La volatilità delle elezioni israeliane e delle midterm americane alimenta timori di nuovi attacchi Usa-Israele contro l'Iran in una breve offensiva per costringere Teheran a concessioni, mentre Teheran minaccia una risposta devastante contro i Paesi del Golfo
I Paesi del Golfo e il più ampio Medio Oriente si preparano a una possibile ripresa delle ostilità nella guerra con l’Iran, mentre si moltiplicano gli allarmi e i reportage dei media, sempre più intensi e dettagliati. Il tutto è accompagnato da un massiccio rafforzamento militare statunitense nel Golfo e dall’allerta massima degli eserciti israeliano e iraniano, alimentando i timori di un’escalation imminente con conseguenze devastanti per la regione.
Sullo sfondo delle crescenti speculazioni delle ultime settimane, secondo cui Stati Uniti e Israele potrebbero lanciare un nuovo attacco contro l’Iran prima o dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti e il voto della prossima settimana in Israele, un nuovo avviso di viaggio del Dipartimento di Stato americano diffuso mercoledì sera è stato rilanciato da agenzie e media come un segnale urgente dell’imminenza di una ripresa della guerra, con le nazioni del Golfo destinate a sopportare il peso di un conflitto potenzialmente più ampio.
Il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato di aver ordinato ai dipendenti governativi statunitensi non essenziali e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita, poiché "le ostilità potrebbero rapidamente estendersi ben oltre quell’area immediata".
Alcuni organi di informazione hanno riferito che anche le famiglie del personale delle ambasciate negli Emirati Arabi Uniti, in Giordania, in Qatar e in Bahrein sarebbero state invitate a partire, citando diverse fonti diplomatiche.
Il portavoce del Dipartimento di Stato, Tommy Pigott, ha definito queste notizie "inaccurate".
"Il Dipartimento di Stato ha disposto la partenza dei dipendenti governativi statunitensi non impegnati in servizi di emergenza e dei loro familiari solo in Arabia Saudita", ha chiarito Pigott in un post su X, spiegando che la decisione è legata al crescente numero di attacchi degli Houthi.
L’allerta per l’Arabia Saudita segue un avviso di massima prudenza esteso lunedì da Washington ai cittadini statunitensi in 12 Paesi del Medio Oriente. Gli Stati Uniti hanno avvertito i propri cittadini in Israele, Arabia Saudita, Iraq, Libano, Giordania, Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman, Emirati Arabi Uniti, Yemen e Iran, citando il rischio di possibili attacchi contro interessi americani.
Guerra ed elezioni
A pochi giorni dalle contestate elezioni in Israele, in cui il primo ministro Benjamin Netanyahu potrebbe perdere il potere, e alla vigilia delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti il mese prossimo, dove i prezzi elevati legati alla guerra hanno alimentato la rabbia degli elettori, crescono timori e speculazioni su una possibile ripresa degli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Washington sta ricostituendo una massiccia forza d’attacco nel Golfo, inviando nuovi asset militari nella regione, tra cui una terza portaerei e migliaia di soldati, da affiancare alla più grande presenza navale e aerea statunitense in Medio Oriente dai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003.
Teheran da settimane avverte di aver riorganizzato le proprie capacità difensive e che qualsiasi attacco verrebbe contraccambiato con quella che definisce una risposta devastante contro interessi statunitensi e infrastrutture civili in tutta la regione, più grave e prolungata rispetto alle precedenti azioni contro i Paesi del Golfo.
Funzionari iraniani e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc) si preparano alla guerra, dopo aver dichiarato di essere "certi al 100 per cento" che Stati Uniti e Israele li attaccheranno di nuovo.
Secondo resoconti dall’Iran, Teheran ha attivato la cosiddetta dottrina della Difesa a mosaico, che prevede un funzionamento decentralizzato: ai comandanti locali viene fornito un elenco di obiettivi da colpire, per continuare a combattere anche nel caso in cui il comando centrale venga distrutto.
In parallelo con l’avviso del Dipartimento di Stato di mercoledì, il New York Times e altri media hanno riferito che Stati Uniti e Israele hanno predisposto piani specifici per nuovi attacchi contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato negli Usa.
Il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato di recente che qualsiasi valutazione su un nuovo attacco all’Iran verrà fatta solo dopo le elezioni di metà mandato.
