L’inflazione ha raggiunto il 54% e il rial ha perso più della metà del suo valore, ma Teheran insiste di poter ancora resistere.
La stretta dell’Iran sullo stretto di Hormuz sta soffocando le forniture energetiche mondiali e infleggendo dolori economici a livello globale, ma le difficoltà dell’economia della stessa Repubblica islamica mettono alla prova la sua capacità di resistere alla guerra e di sfidare le richieste di Washington.
Gli iraniani sono stati colpiti da prezzi alle stelle per alimenti, medicine e altri beni. Allo stesso tempo, il Paese ha registrato massicce perdite di posti di lavoro e chiusure di imprese, causate dai danni degli attacchi ai settori industriali chiave e dal blocco di Internet imposto dal governo per mesi.
«Il costo economico della guerra e del blocco navale statunitense è stato molto consistente e senza precedenti per l’Iran», ha dichiarato Hadi Kahalzadeh, economista iraniano e ricercatore alla Brandeis University.
L’Iran però ha resistito a decenni di pressioni economiche e sanzioni, e la sua capacità di adattarsi non è stata smantellata, ha aggiunto Kahalzadeh.
«Probabilmente l’Iran può evitare un collasso economico totale o una completa carenza di beni essenziali, ma a un prezzo molto alto», ha detto. «Il conto principale ricadrà sugli iraniani comuni: più inflazione, più povertà, servizi più deboli e una vita quotidiana molto più dura».
Il Fondo monetario internazionale prevede che l’economia iraniana si ridurrà di circa 6 punti percentuali nel prossimo anno. A metà aprile, il centro statistico ufficiale dell’Iran ha riportato un’inflazione annua al 53,7%, mentre l’inflazione sui prodotti alimentari ha superato il 115% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Nel frattempo il rial iraniano ha perso più della metà del suo valore nell’ultimo anno, toccando alla fine del mese scorso il minimo storico di 1,9 milioni per dollaro. I problemi economici hanno contribuito ad alimentare le proteste di massa esplose in tutto il Paese a gennaio.
Prezzi alle stelle per i beni di prima necessità
Fermo sotto un cavalcavia nel centro di Teheran, il 56enne Hossein Farmani aspettava clienti insieme ad altri tassisti. Ha aperto il bagagliaio dell’auto per tirare fuori un bollitore e versarsi un bicchiere di tè. Ha ripensato agli aumenti vertiginosi degli ultimi dodici mesi. Oltre al latte, anche il prezzo del tè è salito di oltre il 50% dall’inizio della guerra.
«Se si continua così, soffriremo ancora di più», ha detto Farmani.
I prezzi erano già in costante crescita negli ultimi due anni, ma un giro dell’Associated Press nei negozi di alimentari di Teheran ha rilevato forti rincari da febbraio, prima dell’inizio della guerra: pollo e agnello sono aumentati del 45%, il riso del 31% e le uova del 60%.
Le autorità iraniane hanno annunciato misure per aiutare la popolazione ad affrontare prezzi paralizzanti. Ma molte di queste politiche – compreso un aumento del 60% del salario minimo e programmi di buoni per i beni essenziali – stanno alimentando l’inflazione, ha scritto di recente l’economista dell’Università di Teheran Taymur Rahmani sul principale quotidiano economico Dunya-ye Eqtesad.
Dall’inizio della guerra, anche la gratuità di autobus e metropolitana nella capitale non aiuta i tassisti già in difficoltà.
Un altro autista in attesa lì vicino, Mohammad Deljoo, 73 anni, ha raccontato di mantenere la sua famiglia, con due figli, con un reddito giornaliero di 4 dollari. Ha detto che nei negozi non mancano i prodotti sugli scaffali e ha attribuito il problema alla «speculazione sui prezzi».
«Compriamo solo ciò che è assolutamente necessario, cose come pane e patate. Perfino le uova sono diventate troppo care per noi», ha spiegato Deljoo. Il prezzo di pneumatici e altri pezzi di ricambio per l’auto, ha aggiunto, è quintuplicato in meno di un anno.
«Un prezzo oggi, un altro domani. Com’è possibile?», ha detto.
In mezzo ai licenziamenti, molti iraniani cercano in fretta nuovi modi per guadagnare. Ali Asghar Nahardani, 32 anni, ha raccontato che l’app di passaggi in auto per cui lavora non lo paga da oltre un mese. Si è messo a vendere in strada per coprire le spese di vita quotidiana.
