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Perché il petrolio del Venezuela può diventare una bomba climatica

Petroliere ancorate al largo della costa del Venezuela
Petroliere ancorate al largo della costa del Venezuela Diritti d'autore  Matias Delacroix/Copyright 2026 The AP. All rights reserved
Diritti d'autore Matias Delacroix/Copyright 2026 The AP. All rights reserved
Di Andrea Barolini
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Lo sfruttamento delle immense riserve di petrolio extra-pesante presenti nel sottosuolo del Venezuela potrebbe vanificare gli sforzi profusi finora per limitare il riscaldamento globale

Il petrolio del Venezuela è balzato sulle prime pagine dei giornali a seguito dell’intervento delle forze armate degli Stati Uniti a Caracas, che ha portato alla cattura del presidente Nicolàs Maduro e di sua moglie, entrambi attualmente detenuti in attesa di essere processati.

Se dal punto di vista degli equilibri geopolitici e da quello delle opportunità di business, le potenzialità del greggio presente nel sottosuolo del Paese sudamericano sono state ampiamente analizzate, c’è un altro aspetto sul quale ci si è concentrati molto meno. Ma dal quale, allo stesso modo, dipenderanno le sorti del pianeta: il costo ambientale e climatico legato all'eventuale estrazione e combustione di quell'immensa quantità di petrolio.

Le riserve di petrolio del Venezuela sono immense

Occorre innanzitutto ricordare che il Venezuela è il Paese al mondo che ospita le più grandi riserve in assoluto di oro nero. Le stime parlano di più di 303 miliardi di barili ancora da estrarre, raffinare e bruciare.

La raffineria di El Palito nei pressi di Puerto Cabello, in Venezuela
La raffineria di El Palito nei pressi di Puerto Cabello, in Venezuela Matias Delacroix/Copyright 2024 The AP. All rights reserved

Per avere un termine di paragone, basti pensare che un Paese ricchissimo di petrolio come l’Arabia Saudita può contare su "soli" 276 miliardi di barili. La quota scende ulteriormente in Iran (208 miliardi), in Iraq (145 miliardi), negli Emirati Arabi Uniti (113 miliardi) e in Kuweit (101 miliardi). Soprattutto, negli Stati Uniti le riserve stimate sono di appena 45 miliardi di barili: un dato che fa comprendere chiaramente le ragioni dell’appetito del presidente Donald Trump per le riserve del Venezuela.

Cos'è il petrolio extra-pesante, 10mila volte meno fluido dell’acqua

Ma la quantità non è la sola caratteristica peculiare del petrolio del Paese sudamericano: si tratta di una materia prima considerata in gergo tecnico “extra-pesante”. Il petroleo extra pesado, localizzato in particolare nella fascia dell’Orinoco, un’area immensa, ampia 54mila chilometri quadrati, presenta una densità estrema. Esattamente l’opposto rispetto al “greggio leggero” da scisto degli Stati Uniti e simile, invece, a quello estratto dalle “sabbie bituminose” (tar sands) nella provincia dell’Alberta, in Canada.

Una raffineria in Venezuela
Una raffineria in Venezuela Rodrigo Abd/Copyright 2019 The AP. All rights reserved.

Secondo quanto indicato dall'enciclopedia Treccani, il petrolio extra-pesante venezuelano è situato a profondità che variano tra i 150 e i 1.400 metri. Oltreché denso, è anche estremamente vischioso: "Ha l’aspetto e la consistenza della melassa, con una viscosità fino a 10mila centipoises (unità di misura della viscosità dinamica, ndr): in parole povere, scorre a un ritmo 10mila volte inferiore a quello dell’acqua".

Emissioni di CO2 tre o quattro volte superiori rispetto al petrolio convenzionale

Il petrolio in questione è molto difficile (e molto costoso) da estrarre, nonché impossibile da trasportare attraverso un normale oleodotto. Occorre perciò diluirlo con altro greggio più leggero, oppure con prodotti raffinati (è il caso della nafta, spesso importata dall'Europa). In alternativa, va trasformato in particolari impianti in petrolio sintetico.

Tutto ciò significa costi decisamente alti. Non a caso, dopo l'arrivo al potere di Hugo Chàvez e il conseguente crollo dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti, la produzione venezuelana di petrolio è scesa fortemente. E, con essa, le emissioni di CO2 legate al settore fossile a livello nazionale.

