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Etiopia, ecco cosa succede nel Paese scosso dal conflitto nel Tigrè

I rifugiati etiopi
I rifugiati etiopi   -   Diritti d'autore  YASUYOSHI CHIBA/AFP or licensors
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Sparare su una squadra delle Nazioni Unite. Succede in Etiopia, per stessa ammissione del governo: "Hanno eluso il controllo a due checkpoint nella regione del Tigrè, teatro di un mese di conflitto tra forze governative e milizie del Fronte di Liberazione, per spostarsi rapidamente in aree interdette", ha detto martedì (8 dicembre 2020) ai giornalisti Redwan Hussein, portavoce della task force governativa per la crisi del Tigrè.

La squadra Onu era nella zona, domenica (6 dicembre 29020), per effettuare una valutazione di sicurezza: un sopralluogo in vista dell'ingresso delle organizzazioni umanitarie, mobilitate nella distribuzione degli aiuti alla popolazione civile investita dal conflitto. Quella che non è fuggita dalla guerra.

I profughi etiopi del Tigrè in Sudan

Sono circa 50mila le persone che hanno abbandonato le loro abitazioni per scappare dalla guerra. Secondo l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, il 45 per cento dei rifugiati in Sudan sono bambini.

Dopo la conquista da parte del governo della capitale regionale del Tigrè, Macallé, avvenuta il 28 novembre, le autorità federali etiopi hanno annunciato lunedì mattina di lavorare all'arresto dei leader del Fronte di liberazione (Tigray People's Liberation Front - TPLF), al ripristino della legge nella zona e all'arrivo degli aiuti umanitari.

Lo scenario di normalizzazione non corrisponde alle testimonianze dei residenti di Macallé: la città - dicono - non ha ancora acqua ed elettricità. La riconquista sarebbe avvenuta a prezzo di un tributo di vittime civili, al contrario di quanto dichiarato dal governo, e della distruzione di diverse abitazioni durante i bombardamenti del centro urbano.

Qualche giorno fa la Croce Rossa ha denunciato una carenza di attrezzature mediche presso l'ospedale principale della capitale tigrina.

Diverse fonti riferiscono di regolari saccheggi, anche da parte dei soldati federali che occupano la città. Il gruppo di lavoro del Tigrè, istituito dalle autorità di Addis Abeba, riconosce i furti, ma sostiene i soldati non siano coinvolti negli episodi, risalenti alla metà di novembre.

Addis Abeba sostiene di voler garantire molto presto il rientro sicuro dei profughi, fuggiti soprattutto in Sudan.

Nel tweet del premier: "I lavori per #RebuildTigray sono iniziati con squadre sul campo che hanno intrapreso interventi di riparazione delle infrastrutture danneggiate e di ripristino dei servizi essenziali. I nostri sforzi di assistenza umanitaria continueranno ad essere rafforzati anche per assistere le persone vulnerabili. Ripristineremo, ricostruiremo e svilupperemo".

I bambini del campo di Oum Raquba in Sudan

I canti dei bambini del campo di Oum Raquba risuonano nella capanna diventata una scuola di fortuna. Dopo aver attraversato il confine con il vicino Sudan, i piccoli etiopi fuggiti dai combattimenti nel Tigré hanno trovato rifugio nell'istruzione. Un modo per dimenticare il dolore di ieri e di oggi, in attesa di tornare alle loro case.

"Fare lezione in un ambiente come questo dà ai genitori un po' di tregua. I bambini vengono a socializzare. Hanno subìto traumi e attraversato momenti difficili", dice Catherine Mercy, consigliere per l'istruzione presso il Consiglio norvegese per i rifugiati (NRC).

L'NRC - operativo nell'area - ha registrato 722 studenti, dall'uno ai dieci anni, nel campo profughi di Oum Raquba.

YASUYOSHI CHIBA/AFP or licensors
I bambini del TigrèYASUYOSHI CHIBA/AFP or licensors

Le tensioni etniche e politiche in Etiopia

Scoppiato lo scorso 4 novembre con l’attacco delle forze tigrine a una base dell’esercito federale etiope, il conflitto che ha scosso la regione ha messo in luce la difficoltà di tenere unite le numerose etnie presenti nel Paese.
Nel Paese, che conta più di 100 milioni di abitanti, convivono circa 80 gruppi etnici: il più numeroso è quello degli oromo (34 per cento della popolazione); gli amhara sono il 27 per cento della popolazione, mentre somali e tigrini rappresentano ciascuno il 6 per cento. Un puzzle difficile da preservare.

La politica avviata dal premier Abiy Ahmed - premio Nobel per la Pace nel 2019 - non è riuscita a smorzare le tensioni.

L'escalation nel Tigrè con il rinvio delle elezioni

Il Tigré è una regione di circa cinque milioni di abitanti, quasi per il 95% tigrini. Confina con il Sudan e, soprattutto, con l’Eritrea. Nella guerra che ha visto contrapposte Etiopia ed Eritrea, una delle ragioni del conflitto era proprio il confine nella regione del Tigrè. Anche per questo motivo, l’accordo di pace promosso dal premier Abiy Ahmed insieme al presidente eritreo Isaias Afwerki è stato un'altra fonte di tensione con il Fronte di Liberazione tigrino.

Il fronte difficile - quello che ha accelerato la crisi - è stato quello politico con la progressiva perdita di potere dei politici tigrini, rappresentati dal Fronte di Liberazione (TPLF). Quando l’emergenza Covid ha costretto il parlamento etiope a rinviare le elezioni, in programma per lo scorso agosto, la principale opposizione è arrivata proprio dal TPLF, che ha messo in dubbio la legittimità del parlamento.

Una situazione precipitata quando - in risposta al congelamento della tornata elettorale - il Tigrè ha convocato unilateralmente elezioni parlamentari, arrivando allo strappo definitivo.

Non solo i tigrini, tutte le falle della filosofia "Medemer"

"Medemer" è il termine amarico che traduce la filosofia del primo ministro Abiy Ahmed, di etnia oromo, 41enne, il più giovane leader africano al momento della sua nomina. Significa "stare insieme" e riproduce il tentativo - fallito - di una convivenza pacifica tra le varie etnie.

Gli oromo, il gruppo etnico del premier e il più numeroso del Paese, hanno spesso protestato contro un supposto processo di marginalizzazione e di discriminazione: fanno capo a loro le diverse manifestazioni di protesta divampate negli ultimi anni.

Anche i somali hanno innescato duri confronti, in particolare con gli oromo, così come gli amhara, reduci da un tentato un colpo di Stato per rovesciare i vertici locali.

La crescita economica che ha caratterizzato l’Etiopia negli ultimi anni non è stata l'auspicato volano di pacificazione di un Paese ancora in fermento.