«Viviamo alla giornata, cercando di cavarcela finché durano queste condizioni di guerra», ha detto.
La guerra contribuisce al crollo della classe media iraniana
La chiusura dello stretto ha fatto impennare i prezzi dell’energia in tutto il mondo. In Iran, però, la guerra rappresenta un nuovo passo nella rovina di una classe media un tempo ampia e prospera, già indebolita da decenni di sanzioni.
Già nel 2019 la classe media iraniana si era ridotta a circa il 55% della popolazione, ha spiegato Mohammad Farzanegan, professore di economia del Medio Oriente all’Università di Marburgo. Nuove ondate di sanzioni, oltre a guerre, corruzione e cattiva gestione economica, hanno ridotto ulteriormente quella quota, ha aggiunto.
Secondo un rapporto pubblicato a fine marzo dal programma di sviluppo delle Nazioni Unite, la guerra spingerà probabilmente diversi milioni di iraniani al di sotto della soglia di povertà.
Una personal trainer che vive nel centro di Teheran ha descritto la crisi economica come una crisi di salute mentale per la società iraniana. Ha raccontato che molti dei suoi clienti non possono più permettersi le sue tariffe e le sessioni di allenamento. I pochi clienti rimasti ormai parlano soprattutto di come gestire i segnali di depressione.
«Il sistema sta semplicemente crollando. I licenziamenti ci sono nelle fabbriche, nelle aziende, nelle startup, qualunque sia il tuo lavoro», ha detto in un messaggio vocale su Telegram. Ha parlato a condizione di anonimato per timore di ritorsioni.
La trainer ha detto di aver ridotto drasticamente la spesa per i generi alimentari.
«L’ultima volta che ho comprato carne è stato circa due mesi fa». Ha anche smesso di pagare le sedute di terapia iniziate dopo il divorzio dal marito un anno fa. «Sto facendo un master in psicologia, questo mi ha dato gli strumenti per gestire le mie ansie», ha aggiunto.
Un residente di Karaj, vicino alla capitale, ha raccontato che la compagnia assicurativa per cui lavora ha visto crollare le vendite di polizze auto e casa. Le famiglie sprofondano nella povertà, ha detto, parlando anch’egli in anonimato per paura di ritorsioni.
Lo stesso residente di Karaj, che ha partecipato alle proteste di massa contro il governo in gennaio, ha attribuito il declino degli ultimi anni alla «grave corruzione sistemica» e al costoso sostegno della Repubblica islamica ai gruppi armati in Libano, Yemen e Iraq.
«La maggior parte delle persone dà la colpa al governo e alle sue ambizioni», ha scritto in un messaggio su WhatsApp.
I leader invitano la popolazione a resistere
I leader iraniani cercano di rafforzare il fronte interno mostrandosi comprensivi, ma invitando al tempo stesso la popolazione a sopportare i sacrifici economici in nome dello sforzo bellico.
In una serie di messaggi sul suo canale ufficiale su Telegram, diffusi venerdì, la nuova guida suprema Mojtaba Khamenei ha descritto l’attuale fase del conflitto come un «campo di battaglia economico» e ha chiesto ai datori di lavoro di «evitare i licenziamenti il più possibile». Khamenei, che si ritiene sia rimasto ferito nelle prime fasi della guerra da attacchi israeliani, non è ancora apparso in pubblico.
Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Qalibaf – figura chiave nello sforzo bellico e nei colloqui con gli Stati Uniti – ha esortato gli iraniani a «essere parsimoniosi» nelle spese. Sul suo canale ufficiale su Telegram ha scritto che i funzionari governativi e i cittadini «hanno il dovere di aiutarsi a vicenda» per attenuare gli effetti economici.
Il blocco imposto dagli Stati Uniti ha limitato il commercio cruciale dell’Iran nel Golfo. Oltre il 90% degli scambi iraniani, in particolare le esportazioni di petrolio che fruttano miliardi di dollari, passa dai porti meridionali del Paese, ha stimato Farzanegan.
Farmani, il tassista, ha detto di non voler accettare quella che definisce una pace «umiliante» con Stati Uniti e Israele.
«Un Paese che ha sacrificato così tanti martiri e ha così tante persone disposte a dare la vita non può semplicemente lasciare che altri, dall’altra parte del mondo, ci impongano le loro condizioni».