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Bielorussia: i racconti shock delle persone arrestate e picchiate dalle forze di sicurezza

Le forze di sicurezza trattengono un manifestante
Le forze di sicurezza trattengono un manifestante   -   Diritti d'autore  Sergei Grits / AP
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In Bielorussia le proteste iniziate dopo le elezioni presidenziali non si placano. Solo nell'ultimo giorno circa 700 persone sono state detenute nel paese. Gli attivisti per i diritti umani criticano le autorità per la brutalità ingiustificata contro manifestanti pacifici. Abbiamo raccolto testimonianze di alcuni di loro che sono stati detenuti a Minsk.

Irina, 32 anni, medico

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Le forze di sicurezza trattengono un manifestanteAP

Il 10 agosto alle 17 sono andata con un amico a comprare a mio figlio uno zaino per la scuola. Il negozio si trovava poco distante dalla piazza dove si sarebbe svolto il raduno, di cui nemmeno io sapevo. Verso le 19:00 siamo passati per la piazza per arrivare al parco e tornare a casa. In quel momento ci ha raggiunti mio ​​marito e ha preso in braccio il bambino. I sandali del bambino sonno caduti e sono rimasta indietro per indietro per raccoglierli.

A quel punto un poliziotto si è avvicinato e ha detto: "Ragazza, vattene". Ho risposto: "Sì, sì, ma cosa sta succedendo?". Poi è arrivato un blindato delle forze di sicurezza a velocità sostenuta, sono scesi dei poliziotti che hanno preso due ragazzi e l'agente con cui stavo parlando gli ha detto di prendere anche me. Mi sono messa ridere, non ci potevo credere, pensavo che mi avrebbero lasciata andare. Mi hanno fatto salire sul blindato e ci hanno portato in commissariato.

Mi hanno trascinato come un animale: mi hanno piegato le braccia così forte che la vista mi si è appannata. A quel punto un poliziotto donna mi ha afferrato i capelli, mi ha sbattuta contro il muro e qualcuno da dietro mi ha picchiato sulle gambe. Tutto quello che potevo fare era urlare per il dolore. Da loro ho sentito terribili oscenità su quanto sono insignificante.

Poi sono stata trasferita nel cortile, dove c'erano altri prigionieri come me. Là ho aspettato circa 40 minuti, al buio su un freddo pavimento di cemento. Quindi sono stata portata a firmare il verbale. Diceva: "Tal dei tali ha partecipato ad una manifestazione, ha litigato con la polizia, ha partecipato ad un'azione non autorizzata". Il poliziotto mi ha chiesto: "Firmi?". Ho risposto che ero d'accordo sul fatto che mi trovavo lì e di essere passata davanti al raduno, ma che tutto il resto non mi andava bene.

Mi hanno riportata indietro, dopo 10 minuti hanno detto che mi avrebbero lasciato andare a casa. Mi hanno condotto lungo un corridoio, ero felice, pensavo fosse finita. Mi hanno portato in cella, hanno aperto la porta e mi hanno spinto dentro. Nel due ore successive hanno fatto lo stesso con altre ragazze.

C'erano due letti a castello e 9-10 persone nella cella. Ci hanno detto che ci avrebbero trattenuto per 24 ore. "Riflettete sul vostro comportamento", ci hanno detto. Abbiamo passato una giornata lì, la notte è stata terribile. I letti erano panche di legno che non avevano nemmeno le lenzuola. Ci siamo seduti, pressati uno contro l'altro. Il gabinetto nella cella era intasato. Non c'era modo di usarlo. Gli abbiamo chiesto di aggiustarlo. La risposta è stata: "State zitti, nelle vostre condizioni dovreste essere già felici di avere quello che avete".

Il giorno dopo però non ci hanno lasciato andare. Abbiamo chiesto spiegazioni: "Siete detenuti per tre giorni in attesa del processo, poi sarà il tribunale a decidere cosa succederà dopo". Lacrime, panico. Eravamo in condizioni terribili. Gli uomini di turno si facevano beffe di noi ogni ora con un atteggiamento disgustoso. Ci dicevano cose come "che razza di persone siete? Dovrebbero spezzarvi le dita, stuprarvi, uccidervi". Il mio cuore ha cominciato a battere all'impazzata, ho chiesto un'aspirina ma ridevano di me.

Ho passato più di due giorni in queste condizioni, poi sono stata convocata in tribunale. Sono andata in tribunale pensando che avrei risposto "sì" a qualsiasi cosa mi avessero chiesto, che sarei stata d'accordo sul fatto che ero a questo raduno, che avevo fatto qualcosa di male, così mi avrebbero lasciato andare a casa. Perché è impossibile sopportare questa situazione.

Il tribunale ha letto il verbale. C'era scritto che non ero lì alle 19, ma alle 10, quando lì si sono svolti tutti questi eventi. Mi fa male il pensiero di aver subito un simile trattamento per tre giorni senza nemmeno sapere cosa stesse succedendo. Ho firmato il verbale, mi hanno dato una multa equivalente a venti stipendi e hanno detto che me l'ero cavata con poco. "Vai a casa e avvisa la tua famiglia e i tuoi amici di non uscire dopo le 19".

Non avevo mai preso parte a proteste prima, non avevo intenzione di farlo. Sostenevo le persone moralmente, ma non avevo mai partecipato E dopo questa situazione, i miei occhi si sono semplicemente aperti su ciò che stava accadendo nel mondo.