Secondo il resoconto del New York Times, che cita funzionari americani, gli obiettivi includerebbero probabilmente le infrastrutture energetiche iraniane, gli impianti nucleari e gli arsenali di missili e droni, con l’obiettivo di spingere Teheran a un accordo per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz.
Il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth ha incontrato all’inizio della settimana Netanyahu, nel corso di una visita non annunciata in Israele, per discutere "le minacce nella regione".
Parlando mercoledì sera alla cerimonia di consegna dei gradi agli ufficiali delle Forze di difesa israeliane (IDF), Netanyahu ha affermato che il regime di Teheran deve essere finalmente rovesciato.
Il premier israeliano ha giustificato la sua posizione sostenendo che l’ayatollah iraniano Mojtaba Khamenei "ha deciso di seguire le orme del padre tentando ancora una volta di sviluppare le 'bombe della morte'".
Il giovane Khamenei, designato nuovo guida suprema dopo l’uccisione del padre Ali Khamenei nei raid USsa-israeliani su Teheran, nel primo attacco della guerra del 28 febbraio, non è ancora apparso in pubblico, mentre continuano le indiscrezioni che mettono in dubbio le sue condizioni di salute.
All’inizio della settimana, media statunitensi hanno riportato che decine di caccia israeliani e aerei cisterna avrebbero volato verso il confine iraniano prima di fare marcia indietro, definendo le sortite un’esercitazione militare e una "dimostrazione di forza", secondo il quotidiano Times of Israel.
Secondo varie ricostruzioni, funzionari americani hanno espresso dubbi sulla missione, ritenendo che lo scopo dell’esercitazione fosse testare le unità di difesa aerea iraniane e provocarle ad aprire il fuoco.
Parallelamente, i media israeliani hanno riferito che i responsabili della sicurezza hanno avvertito il governo che un attacco all’Iran potrebbe essere percepito come un’interferenza politica nelle elezioni della prossima settimana.
Il leader dell’opposizione, Yair Lapid, ha dichiarato ai media israeliani che "in base alle informazioni di cui dispongo, non c’è assolutamente alcun motivo per attaccare l’Iran o qualsiasi altro luogo prima delle elezioni".
Inviti alla massima prudenza in un clima di incertezza
Nel frattempo, giovedì, sette petroliere hanno preso fuoco o sono state danneggiate nello Stretto di Hormuz dopo essere state colpite dall’Iran o aver urtato mine navali, secondo quanto riferito da Teheran. Si tratta di un numero insolitamente alto, mentre le tensioni aumentano e crescono i timori di un ritorno alla guerra totale.
L’Iran continua a rivendicare il controllo sullo Stretto, un punto di leva centrale in qualsiasi negoziato con gli Stati Uniti sulla guerra.
Durante la sua visita di Stato in Qatar, il presidente francese Emmanuel Macron ha lanciato mercoledì un severo monito sulla fragile situazione della sicurezza nel Golfo, esortando alla "massima cautela" per evitare un’escalation che potrebbe riaccendere il conflitto, dopo i colloqui con l’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad Al Thani.
Macron ha dichiarato ai giornalisti di essere "molto prudente perché nessuno può dire come evolverà la situazione nei prossimi giorni e nelle prossime settimane".
"Nessuno può ignorare che siamo in un periodo che, nonostante tutto, può portare a tensioni: le elezioni in Israele, le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. In questa fase gli sforzi e le iniziative devono essere raddoppiati per evitare che queste tensioni sfocino in una ripresa del conflitto", ha spiegato il presidente francese.
"C’è molta incertezza e ci sono misure adottate da una parte e dall’altra sulle quali non intendo commentare".
Nonostante ciò, gli scambi tra Stati Uniti e Iran proseguono attraverso mediatori internazionali, con Qatar e Pakistan in prima linea nel tentativo di ottenere una svolta diplomatica.
In passato Washington ha fatto ricorso a pressioni e minacce su Teheran per ottenere concessioni e arrivare a un accordo.
Un ritorno alla guerra totale metterebbe di nuovo in pericolo i civili in tutta la regione e renderebbe più complesse le forniture globali di petrolio, gas naturale e prodotti collegati, come i fertilizzanti, provenienti dal Medio Oriente, con il rischio di provocare un ulteriore balzo dei prezzi dell’energia in tutto il mondo.