L’embargo sul petrolio imposto a gennaio dal presidente Donald Trump ha portato l’economia già moribonda dell’isola sull’orlo del collasso, con blackout elettrici che a volte superano le 30 ore
Il modello economico cubano attraversa una delle fasi più critiche della sua storia recente. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha riconosciuto pubblicamente la necessità di “cambiamenti urgenti e necessari” per affrontare una crisi profonda che, secondo le nuove dichiarazioni, non può essere attribuita esclusivamente all’embargo commerciale degli Stati Uniti.
Durante una riunione straordinaria del Comitato centrale del Partito comunista, il leader cubano ha ammesso che, oltre alle pressioni esterne, esistono problemi interni che stanno aggravando la situazione economica del Paese. Tra questi ha citato “lentezza, burocrazia e norme che ostacolano chi vuole produrre”, oltre a decisioni politiche rimandate nel tempo e mai affrontate in modo strutturale.
Si tratta di un cambio di tono significativo rispetto alla linea tradizionale dell’Avana, che per decenni ha attribuito le difficoltà economiche quasi esclusivamente all’embargo statunitense, in vigore da oltre sessant’anni e ulteriormente rafforzato negli ultimi anni.
Le nuove misure, ancora in fase di definizione, dovrebbero essere approvate a breve dall’Assemblea nazionale e mirano a rafforzare il settore privato, attrarre capitali dall’estero e coinvolgere la diaspora cubana, composta da milioni di cittadini emigrati negli ultimi decenni. L’obiettivo dichiarato è evitare un collasso economico ormai sempre più vicino, in un contesto di forte pressione internazionale, esercitata in parte dalla Cina
Díaz-Canel ha indicato come possibili modelli di riferimento le esperienze di Cina e Vietnam, Paesi che hanno combinato controllo politico centralizzato e apertura economica graduale al mercato globale. Tuttavia, non sono stati forniti dettagli concreti sulle riforme, alimentando incertezza sia all’interno che all’esterno del Paese.
La crisi economica cubana è aggravata da una grave carenza di energia e risorse essenziali: blackout che possono durare oltre 30 ore, scarsità di cibo, carburante, acqua potabile e medicinali stanno diventando sempre più frequenti nella vita quotidiana dei cittadini.
Secondo diversi analisti internazionali, il governo si troverebbe “con le spalle al muro”, costretto a rivedere il proprio modello economico sotto la pressione combinata delle sanzioni statunitensi e del deterioramento interno. Alcuni osservatori sottolineano come questa sia una delle rare occasioni in cui la leadership cubana ammette apertamente la necessità di riforme strutturali profonde.
Le nuove misure, tuttavia, non convincono tutti. Parte della popolazione guarda con scetticismo agli annunci governativi, considerandoli ripetitivi e poco efficaci. Molti cittadini parlano di promesse già sentite in passato, incapaci di migliorare realmente la vita quotidiana.
Allo stesso tempo, una parte emergente del settore privato cubano accoglie con cauta apertura le possibili riforme, pur riconoscendo che gli effetti non sarebbero immediati. Per imprenditori e piccole attività, qualsiasi apertura economica rappresenta una possibile via di sopravvivenza in un contesto sempre più difficile.
Resta ora da capire se le riforme annunciate saranno sufficienti a invertire la rotta di una crisi che, secondo molti analisti, non è più soltanto congiunturale ma strutturale.