Secondo un rapporto pubblicato da Haaretz, più di 8.000 corpi rimangono sotto le macerie della Striscia di Gaza e si stima che il processo potrebbe richiedere fino a sette anni
A più di sei mesi dall’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, la situazione nella Striscia di Gaza resta drammatica. Secondo quanto riportato da Haaretz, migliaia di corpi palestinesi sono ancora intrappolati sotto le macerie degli edifici distrutti, mentre le operazioni di recupero risultano in gran parte ferme o estremamente limitate.
La Protezione Civile di Gaza stima che, al 26 aprile, oltre 8.000 persone siano ancora sepolte sotto le rovine. Le squadre di soccorso continuano a ricevere segnalazioni da famiglie che conoscono la posizione dei propri cari, ma non dispongono di mezzi adeguati per raggiungerli o recuperarli.
Quartieri devastati e operazioni di soccorso sospese
In diverse aree della Striscia, come i quartieri di Shujaiya e Tuffah a Gaza City, i tentativi di recupero si sono completamente interrotti. L’entità della distruzione, unita al rischio operativo e alla difficoltà di accesso, ha reso impossibile qualsiasi intervento sistematico.
Le squadre di emergenza locali riferiscono di operare in condizioni estremamente difficili, spesso senza attrezzature pesanti, supporto logistico o sicurezza sufficiente per procedere allo scavo delle macerie.
68 milioni di tonnellate di macerie
Una valutazione congiunta pubblicata il 20 aprile da Onu, Banca Mondiale e Unione europea stima che nella Striscia di Gaza siano presenti circa 68 milioni di tonnellate di macerie. La rimozione è resa complessa non solo dalla scala della distruzione, ma anche dalla presenza di resti umani e ordigni inesplosi.
Il costo complessivo delle operazioni è stimato in oltre 1,7 miliardi di dollari. Finora, secondo i dati disponibili, è stato rimosso solo lo 0,5 per cento delle macerie. Al ritmo attuale, il processo potrebbe richiedere fino a sette anni.
Testimonianze delle famiglie
Il rapporto raccoglie numerose testimonianze di famiglie che non sono ancora riuscite a recuperare e seppellire i propri cari. In alcuni casi, interi nuclei familiari risultano dispersi sotto le macerie di abitazioni completamente distrutte.
Ayham Sharab racconta che dodici membri della sua famiglia sono rimasti sepolti sotto una casa a Khan Younis dopo gli attacchi del dicembre 2023. Solo cinque di loro sono stati recuperati e sepolti, mentre degli altri non si conosce ancora la sorte.
Le difficoltà non riguardano solo la mancanza di mezzi, ma anche l’impossibilità di accedere ad alcune aree dichiarate zone militari chiuse. In diversi casi, i familiari conoscono con precisione il luogo in cui si trovano i corpi, ma non possono intervenire.
Un uomo del quartiere di Shujaiya ha dichiarato di sapere da mesi dove si trova il corpo del figlio, ma di non poterlo recuperare. Ha raccontato di aver contattato organizzazioni umanitarie internazionali senza ottenere risultati concreti, in quanto qualsiasi intervento richiede coordinamento con le autorità competenti.
Il quadro complessivo descrive una crisi umanitaria ancora pienamente in corso. Le famiglie continuano ad attendere il recupero dei propri cari tra macerie, distruzione diffusa e forti limitazioni operative.
La combinazione di infrastrutture devastate, risorse insufficienti e complessità logistiche rende il processo di recupero estremamente lento, con tempi che potrebbero estendersi per anni prima di una possibile normalizzazione delle operazioni.