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"Dato bene comune". L'intelligenza artificiale applicata alla medicina

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Di Samuele Damilano
Ursula von Der Leyen guarda l'invenzione  'Sara', al AI Xperience Center alla VUB (Vrije Universiteit Brussel)
Ursula von Der Leyen guarda l'invenzione 'Sara', al AI Xperience Center alla VUB (Vrije Universiteit Brussel)   -   Diritti d'autore  Stephanie Lecocq/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved

"Il dato è un bene comune, e in quanto tale deve essere valorizzato il più possibile". Andrea Pescino, Ceo e cofondatore di StratejIa, azienda che mette a disposizione di società e organizzazioni l'expertise legato all'intelligenza artificiale, spiega a Euronews Italia l'importanza dell'Ia nel campo della medicina e della salute. Domani a Bruxelles  l**'Healthcare Data Innovation Council**, di cui Pescino è organizzatore, presenterà a Bruxelles, in presenza di un esponente della Commissione europea, il nuovo white paper "Data-driven future of Healthcare". "Fondamentale un approccio transnazionale per condividere al massimo dati ed esperienze. Per farlo, però serve più flessibilità nelle normative europee".

Quali sono nella tua esperienza le applicazioni principali dell'artificial intelligence nel campo della medicina? Voi di Strateja in quali campi vi state specializzando?

L’intelligenza artificiale nel campo della medicina in questo momento viene utilizzata a una capacità molto ridotta,perché non è stato compreso chiaramente che più sono ricchi i dati a disposizione, più si possono fare ipotesi raffinate. Alcune iniziative interessanti cui stiamo partecipando sono "For better hearts", di Novartis foundation, incentrata sulla salute cardiovascolare nei paesi emergenti: si vanno a identificare i parametri critici e fornirli a governi e amministrazioni comunali affinché possano implementare cure diagnostiche preventive per i cittadini.
Un altro progetto bello viene portato avanti in Lettonia, dove hanno un’incidenza del cancro gastrico piuttoso alta: l’obiettivo anche qui è quello di intervenire prima che si sviluppasse il cancro. La difficoltà non consiste tanto nell'utilizzazione dei Ia, ma nell'impossibilità di complementare i dati della Lettonia, che è un Paese troppo piccolo. La precisione molto spesso non è così alta perché i dati che sono "sporchi" o comunque non sufficienti. Questo è sicuramente il problema principale, perché le potenzialità sono oramai acclarate: un'altra invenzione della Novartis permette di rilevare i sintomi di lebbra con un solo telefonino, con una precisione del 98,4%.

Quali sono gli ostacoli legislativi piu forti a livello europeo, a partire dal Gdpr?

Il Gdpr è uno strumento eccellente per quello che concerne i diritti individuali, ma non è un regolamento pensato per i big data. La logica del consenso difficilmente si può applicare a pazienti nell’ordine dei milioni. In più c’è poca chiarezza, per esempio su due tecniche che si usano per preservare la privacy dei pazienti che decidono di offrire i loro dati: anonimizzazione o pseudoniminizzazione. Nel primo caso si toglie qualsiasi riferimento alla persona, nel secondo non li considero al momento dell'analisi, ma li archivio. È ovvio che per fare predizioni di tipo medico è importante avere traccia dello sviluppo del paziente, e quindi è meglio pseudominizzare. Altro ostacolo è la differenziazione delle leggi nei diversi Paesi.

Farete presente questo problema nell’evento di domani? Quali soluzioni proporrete?

Certamente, proporremo di lavorare su piattaforme dove far convergere investimenti e le diverse competenze, così da gestire al meglio la "compliancy regolatoria" in attesa di una normativa Ue, il cui percorso è già stato avviato l'anno scorso dall'Unione europea. Livello europeo che è dunque fondamentale, perché se qualcuno domani avesse voglia di fare una piattaforma sulla lebbra, non avrebbe senso farlo a livello nazionale. Porteremo l’esempio di Healt outcomes observatory (H2o), una piattaforma europea di condivisione dei dati,  del Nordic interoperability project, che si basa su un'idea di cura preventiva, e non a posteriori, qualcosa di rivoluzionario nell’Europa. Parleremo poi di interoperabilità dal punto di vista legale e, punto fondamentale dell'importanza dell'educazione culturale: i dati, come dice la vulgata, non sono il nuovo petrolio, che non è condivisibile. Al contrario, più riesco a condividerli, più riesco a creare valore. Come dice l’Uncesco, i datisono un bene comune.

Bernard LACHAUD/ Bernard LACHAUD
Andrea Pescino, Ceo e fondatore di StratejIaBernard LACHAUD/ Bernard LACHAUD

Quanto è importante, a proposito, la divulgazione, tenendo conto dei numerosi scandali sul trattamento di dati irresponsabile, da Cambridge analytica agli ultimi "Facebook leaks", per far capire alle persone che un allargamento dell’accesso ai dati non come merce di scambio, ma come bene comune, è fondamentale...

C’è uno studio a proposito, che dice che mentre le persone sane sono renitenti a condividere i dati sanitari, le persone malate sono molto più disponibili a farlo. Perché conoscono la sofferenza, e il nostro spirito umanitario ci spinge a fare cose per prevenire la sofferenza degli altri. La divulgazione è dunque fondamentale perché, comprensibilmente, siamo molto spaventati da quello che si può fare con questi dati. Almeno nell’Ue siamo avvantaggiati, avendo una buona percentuale di sanità pubblica, tecnologie, trasparenza e democrazia.

Quale stato l’impatto della pandemia,e ci sono state nella ricerca per i vaccini delle applicazioni dell’Intelligenza artificiale?

Il Covid ha portato un’accelerazione incredibile nell’utilizzo della medicina digitale e ha dunque creato una quantità di dati incredibile che adesso deve essere analizzata. Ci son stati progetti interessanti di Ia applicata al covid che sono poi scemati sostanzialmente per l'urgenza di trovare cure il prima possibile: uno di questi era un "data donation" di colpi di tosse, che potevano rilevare la positività del paziente. Ma questo con la prima variante. Il problema è che poi il covid ha mutato, e tra l'altro c’è stato lo sforzo di poche persone, non di un Ecdc.
In ogni caso, ci sono stati sviluppi nella condivisione dei dati, il "bollettino" Covid alle 18 è qualcosa di notevole, che ha consentito alle regioni di fare scelte data driven. Diciamo che il covid ha mostrato l’importanza dei dati e del digitale. Adesso sta a noi capire come sfruttare.