A pochi chilometri dalla Naval Air Station Sigonella, un piccolo comune siciliano convive da decenni con la presenza americana. Ma il ruolo strategico della base nel Mediterraneo e il suo coinvolgimento nelle operazioni legate alla guerra in Medio Oriente continuano a dividere il territorio
Tra le strade di Motta Sant’Anastasia, alle porte di Catania, i cartelli in inglese sono ovunque: “fruit and vegetables”, “laundry service”, “take away”. Nei bar e per le strade si sente spesso parlare inglese, tanto che a tratti sembra di essere lontani dalla Sicilia.
Il motivo si trova a pochi chilometri di distanza: la Naval Air Station Sigonella (Nas), uno dei principali hub militari statunitensi e Nato nel Mediterraneo. La struttura è divisa in due basi separate, Nas1 e Nas2, distanti circa 20 minuti l’una dall’altra. Nas1 è una sorta di cittadina americana con ospedale, scuole, cinema e negozi, mentre Nas2 rappresenta il cuore operativo delle attività militari. Secondo i dati ufficiali, la comunità che ruota attorno alla base supera le 5mila persone tra militari americani, civili, dipendenti italiani e familiari.
Durante la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, Sigonella è tornata al centro delle operazioni nel Mediterraneo, con un aumento di voli e droni diretti verso il Medio Oriente. Ma a Motta Sant’Anastasia la vita scorre con ritmi molto più tranquilli, tra numerose case affittate agli americani e alle loro famiglie. Per scherzo, tra loro si parla anche di una “Nas3”, riferendosi proprio al piccolo comune siciliano.
“Negli anni ’80 e ’90 metà della popolazione di Motta era americana”, racconta il sindaco Antonio Bellia. “Siamo cresciuti insieme ai bambini americani, andavamo a scuola con loro e molti di noi parlano inglese. Questo ha reso il paese molto internazionale.”
“Quando eravamo piccoli noi avevamo ancora le biciclette Graziella, mentre i nostri vicini americani giravano già con le Bmx che avevamo visto solo nei film. A Motta però quel mondo sembrava vicinissimo e crescevamo, giocavamo insieme.”
Negli ultimi anni, però, molti militari e le loro famiglie si sono spostati verso altri comuni dell’area etnea e della costa orientale siciliana, attratti soprattutto da ville più grandi e abitazioni più vicine agli standard abitativi americani.
La vita attorno a Sigonella
La presenza americana ha trasformato anche il mercato immobiliare attorno a Nas Sigonella. Le abitazioni destinate ai militari devono rispettare standard specifici, tra sistemi di allarme, riserve d’acqua, rilevatori di gas e spazi adatti agli elettrodomestici americani, spesso più grandi di quelli europei.
“Prima di essere assegnata al personale americano, ogni casa deve superare un’ispezione dell’ufficio housing di Sigonella”, spiega a Euronews Roberto Pantellaro, titolare di Pantellaro Immobiliare.
Per molti proprietari locali, affittare agli americani ha rappresentato per anni una delle principali fonti di reddito legate alla presenza della base.
Anche le attività commerciali si sono adattate negli anni alla presenza statunitense. Tra pub in stile americano, steak house, servizi estetici, palestre e parrucchieri bilingue.
C’è anche chi la base non la vuole
La presenza americana a Sigonella risale al 1959, quando la base venne istituita con il sostegno della Nato e del governo italiano per alleggerire le strutture militari statunitensi di Malta, ormai insufficienti. La presenza Usa in Italia è regolata da accordi bilaterali di difesa firmati negli anni ’50 e aggiornati nel tempo.
Negli ultimi mesi, però, il ruolo strategico della base è tornato al centro delle proteste. Ad aprile centinaia di persone hanno manifestato davanti agli ingressi di Sigonella contro l’utilizzo della Sicilia come hub logistico militare. “Non ci stiamo a vedere la Sicilia trasformata in piattaforma logistica per una guerra folle e ingiusta, come tutte le guerre”, aveva affermato il segretario generale della Cgil Sicilia, Alfio Mannino.
Ma mentre gli Stati Uniti hanno annunciato all’inizio di maggio il ritiro di cinquemila soldati dalla Germania e minacciato riduzioni anche in Italia e Spagna, gli esperti ritengono improbabile un ridimensionamento della presenza militare americana sul territorio italiano.
“Da un lato c’è preoccupazione per la guerra, dall’altro la consapevolezza di essere protetti da una delle principali potenze mondiali”, Bellia conclude.