Non andrò alle manifestazioni, ma sosterrò le proteste in ogni modo possibile su internet, scriverò post, sosterrò le persone. Non starò in silenzio. Non voglio tacere. Voglio che le persone sappiano in che Paese viviamo e cosa ci aspetta, qual è il futuro.

Elizaveta, 20 anni, dipendente di una pizzeria

Vorrei raccontarvi come è avvenuta la detenzione dal 10 all'11 agosto. Io, un mio amico e altri tre ragazzi siamo andati in un minimarket a Minsk. Non eravamo ad una manifestazione, ma in un semplice negozio. Ci siamo fermati e non abbiamo nemmeno avuto il tempo di scendere dalla macchina che tre auto della polizia si sono avvicinate a noi, ci hanno intimato minacciosamente di scendere, hanno iniziato a colpire il parabrezza della macchina con manganelli e calci.

Hanno rotto il parabrezza e le schegge sono volate dappertutto: io avevo il vetro nei capelli, l'altra ragazza nella vettura addirittura in bocca. È stato terribile. I ragazzi sono stati trascinati fuori dalla macchina, hanno iniziato a sbattergli la testa sull'asfalto, il mio ragazzo ha iniziato a sanguinare. Quando ha detto "basta" l'hanno colpito più volte con un manganello.

Dopo di che hanno distrutto i loro telefoni, hanno buttato tutte le loro cose per terra e sequestrato la macchina con denaro e documenti al suo interno, non sappiamo dove l'abbiano portata. In seguito abbiamo saputo che era stata abbandonata poco distante. Il denaro era sparito ma avevano lasciato le chiavi, chiunque avrebbe potuto rubarla.

AP
Un gruppo di manifestanti al momento del rilascioAP

Non abbiamo saputo cosa fosse successo ai ragazzi per tre giorni. Poi abbiamo saputo che sono in prigione a Zhodino. E ora stiamo cercando di scoprire cosa gli è successo.

Continueremo a protestare perché non cambierà nulla se le persone vengono intimidite. Dobbiamo andare in strada. Donne da tutta Minsk, da tutta la Bielorussia, hanno manifestato con i fiori e hanno dimostrato che tutto questo può essere risolto pacificamente. Non ci fermeremo ma abbiamo paura di uscire a tarda notte.

Julia Petrova, rappresentante commerciale

Stavamo girando per Minsk in macchina: io, mio marito e i miei vicini, una coppia sposata. Era sera, le 23:30 circa, eravamo da qualche parte lungo Pritytsky Avenue. Un auto della polizia stradale si è avvicinata con i lampeggianti accesi, ci hanno fatto segno di dirigerci verso il parcheggio di un negozio. Abbiamo obbedito senza provocarli in alcun modo.

Sergei Grits / AP
Un manifestante mostra i segni delle percosse subite in carcereSergei Grits / AP

Siamo arrivati al parcheggio, non c'era nessuno. Hanno chiesto a mio marito di scendere dalla macchina. Lo ha fatto e mentre scendeva mi ha chiesto di passargli i documenti.

Ho abbassato la testa per prendere i documenti nella borsa. Quando l'ho rialzata ho visto una pistola puntata contro di me. La persona che la teneva in mano ha detto: "È un'arma da combattimento, la userò senza eistare. Sparo per uccidere".

Dopodiché mi hanno detto di scendere dall'auto e di stendermi con la faccia a terra. Ho iniziato a cercare freneticamente la maniglia della portiera, la portiera si è aperta e un'altra persona in uniforme, un militare o un poliziotto, non so, mi ha afferrato la testa e mi ha buttato sull'asfalto. Mi hanno ordinato di sdraiarmi, di non muovermi, di mettere le mani dietro la testa.

Mi sono girata per vedere dove fosse mio marito. Un uomo in nero gli si è avvicinato e ha cominciato a colpirlo con un manganello. Un altro vestito di blu si è inginocchiato sopra di lui e lo ha ammanettato.

Non ci è stato permesso di parlare. Mio marito è stato sollevato da terra e ha detto: "Lasciateci andare, stavamo solo tornando a casa". Poi hanno cominciato a picchiarlo allo stomaco, al collo e alla testa con un manganello.

Gli uomini sono stati messi in auto diverse. Sembra che le macchine fossero della polizia stradale. Io e la mia vicina siamo state scaraventate sull'asfalto. Quindi un altro uomo che indossava una mimetica militare ha aperto la mia macchina e ha cominciato a buttare fuori tutto quello che c'era dentro: acqua, cibo... Il mio telefono, i miei documenti di lavoro, i soldi e le carte erano nella macchina. Quindi si è messo al volante della macchina e se n'è andato.

Dopo di che ho provato a chiamare la polizia, a trovare mio marito e il nostro vicino. Mi è stato detto che mio marito era in prigione a Zhodino, e la mattina dopo era già stato condannato a 15 giorni. Quando ho chiamato per trovare il mio vicino, mi è stato detto che entrambi non erano più sugli elenchi, la polizia non sapeva dove fossero. Ho chiamato la polizia per denunciare il furto dell'auto e il rapimento di mio marito. La polizia non ha risposto. Ora sono di ritorno dal comitato investigativo della Bielorussia. Hanno raccolto la mia denuncia ma hanno detto che non che non sarebbe stata presa in considerazione.

Il Paese è in uno stato terribile, ci trattano come animali. È spaventoso. Parteciperò alle manifestazioni, andrò in strada pacificamente. Non rappresento alcuna minaccia, ma lotterò per il nostro Paese.
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Una manifestazione a Minsk, capitale della BielorussiaSergei Grits / AP