Ankara, tuttavia, ha tracciato una linea di demarcazione tra il sostegno alle difese saudite e la partecipazione a operazioni militari offensive contro gli Houthi all’interno dello Yemen.
In una conferenza stampa dell’8 ottobre ad Ankara, Fidan ha ricordato che l’accordo è di natura difensiva ed esclude l’invio di truppe turche in un altro Paese per condurre attacchi. La Turchia sta invece valutando possibili contributi in settori come la difesa aerea, la guerra elettronica e l’assistenza tecnica.
I tre Paesi stanno quindi portando avanti un confronto diretto con Teheran, rafforzando al tempo stesso la loro prontezza militare secondo i termini di un’alleanza pensata per dissuadere attacchi ai suoi membri.
La strategia del dialogo con Teheran
Negli ultimi mesi il Pakistan ha svolto un ruolo di mediazione tra Teheran e Washington. L’Arabia Saudita punta a contenere la minaccia rappresentata dagli Houthi contro il suo territorio e le sue infrastrutture, mentre la Turchia cerca di evitare una nuova escalation regionale.
Il viceministro saudita per la diplomazia pubblica, Rayed Krimly, ha scritto in un post su X del 26 ottobre che la visita a Teheran rientra negli sforzi continui dei Paesi del patto della Mecca per ridurre le tensioni e favorire soluzioni diplomatiche. Ha aggiunto che i colloqui mirano anche a sostenere i tentativi di mediazione da parte di Qatar e dello stesso Pakistan.
La dichiarazione saudita indica dunque che i colloqui con l’Iran procedono in parallelo con gli impegni di difesa dell’alleanza, senza rappresentare necessariamente un cambiamento radicale degli obiettivi del patto.
Deterrenza militare ma anche sicurezza regionale
L’enfasi di Teheran su meccanismi di sicurezza guidati a livello locale sembra, almeno in linea di principio, avere alcuni punti in comune con l’obiettivo dichiarato del patto della Mecca di rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza tra gli Stati della regione. Permangono tuttavia differenze significative.
L’Arabia Saudita mantiene ampi legami di sicurezza con gli Stati Uniti, la Turchia è membro della Nato e il Pakistan continua a cercare partenariati di difesa con diverse grandi potenze. Nel frattempo non è stato annunciato alcun nuovo meccanismo congiunto di sicurezza regionale.
Ciononostante, l’incontro di Teheran mette in luce uno sviluppo significativo: tre Paesi che hanno creato un’alleanza di mutua difesa in risposta a crescenti minacce alla sicurezza regionale stanno ora anche perseguendo un dialogo diretto con l’Iran. La domanda chiave è se questo doppio approccio potrà avere un impatto duraturo sulle tensioni nella regione.