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Afghanistan: contro i talebani gli Usa inviano i bombardieri ma ritirano le truppe

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Di Redazione italiana Agenzie:  Afp, Ap, Ansa
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Afghanistan: contro i talebani gli Usa inviano i bombardieri ma ritirano le truppe
Diritti d'autore  Hamed Sarfarazi/Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved.
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Il disimpegno degli Stati Uniti con il ritiro delle truppe dall'Afghanistan ha favorito l'avanzata dei talebani. Il presidente Joe Biden non torna sui suoi passi, ma invia nel Paese alcuni bombardieri B-52e AC-130H Spectre perarginare la progressione militare degli islamisti.

Lo riportano alcuni media statunitensi, citando fonti del Pentagono.

I bombardieri, che vanno ad affiancare i droni Reaper già in azione, sarebbero partiti da una base aerea in Qatar e verrebbero impiegati per colpire obiettivi nelle zone di Kandahar, Herat e Lashkar Gah.

L'avanzata al Nord

A coronamento di ore di combattimenti intensi, conquistano anche Kunduz, città chiave nel nord del Paese. Kunduz è un crocevia strategico con un buon accesso a gran parte dell'Afghanistan settentrionale, nonché alla capitale, Kabul, a circa 200 miglia di distanza.

Con il blitz nel nord del Paese gli insorti hanno preso il controllo di altri due capoluoghi di provincia in quella che sembra un'avanzata inarrestabile. Il portavoce del ministero dell'Interno afgano, Mirwais Stanikzai, afferma che le forze di sicurezza, supportate dall'aviazione, hanno lanciato un'operazione cosiddetta "di pulizia" nella città di Kunduz.

Il governo ha anche dispiegato le forze speciali nelle province ad alto rischio per impedire ai talebani di prendere il controllo di altre città.

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Il fronte al sud

In precedenza, era stata conquistata, senza che sia stata orchestrata una particolare resistenza da parte delle forze militari afgane, Zaranj, nella provincia di Nimruz, vicino al confine con l'Iran.

Nel nord, i ribelli hanno preso il controllo di una prigione a Sheberghan, liberando centinaia di detenuti.

Sul fronte opposto, il portavoce del ministero della difesa afgano Fawad Aman ha dichiarato che più di 200 terroristi sono stati uccisi proprio nella città di Sheberghan, in seguito ai raid aerei contro i nascondigli dei talebani. E, nel tweet, aggiunge: "Una grande quantità delle loro armi e munizioni e più di 100 dei loro veicoli sono stati distrutti come risultato degli attacchi dell'aviazione".

La paura di chi scappa

Chi scappa dalle città, passate sotto il controllo degli islamisti radicali, vive però nella paura.

Mohammad Qaim, che è fuggito da Lashkar Gah per Kabul, non vede argine all'avanzata degli insorti:

"Se la situazione rimane la stessa - dice - ci sono possibilità che i talebani possano prendere altre città".

Nadia Faqiryar abita a Kabul, per lei "la guerra porta solo miseria e distruzione. La gente è povera e nella peggiore delle ipotesi - spiega - non tutti potrebbero permettersi di fuggire dal Paese. Tutte le parti dovrebbero sedersi e parlare insieme per negoziare lo stop al conflitto".

I Talebani hanno preso il controllo di gran parte dell'Afghanistan rurale da quando le forze straniere hanno iniziato l'ultima fase del ritiro delle truppe.

Gli insorti non hanno inizialmente attaccato le principali aree urbane, ma ora stanno minacciando diverse grandi città, tra cui Herat e Lashkar Gah.

Solo l'aeroporto di Sheberghan è rimasto sotto il controllo del governo mentre i combattenti talebani hanno condiviso filmati che mostrano la loro presenza all'interno della sede del governatore locale.

Due capoluoghi di provincia in mano dei ribelli in meno di 24 ore

I talebani hanno conquistato Zaranj, il primo capoluogo di provincia nel sud-ovest dell'Afghanistan, al confine con l'Iran.

E subito dopo Sheberghan nel nord. Due capoluoghi nel giro di 24 ore. Hanno circondato anche Kandahar e Herat.

L'offensiva quindi si spinge verso le grandi città dopo aver conquistato le campagne.

Piccola cittadina situata al confine con l'Iran, il controllo di Zaranj è importante dal punto di vista economico e la sua conquista permette ai talebani di controllare un'altra parte dei confini afghani.

Gli insorti avevano già sequestrato diversi posti di frontiera, al confine con Iran, Tagikistan, Turkmenistan e Pakistan, che sono una fonte vitale di entrate, grazie ai dazi, per questo paese senza sbocco sul mare.

È anche una vittoria simbolica, che potrebbe avere un effetto psicologico devastante per l'esercito afghano, a lungo afflitto dalla corruzione, da un comando inadeguato e da perdite significative, e il cui morale è ai minimi termini.

I talebani hanno conquistato vaste aree rurali negli ultimi tre mesi. Dopo aver incontrato una debole resistenza nelle campagne, da alcuni giorni si stanno concentrando sulle grandi città, dove ci sono aspri combattimenti con le forze governative.

Ucciso al Kabul l'ex portavoce del presidente

Alla fine della preghiera del venerdì, i talebani hanno ucciso a Kabul il capo del centro media del governo, ex portavoce del presidente, Dawa Khan Menapal. L'omicidio è la risposta ai bombardamenti che il governo afghano, assieme agli Usa, sta perpetuando ai danni delle loro postazioni.

Pochi giorni fa, avevno preso di mira il ministro della Difesa in carica, in un attentato in cui sono morte 8 persone, ma da cui il ministro è uscito illeso.

Ora che il ritiro delle forze NATO è quasi completato, l'avanzata dei talebani procede nel sangue.

Nell'ultimo mese sono stati uccisi un migliaio di civili: il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito per discutere del peggioramento della situazione.

Allarmata dalla violenza dei combattimenti, la comunità internazionale ha invocato invano per alcuni giorni un cessate il fuoco.

Da lunedì, nella provincia di Herat, sono scoppiate una serie di manifestazioni contro i talebani che poi si sono allargate al resto del Paese.

Secondo le Nazioni Unite, gli afgani sfollati quest'anno sono circa 330.000, molti dei quali hanno lasciato le loro abitazioni quando è iniziato il ritiro delle truppe americane a maggio.

Nelle ultime settimane, il numero di afgani che sconfina illegalmente è salito del 30-40% rispetto al periodo che ha preceduto l'inizio del ritiro delle truppe internazionali.