È per questa ragione che, qualora si rivitalizzasse davvero la produzione petrolifera venezuelana, l'impatto climatico sarebbe potenzialmente enorme. Per estrarre questo petrolio extra-pesante serve moltissima energia, il cui impiego comporta emissioni di gas a effetto serra tre o quattro volte più alte rispetto al petrolio convenzionale.

Un’analisi del Massachusetts Institute of Technology di Boston e dell’università della California ha calcolato che la produzione di 500mila barili in più al giorno provocherebbe emissioni supplementari di biossido di carbonio pari a 550 milioni di tonnellate all'anno. Parliamo di una volta e mezzo il totale disperso ogni anno nell'atmosfera da un Paese intero come l’Italia, per tutte le sue produzioni di beni e servizi.

Emissioni solo di poco inferiori a quelle del carbone

Il calcolo che ne discende è semplice: mezzo milione di barili al giorno significherebbe 182 milioni di barili all'anno. Anche immaginando di sfruttare solamente il 10 per cento delle riserve disponibili in Venezuela, ovvero circa 30 miliardi di barili, a tale ritmo servirebbero 164 anni. Lungo i quali si produrrebbero emissioni di CO2 supplementari pari a oltre 90 miliardi di tonnellate.

D’altra parte, un rapporto del 2009 del National Toxics Network sottolineava come, per unità di energia prodotta, le emissioni di biossido di carbonio del petrolio extra-pesante sono pari a circa l’84 per cento di quelle della fonte fossile in assoluto più dannosa per il clima: il carbone.

Il mondo è pericolosamente vicino a esaurire il “carbon budget”

Per comprendere di cosa stiamo parlando, è utile tenere conto del cosiddetto “carbon budget”. Ovvero del quantitativo di emissioni che ci possiamo ancora permettere di disperdere nell'atmosfera terrestre se vogliamo centrare l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi: mantenere la crescita della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi e il più possibile vicina agli 1,5 gradi, rispetto ai livelli pre-industriali. Ebbene, secondo la comunità scientifica ci restano ad oggi solamente 130 miliardi tonnellate a “disposizione”.

Al ritmo attuale - le emissioni globali sono di circa 43 miliardi di tonnellate all’anno - e senza cali drastici e immediati, in poco più di quattro anni avremo esaurito tale “bonus” di gas ad effetto serra. Ciò anche tenendo conto di quanto assorbito ogni anno da foreste, suoli e oceani.

Lo sfruttamento del petrolio venezuelano, dunque, ci avvicinerebbe ancor più velocemente allo sforamento degli obiettivi climatici fissati dalla comunità internazionale. Che già con ogni probabilità non saranno centrati.

Il petrolio del Venezuela potrebbe rappresentare il colpo di grazia sulle ambizioni climatiche

I calcoli delle Nazioni Unite, contenuti nell’ultimo report Emissions Gap dell’Unep (il Programma per l’ambiente dell’Onu), effettuati sulle promesse di riduzione delle emissioni avanzate dai governi di tutto il mondo, indicano che andremo incontro a un riscaldamento globale di circa 2,3-2,5 gradi.

Un'infografica delle emissioni globali annuali di CO2
Un'infografica delle emissioni globali annuali di CO2 Global Carbon Budget

Ciò a patto che tutti quegli impegni, contenuti nelle Nationally Determined Contributions (Ndc), siano rispettati per intero. Il che, evidentemente, non è affatto detto. Ma, appunto, quelle Ndc non tenevano conto di un aumento drastico della produzione in Venezuela.

Estrarre, raffinare e bruciare il petrolio del Paese sudamericano imporrebbe dunque un'accelerazione del riscaldamento globale, contribuendo ad aumentare la temperatura media globale. Con tutto ciò che ne conseguirebbe: fusione dei ghiacciai, conseguente innalzamento del livello dei mari, alterazione degli equilibri degli oceani, sommersione di immense zone costiere (e nazioni intere come nel caso di alcuni atolli del Pacifico), migrazioni di massa, gigantesche perdite economiche.

Per non parlare degli eventi meteorologici estremi come precipitazioni catastrofiche, o ancora ondate di caldo e siccità sempre più violente e prolungate. Tutti problemi che, con ogni probabilità, l'amministrazione di Washington non considera come prioritari.

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