Nonostante si parli sempre più spesso di un avvicinarsi del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, il dilemma del dopoguerra a Gaza rimane aperto a scenari incerti
Mentre i negoziati indiretti tra Israele e Hamas si avvicinano a una fase critica a Doha e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump spera di annunciare un accordo definitivo per il cessate il fuoco questa settimana, emerge un dilemma centrale che va oltre i termini della tregua e dello scambio di ostaggi: chi governerà la Striscia di Gaza dopo la guerra?
Questa domanda, che ha avuto la precedenza sui dettagli degli accordi di sicurezza e umanitari, dimostra che la vera sfida non sta solo nel porre fine alle operazioni militari, ma nel determinare l'identità dell'autorità politica che gestirà gli affari di oltre due milioni di palestinesi stremati dalla guerra e dalla fame.
Un accordo è possibile... Ma l'incognita politica è più grande
Mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si reca a Washington per incontrare l'alleato Trump, ci sono sempre più indicazioni che il cessate il fuoco stia progredendo.
I negoziati a Doha si stanno concentrando sui dettagli dell'attuazione della tregua e sullo scambio di prigionieri e ostaggi, tra il cauto ottimismo americano, che Trump ha espresso dicendo: "C'è una buona possibilità di raggiungere un accordo".
Tuttavia, al di là del linguaggio dell'ottimismo diplomatico, questi sforzi si scontrano con un solido muro politico: l'assenza di un partito accettabile a livello internazionale e locale per assumere l'amministrazione di Gaza dopo la tregua.
Hamas è fuori dall'equazione
Israele ha chiarito che non accetta che Hamas rimanga al potere o a Gaza, che considera questa condizione una "linea rossa". Per il governo israeliano qualsiasi accordo che sancisca il dominio del movimento nella Striscia di Gaza è un "fallimento strategico".
Da parte araba, Stati cruciali come Egitto, Giordania e Arabia Saudita non sembrano pronti o disposti a sostenere il ritorno di Hamas al potere, soprattutto alla luce della distanza ideologica e organizzativa che li separa dal gruppo.
Ma l'eliminazione di Hamas dalla scena non apre automaticamente la porta a chiare alternative.
L'Autorità palestinese: assente nel corpo e nella legittimità
L'Autorità palestinese (Ap), che teoricamente è il legittimo rappresentante del popolo palestinese, sembra praticamente impensabile come opzione per prendere il controllo di Gaza dopo la tregua.
In primo luogo, perché è fisicamente assente da Gaza dal 2007 e nessuno dei suoi alti funzionari, compreso il presidente Mahmoud Abbas o qualsiasi capo di governo, ha mai messo piede nella Striscia dopo la guerra civile.
In secondo luogo Israele si oppone a che l'Autorità palestinese prenda il controllo della Striscia di Gaza, considerando le sue politiche "deboli" e incapaci di controllare la situazione sul campo.
Inoltre, il progetto di riportare l'Autorità a Gaza incontra il rifiuto di diverse fazioni palestinesi e persino di segmenti popolari che lo considerano parte dell'equazione di divisione e ostruzionismo politico che dura da più di 18 anni.
Washington propone "altri partiti palestinesi", ma quali?
Nella sua retorica, l'amministrazione statunitense parla della necessità di affidare l'amministrazione di Gaza ad "altri partiti palestinesi" al di fuori di Hamas e dell'Ap, ma evita di specificare questi partiti.
Si tratta del movimento di Mohammed Dahlan, di figure tecnocratiche palestinesi indipendenti o di forze palestinesi con la supervisione internazionale? L'ambiguità della posizione statunitense riflette l'assenza di un concetto pratico che possa essere applicato sul campo, alla luce di una realtà complessa dal punto di vista della sicurezza, di un tessuto sociale fragile e della mancanza di fiducia tra gli stessi palestinesi.
Il ruolo arabo e internazionale
La possibilità di inviare a Gaza una forza araba o internazionale per supervisionare la gestione della fase di transizione è stata sollevata nelle fasi precedenti, ma non c'è chiarezza sulla natura di questa forza e sui suoi poteri.
Sarebbe solo di sicurezza o avrebbe poteri politici e amministrativi? Sarebbe accettata da una popolazione stremata da guerre e interventi stranieri?
Inoltre, secondo quanto trapela dagli ambienti decisionali, Israele non intende ritirarsi completamente da Gaza dopo la tregua. Manterrà un presidio di sicurezza a Rafah e chiederà che il valico sia sottoposto alla diretta supervisione egiziano-israeliana, il che in pratica significa che lo Stato ebraico continuerà a controllare le entrate e le uscite dalla Striscia e a indebolire qualsiasi autorità palestinese che possa esservi istituita.
Il popolo assente
Alla luce di questa complessità, la popolazione palestinese di Gaza rimane la parte più debole, nonostante sia la più colpita. Non sono stati consultati sul loro destino, né è stata presentata loro una visione postbellica. Oggi vivono tra le macerie delle loro case, il dolore della perdita e l'assenza di un orizzonte.
Alcuni osservatori si pongono la seguente domanda: è possibile costruire un futuro per Gaza senza una visione politica che provenga dal suo popolo? La comunità internazionale accetta l'imposizione di una nuova autorità con il potere del consenso esterno piuttosto che attraverso la legittimità popolare?
Nonostante l'imminente accordo sul cessate il fuoco tra Israele e Hamas, il dilemma del dopoguerra a Gaza rimane aperto a scenari incerti. Il rifiuto di Hamas, la mancanza di fiducia nell'Autorità e la riluttanza delle parti regionali e internazionali a offrire un modello di governance alternativo rendono la domanda fondamentale. Non si tratta solo di un dettaglio politico, ma di una condizione cruciale per la stabilità o di una ricetta per far esplodere nuovamente la situazione.