Gli screzi tra Meloni e Trump non sembrano in grado di intaccare l'asse privilegiato tra Roma e Washington. La qualità della presenza militare Usa in Italia e i contratti delle aziende italiane negli Usa rendono il rapporto troppo strategico per essere interrotto
L'annuncio degli Stati Uniti del ritiro di 5mila soldati dalla Germania e le minacce rivolte nella stessa direzione a Italia e Spagna, la settimana scorsa, hanno sollevato dubbi sul futuro dei circa 12mila militari Usa in servizio sul territorio italiano e portato Giorgia Meloni a fissare un incontro venerdì con Marco Rubio, dopo la visita giovedì del segretario di Stato americano in Vaticano a Papa Leone XIV.
Il rapporto privilegiato tra la premier italiana e il presidente Usa dal suo ritorno alla Casa Bianca è entrato in crisi rapidamente il mese scorso, dopo che Meloni ha definito inaccettabili le accuse di "debolezza" rivolte al Pontefice da Donald Trump e questi l'ha tacciata di mancanza di coraggio per non avere aiutato l'alleato nella guerra all'Iran.
"L'Italia ha sempre rispettato gli impegni assunti in ambito Nato", ha sottolineato lunedì la premier, a margine del vertice della Comunità politica europea in Armenia, "e un ridimensionamento della presenza degli Usa non sarebbe condiviso", come non lo è stata la decisione di muovere guerra in Medio Oriente.
La decisione di non ampliare l'uso della base statunitense di Sigonella ad azioni offensive contro l'Iran ha irritato Trump, ma diverse ragioni fanno ritenere che lo screzio non genererà una frattura tra i due alleati Nato e che l'Italia potrà continuare a essere un interlocutore privilegiato in Europa per la Casa Bianca.
Perché il ritiro Usa dall'Italia è improbabile
Le "intemperanze verbali" di Trump dovrebbero restare in superficie e non intaccare i rapporti tra Washington e Roma per motivi storici, strategici ed economici secondo Gregory Alegi, docente di Storia e politica degli Stati Uniti all'università Luiss di Roma.
"Italia e Stati Uniti hanno rapporti solidissimi da 80 anni nell'interesse di entrambi e nessun governo italiano è mai stato anti-americano", ha detto Alegi a Euronews, "pensi che succederebbe se chiudesse Sigonella: servirebbero due o tre portaerei nel Mediterraneo. Gli Usa hanno interesse strategico a mantenere la posizione in Italia".
In effetti, secondo il professore, sono decenni che si parla di un riposizionamento strategico verso l'Asia, da quando è caduta l'Unione Sovietica e gli Usa si sono trovati senza un avversario principale con cui misurarsi.
Il comportamento fumantino e "transactional_"_ di Donald Trump, da vecchio imprenditore che si districava tra affari e compravendite, non porterebbe dunque con sé un mutamento di strategia.
"Di privilegiato per gli Usa in Europa c'è la qualità della presenza, per via delle capacità tecnologiche che possiedono solo loro come centri spaziali e di comando e le capacità cyber", spiega Alegi, "e ciò non cambia con il ritiro di 5mila uomini".
Come esempio di tale preminenza tecnologica il docente cita l'Alliance Ground Surveillance (Ags), il programma Nato per la ricognizione e l'intelligence aerea tramite velivoli e stazioni radar, che conta sulle installazioni Usa in Sicilia.
"L'Ags di Sigonella non ha alternative e l'Italia ha lavorato bene creando il sistema regolatorio che permette la coesistenza con l'aviazione tradizionale di questi Uav", i velivoli senza pilota impegnati in queste operazioni.
Il fattore dei contratti militari e il viaggio di Crosetto a Washington
Come l'Europa, "l'Italia ha sempre fatto spesa sociale e usato la difesa di altri" ma certo "il contesto è mutato" con le guerre in Ucraina e in Medio Oriente che hanno portato l'Europa a riarmarsi, argomenta Alegi che ha appena curato il volume Quale difesa per l'Europa edito da Rubbettino.
"C'è bisogno di un salto culturale, che faccia capire che le spese in difesa e sicurezza non sono improduttive, ma un servizio per i cittadini e un settore ad alto valore aggiunto" prosegue.
Ne sono testimonianza le commesse della Marina Usa a Fincantieri e gli investimenti negli Stati Uniti di un'altra società a partecipazione pubblica come Leonardo, ma l'interdipendenza militare con l'Italia potrebbe aumentare ancora nel prossimo futuro.
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, sta preparando infatti una visita a Washington e gli incontri istituzionali potrebbero includere alcuni contratti militari vecchi e nuovi.
"Un esempio è l'aereo di addestramento M-346 che potrebbe essere acquisito dalla US Navy. Se andasse in porto, sarebbe come ricevere un marchio di qualità e la possibilità da parte degli Usa di venderlo anche in altri mercati altrimenti difficilmente accessibili", spiega il professore della Luiss, "come avvenuto per l'acquisto dei C-27 da parte dell'Australia".
L'M-346 è un velivolo biposto per addestrare piloti a operare i caccia di nuova generazione, già in servizio in Italia, Polonia, Gracia, Israele, Qatar e Singapore. Il C27J Spartan, anch'esso prodotto da Leonardo, è invece un aereo da trasporto tattico in dotazione di numerosi Paesi inclusi gli Usa.
"Pensi anche alla linea di produzione degli F-35 di Cameri, che è diventato un punto di riferimento per le consegne e la manutenzione di questi caccia", aggiunge il docente riferendosi alla base dell'Aeronautica Militare in provincia di Novara, dove è attiva una delle due linee di assemblaggio e controllo degli F-35 al di fuori degli Usa (l'altra è a Nagoya, in Giappone).
Il passaggio di Rubio in Vaticano
Per Alegy quella del segretario di Stato giovedì e venerdì non sarà una visita con conseguenze per l'Italia, ma legata al malcontento dell'elettorato cattolico nei confronti dell'amministrazione Trump, in vista delle elezioni di mid-term del prossimo novembre, e alle posizioni assunte da Leone finora più vicine a Francesco che a quelle di Benedetto XVI, come avrebbero invece sperato i conservatori americani.
Il nuovo attacco di Trump al Papa mercoledì potrebbe rendere più arduo però il compito del cattolico Rubio. All'invettiva precedente Prevost aveva risposto dicendo di "non avere paura” dell’amministrazione americana e di volere continuare a parlare “ad alta voce contro la guerra”, non essendo "un politico".
L'incontro del segretario di Stato con il Papa includerà una "conversazione franca" sulle politiche dell'amministrazione Trump", ha anticipato mercoledì l'ambasciatore americano presso la Santa Sede, Brian Burch.
Rubio è alla terza visita in Italia (e seconda in Vaticano con Leone) nell'ultimo anno e vedrà anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e quello della Difesa Crosetto, oltre al segretario di Stato della Santa Sede, Pietro Parolin.